La Pedagogia Clinica quale disciplina del Nuovo Umanesimo

di Nicola Corrado

Nel 1786 Johann Wolfgang von Goethe fuggì letteralmente da Weimar sotto falso nome per recarsi in Italia, perché ormai non era più contento di sé. Né della sua vita sentimentale né della sua attività professionale, entrambe ridottesi ad una sorta di stagnazione emozionale per mancanza di stimoli, malgrado la grande creatività di cui era naturalmente dotato. Fuggiva in Italia, che egli riteneva – sulla base dei suggestivi racconti del padre e del mito imperante della classicità del sud presso gli stranieri in generale ma nei tedeschi in particolare – la patria della bellezza e della vitalità emotiva e intellettuale. L’Italia anche quale meta a cui spingeva in quegli anni la Sehnsucht, la “malattia del desiderare” dei giovani intellettuali tedeschi, tutti un po’ Wanderer, viandanti nello spirito, come il loro giovane idolo. Il paesaggio mediterraneo e le testimonianze del glorioso passato di questa regione del mondo rappresentavano nella mente del giovane Goethe il luogo ideale per realizzare le sue aspirazioni più profonde e attualizzare le sue potenzialità.La sua convinzione “che bisognasse cambiare molte pelli per divenire un uomo” (Nello Saito, p.X, La vita e l’opera) e che “divenire un uomo, cioè maturare, perfezionare la sua umanità, era ciò che lo interessava di più” era alla base della cosiddetta Bildung , la propria storia di crescita e formazione umana e professionale da portare a compimento, per sentirsi pienamente soddisfatti di sé nella vita. “Amore, lavoro e conoscenza sono i pilastri fondamentali della vita di un uomo e dovrebbero anche indirizzarla” dirà più tardi un suo grande estimatore austriaco, Wilhelm Reich, che farà dello sviluppo armonico della persona il suo principale oggetto di studio e di ricerca, la Bildung(1) personale appunto.Perseguire la tua realizzazione significa affrontare con determinazione gli ostacoli che ti si frappongono sul cammino. Alcuni per cause esterne alle tue responsabilità, altri interni, imputabili alla tua complessione, alla tua struttura caratteriale. Ed è a questi che bisogna rivolgere l’attenzione e con essi tentare di negoziare degli spazi di flessibilità, che ti consentano di vivere. Goethe affetto da una pressante Sehnsucht, tenta di raggiungere l’Italia, ma arrivato al Brennero viene colto da malore (forse quello che noi oggi definiamo un attacco di panico): l’ingresso in Italia attraverso un orrido passaggio alpestre è sentito come una prova rischiosissima superabile soltanto con l’aiuto di “misteriose forze superiori”.
La paura di “poter mettersi in gioco realmente”, di averne la piena opportunità in un ambiente che egli si prefigurava “pieno di promesse”, sembra agire da difesa dell’io contro il rischio dell’esistenza, ma così facendo impedisce altresì di vivere, o quanto meno concede di vivere non “in piena autonomia” che è come dire vivere “parzialmente”, lasciando un senso di grande insoddisfazione, un dis-agio. Goethe si prefigura la vita piena al di là delle Alpi, ma nel contempo sa di dover affrontare una prova rischiosa, la cui ricompensa è tanta più grande quanto più grande è la sua paura. Un gioco perverso dell’intelletto. Fortunatamente per lui quelle “misteriose forze superiori” andranno in suo aiuto e l’esperienza italiana si rivelerà una svolta esperienziale di grande importanza.
Riteniamo che la Pedagogia Clinica, affermatasi e consolidatasi come professione di aiuto rivolta allo sviluppo pieno e armonico della persona, (insieme al suo corredo di tecniche e metodi ampiamente e scientificamente collaudati nella prassi educativo-clinica), possa oggi rintracciare uno stretto e solido collegamento con il suo fondamento epistemologico nell’impianto ideologico della Bildung e riconoscere in essa le sue proprie intenzioni programmatiche di base e la sua stessa Weltanschauung. Intenzioni suffragate e arricchite – grazie proprio a quel collegamento – da un ideale umanistico di grande spessore – il pieno rispetto dell’autonomia della persona- il cui filo rosso è arrivato fino a noi attraverso una letteratura, che, fra alterne vicende (guerre, rivoluzioni, sconvolgimenti economici e ideologico-politici), ha messo sempre in primo piano l’uomo e la sua salvezza. Motivo per il quale utilizziamo qui – per la Pedagogia Clinica – la definizione da noi coniata di “disciplina del Nuovo Umanesimo” .

Nuovo nel senso che riannoda, rinnova e sistematizza in una nuova configurazione scientifica tracce di esperienze umane che si sono ritenute e si ritengono universalmente fondanti del vivere dell’uomo all’interno del consorzio sociale.
Nuovo nel senso che accoglie i contributi che si sono presentati nel tempo, offerti dalle nuove scoperte scientifiche e dai nuovi paradigmi di lettura della realtà.
Il completamento (meglio sarebbe il perfezionamento) del lavoro di Bildung viene favorito oggi dalla conoscenza scientifica della cibernetica, che fa riferimento ad un modello di realtà in cui vige il processo naturale dell’autocorrezione. Un organismo vivente trova il suo adattamento alla realtà attraverso un processo di tentativi ed errori e questo diventa – una volta sopravvissuto – il suo terreno esperienziale di base per poter continuare l’esplorazione della realtà. Se finisce di sperimentare, blocca il suo livello di conoscenza della realtà ad un determinato stadio (si consente per così dire una pausa), smette di sperimentare, si ritira dalla vita, in un certo senso muore. Muore in relazione al suo sviluppo, allo sviluppo della sua personalità. E in un certo senso muore anche rispetto al tono dell’umore, al mood necessario per affrontare le difficoltà della vita, o i piaceri della vita, se si preferisce (questo sarebbe argomento per una simpatica discussione).
Il processo cibernetico con il suo modello circolare di autocorrezione favorisce proprio questo. Un percorso di consapevolezza, di autoapprendimento, di autocorrezione. Una volta innescato (per fare questo però occorre l’input esterno, nel nostro caso l’intervento dello specialista, del pedagogista clinico), il processo si autoalimenta. L’importante, nella vita della persona, è innescare un circuito educativo virtuoso. E’ su questa base che la Pedagogia Clinica opera la sua ultima e determinante innovazione: il Linguaggio. Il suo linguaggio opera un cambio di prospettiva nell’approccio al disagio, al disagio di esistere in generale, ma più in particolare al disagio circostanziato prodotto dall’interazione con l’ambiente di riferimento, e nel fare ciò sposta il fuoco dell’attenzione alla persona su un piano superiore di comprensione, in altri termini ad un livello superiore di entropia, dove non esiste più il problema da risolvere, ma, alla luce di una nuova Gestalt (una nuova configurazione dello spazio-tempo) – come per miracolo – la soluzione (Paul Watzlawick, J.H.Weakland, R. Fisch “Change – Sulla formazione e la soluzione dei problemi”, Astrolabio – Roma, 1974).
Una lettura attenta del vocabolario della Pedagogia Clinica ci ha spinto a prendere in considerazione il percorso di questa disciplina nel tempo, per rintracciare nel lessico usato e nella sua evoluzione quel filo rosso che le conferirà sul piano metodologico-scientifico la sua specificità di intervento in ambito educativo, la sua epistéme. Sin da Gonnelli-Cioni, considerato da Guido Pesci l’antesignano della Pedagogia Clinica in Italia, si inizia a parlare di recupero dei soggetti in difficoltà (Guido Pesci, “Gonnelli-Cioni – Antesignano della Pedagogia Clinica in Italia”, Ed. Scientifiche Magi, Roma 1999, pag.10), dell’educazione in aiuto alle persone in difficoltà, in un tempo in cui la società tende a relegarle nei manicomi.
“Egli promosse un cambiamento straordinario di mentalità e di cultura, improntato da un profondo senso di solidarietà umana e di accettazione del diverso, una spinta innovativa e trasformatrice che la pedagogia clinica aveva il dovere di raccogliere.

Un primo passo verso lo studio di quanti in passato hanno contribuito ad una pedagogia positivamente creativa, capace di educazione e di compensazione sociale, idonea a non scambiare l’integrazione con una concezione puramente aritmetica dell’insufficienza”. Quello che stiamo cercando di dimostrare è che quel cambio di prospettiva della mentalità di trattare il malato, nel pensiero di Gonnelli-Cioni – con cui il malato diventa persona – e quella spinta innovativa, oltre che nei fatti (di cui è riportata ampia documentazione), passerà nel tempo gradualmente anche nella lingua della Pedagogia Clinica, rappresentando l’elemento propulsivo dell’azione educativa in sé (a parte l’ampio corollario di ormai consolidate tecniche e metodi di cui si serve e che essa è andata via via sviluppando). Se il malato è diventato persona, la malattia è diventata difficoltà, la coazione necessità.
Da quel momento in poi “ogni aspetto deficitario della persona, sia intellettivo, senso-percettivo od organizzativo-cinestetico” verrà tenuto in debito conto “contro ogni medicalizzazione e sanitarizzazione degli interventi educativi”. Quell’elemento propulsivo di cui parliamo è rintracciabile anche nella descrizione della diagnosi pedagogica-clinica che deve essere tale che “metta in risalto abilità, potenzialità, deficit”. E ancora attraverso di essa “si tratta di conoscere le disponibilità, il modo di essere e di esistere del soggetto, caratteristiche suggerite dai cinèmi che egli ci invia per la lettura di sé”. Mi sembra ci sia in nuce tutto il programma genetico della disciplina che darà luogo più tardi a quella particolare proliferazione lessicale e che noi pedagogisti clinici oggi usiamo tranquillamente, senza più accorgerci della sua portata semantica. Probabilmente oggi – abbastanza sovra-esposti al bombardamento linguistico mass-mediale al punto da soggiacervi assuefatti senza più quel minimo di religiosa attenzione che si dovrebbe alla nostra lingua- solo il correttore automatico del nostro sistema di scrittura Word la avvertirà come scrittura altra e ci ricorderà involontariamente della sua specificità (vedi ad esempio la parola cinèmi), questa scrittura altra che non vuole essere un connotato di snobismo intellettuale, ma necessariamente il presupposto epistemologico per una lettura altra. Bertrand Russell nell’introduzione al famoso Tractatus logico-philosophicus di L.Wittgenstein elenca i quattro problemi di cui quest’ultimo si occupa per affrontare la natura del linguaggio e, a proposito del secondo problema, afferma: “Qual è la relazione sussistente tra pensieri, parole, o enunciati da una parte, e – dall’altra – ciò cui essi si riferiscono o che essi significano? Questo problema appartiene all’epistemologia”.
E continua: “Affinché un certo enunciato asserisca un certo fatto, comunque il linguaggio possa essere costruito, vi dev’essere qualcosa in comune tra la struttura dell’enunciato e la struttura del fatto. Questa è, forse, la tesi più fondamentale della teoria di Wittgenstein” (Ludwig Wittgenstein, “Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916”, Nuova edizione, Biblioteca Einaudi, p.3).
E’ necessario rintracciare quel qualcosa in comune tra il linguaggio e i contenuti della nostra disciplina e conferire così al suo linguaggio il crisma di fondamento epistemologico. Quello che possiamo dire subito è ciò che questo linguaggio certamente non è: non è il linguaggio comune della quotidianità, non è il linguaggio della medicina, non è il linguaggio della psicologia, non è il linguaggio della sociologia, né quello della filosofia.

Per affermare quello che invece questo linguaggio è abbiamo bisogno di capire che cosa è “quel qualcosa di comune”, quel quid, che appartiene sia alla struttura dell’enunciato che alla struttura del fatto, come ci suggerisce Ludwig Wittgenstein.
Jakobson e Halle hanno dimostrato sperimentalmente nel 1956 che la semplice rievocazione di una certa parola attiva nel soggetto variazioni elettriche dei suoi muscoli fonatori uguali e precise a quelle che si attivano quando è il soggetto stesso a pronunciare la stessa parola. Che cosa potrebbe significare questa affermazione? Che forse l’atto del solo pensare quella determinata parola dà origine nella mente del pensante alla predisposizione di un certo potenziale elettrico?
Antonino Pennisi, commentando questo meccanismo, afferma che “nel linguaggio interiore e nel pensiero verbale verrebbe messo spontaneamente e automaticamente in azione lo stesso schema motorio che determina il linguaggio parlato” e mette insieme linguaggio interiore, pensiero verbale e linguaggio parlato equiparandoli sulla base della loro matrice comune.
Con Wittgenstein avevamo intanto osservato che nel grande mistero e miracolo della lingua c’era un qualcosa in comune tra la struttura dell’enunciato (la parola) e la struttura del fatto. Potremmo affermare così per la proprietà transitiva che tra la struttura del fatto (azione pedagogica) e la struttura del pensiero (idea pedagogica) sussiste un connubio strettissimo promosso e messo in atto dalla lingua (la lingua della pedagogia clinica). In altre parole si può affermare che non si potrebbe pensare in modo pedagogico-clinico se dietro quel pensiero non ci fosse una lingua particolare. Il che, al di là della sua fondatezza, apparirebbe di una banalità mostruosa, se non si aggiungesse che la forza propulsiva di quell’azione pedagogico-clinica – che qui chiameremo “il suo potenziale eutonico intrinseco” – sta proprio nella struttura della parola e nella sua immagine acustica (nella sua phoné).
E’ d’obbligo a questo punto un esempio, per chiarire meglio il concetto appena esposto. Normalmente per indicare che una persona sta attraversando un periodo difficile si dice che quella persona è in crisi. In un determinato ambito professionale si accoglie generalmente la persona per parlare della sua crisi e del suo malessere. In ambito pedagogico clinico per indicare la stessa cosa noi parliamo di cambiamento. Certamente non possiamo negare che al momento la persona stia vivendo un momento di malessere e confusione. Ma c’è una grande differenza nell’approccio di fondo, circa le conseguenze dell’una o l’altra locuzione. La componente emotiva del “pensiero verbale” che sta nella parola “crisi” e che inevitabilmente raggiunge il profondo della persona, (“solcando il mare all’insaputa del cielo”, come ci suggerisce la profonda saggezza zen), ogni volta che lei o altri per lei pronunciano questa parola, risuona negativamente nel suo inconscio e le getta un’ombra di patologia addosso (che assolutamente non possiede, perché potrebbe trattarsi per lei di un salutare momento di cambiamento).
Quello che può succedere invece è l’instaurarsi di un diabolico circolo vizioso, uscire dal quale sarà poi veramente difficile. Se per questa difficile situazione attuale della persona noi usassimo invece la parola “cambiamento”, anziché “crisi” – come in realtà noi pedagogisti clinici facciamo – potremmo aprire per lei un terreno di possibilità e di opportunità, aiutandola a collocarsi in un benefico “circuito virtuoso”.

E questo grazie al contenuto logico-razionale del termine (logos), ma anche e soprattutto grazie alla sua immagine acustica (la cosiddetta phoné), che riecheggia nell’inconscio (o se si vuole, nella parte destra del cervello) movimento, operosità, novità. E ancora.
Prendiamo i termini: dis-armonia, dis-agio, dis-adattamento, in-adeguatezza, in-sufficienza, sono tutti termini che il pedagogista clinico usa per indicare stati di difficoltà della persona che sta osservando. Sebbene in negativo, contengono tutti in sé il nucleo positivo di una modalità dell’essere e del sentirsi nel mondo, che è in relazione con l’armonia, con la sensazione di agio ecc. ecc. e ne suggeriscono la possibilità di un approdo.
Al momento di questa dis-armonia, di questo in-adeguatezza si è compromesso un equilibrio di natura, di qualcosa cioè di già dato; l’intervento educativo sta nell’aiutare la persona in difficoltà a comprendere questa compromissione (non capire, ma comprendere) in modo che essa si adoperi per riavvicinarsi a questo stato, se questo stato pre-esisteva e le era conosciuto. Se non c’era – che la si aiuti ad adoperarsi a tendere ad esso attraverso la costruzione di un nuovo equilibrio. Il ripristino dell’omeostasi, il ripristino dello stato di salute o del funzionamento ottimale dell’unità corpo-mente non è altro che la riconquista del proprio equilibrio perduto (si tratta di un ritorno a casa) o della costruzione di un nuovo equilibrio (la ricerca di una nuova dimora).
Per avere conforto in quello che andiamo dicendo a proposito del “potenziale eutonico della lingua” della Pedagogia Clinica, facciamo appello a Henri Bergson, quando afferma che “ciò che caratterizza la potenza del linguaggio verbale come processo cognitivo superiore è la singolare forza di attrazione reciproca tra acusticità e vocalità ovvero la formazione di una sinergia speciale di tutti gli apparati biopsichici che regolano la successione codificazione-decodificazione, ricezione-produzione, espressione-contenuto, inestricabilmente inviluppati attorno al nucleo funzionale simultaneo pensiero-suono” (Antonino Pennisi, “Le lingue mutole – Le patologia del linguaggio fra teoria e storia” Introduzione di Tullio De Mauro, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1994, pag. 215). Seguendo questa traccia nel caso della lingua della Pedagogia Clinica potremmo avvicinarci a familiarizzare con quel potenziale che le abbiamo attribuito, nel vederlo originarsi dai quei nuclei funzionali pensieri-suoni, che, per dirla con Bergson, le conferirebbero quel “processo cognitivo superiore” e la caratterizzerebbero come lingua peculiare inerente ad un particolare campo semantico, proiettata per costituzione strutturale ad aiutare la persona in difficoltà e alla costruzione ed espansione armonica della sua personalità, in altre parole alla sua Bildung. Ma se andiamo più indietro nel tempo ritroviamo addirittura in Aristotele l’idea che il meccanismo acustico-vocale, di cui è dotato nel regno animale solo l’essere umano, ricompone e rende una cosa sola la parola articolata e l’oggetto che essa incarna, l’idea mentale e la sua replica concreta.
Questo ce lo racconta Umberto Eco in un suo scritto in inglese ( Eco U., “Semiotics in the next millenium”, Lecture given at the 7th International Congress of the IASS-AIS, October 6, 1999), quando afferma che “Aristotele approached the semiosic phenomena by distinguishing between sounds, things and pathemata tes psyches, that is, the mental image or the idea that verbal sounds activate in our mind”. L’immagine mentale che agisce nel subconscio e attiva predisposizioni d’animo.
Quello che può fare la lingua nelle sue due componenti fondamentali, logos e phoné, dovrebbe essere ora abbastanza chiaro, come pure il nostro pensiero, circa la potenzialità della lingua della Pedagogia Clinica, nella direzione dell’educazione alla salute e al ben-essere della persona.

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