La verifica pedagogica e
l’anti-riduzionismo

di Guido Pesci*

Il Pedagogista Clinico® sa che per rispondere adeguatamente alle esigenze dell’individuo occorre conoscerlo in ogni sua componente. Non solo, soddisfare l’educazione dell’uomo significa rivolgersi a soggetti di ogni età, perciò non basta riconquistare l’attenzione verso la globalità della persona, ma bisogna anche superare la concentrazione esclusiva sugli stadi dell’infanzia, della pubertà o dell’adolescenza: la finalità della Pedagogia Clinica è di rivolgersi con pari impegno in aiuto a soggetti di ogni età per tutto l’arco della loro esistenza, senza limitazioni e confini. Occorre andare oltre la teoria stadiale, contrapponendosi a quanti intendono l’ultimo stadio evolutivo della personalità con l’adolescenza e battersi contro ogni valutazione e non considerazione delle età successive, nella consapevolezza che l’età adulta o la terza età non sono affatto un periodo di stabilità e la socializzazione e l’apprendimento contraddistinguono tutto l’arco della vita.

Rivolgendosi ad individui di ogni età è perciò necessario conoscere gli ostacoli e le potenzialità di sviluppo per poter adattare a ciascuno un programma pedagogico efficace. Per aiutare una persona, prevenire o vincere disarmonie o svantaggi, è indispensabile prendere coscienza e conoscenza di tutte le sue esigenze educative, connotare le manifestazioni complesse della vita di un individuo coinvolto nella relazione con l’ambiente, in uno scambio interpsichico ed interpersonale. Il compito peculiare è proprio quello di saper coniugare conoscenze, fatti ed esigenze, da cui ipotizzare e ordinare modalità e strumenti adatti per iniziare e far seguire un’attività di aiuto; un intervento suffragato da scambi interattivi simpatetici, da un sostenuto clima di serenità, dalla chiarezza, dalla libertà, dal solido equilibrio, da una grande capacità di dare che in situazioni di scambio produce armonia e coerenza nei costrutti educativi.

La Verifica delle Potenzialità Abilità e Disponibilità (PAD) a cui ci riferiamo si inserisce in un programma di cambiamento metodologico rispetto alle formule “protocollari”, inteso a non trascurare il concetto di relazione in cui l’identità, la sicurezza, l’autonomia e la competenza si esprimono. Essa agisce sui presupposti della conoscenza di tutte le possibili variabili non tanto per stilare un giudizio riempiendo delle check-list, quanto per individuare ed analizzare le carenze e le difficoltà, le abilità e le disponibilità e saper mettere a frutto gli elementi positivi del soggetto.

Sappiamo che le manifestazioni esteriori e l’aspetto fenomenico non sono identici tra di loro e perciò si impone di osservare attentamente oltre la superficie, “muovere” dallo studio dei sintomi, all’analisi di ciò che sta dietro ai sintomi, ossia dalla manifestazione esteriore dei fenomeni, allo studio della loro essenza. Ma non basta, il Pedagogista in Aiuto alla Persona (Clinico) oltre a definire le cause e le limitazioni conseguenti alle difficoltà, deve tener conto anche ed in particolare del disagio sociale che ne deriva.

Alla base di ogni ricerca quindi non ci si riferisce al deficit, ma allo studio completo del soggetto nella sua interazione con l’ambiente circostante: non interessano i sintomi e le sindromi bensì i rapporti ed i condizionamenti reciproci all’interno del meccanismo dello sviluppo e le condizioni che lo influenzano.

La rivoluzione culturale della Pedagogia Clinica –Pedagogia in Aiuto alla Persona. ha capovolto il modello preesistente individuando nuovi orientamenti giustificati dalla consapevolezza che le nostre azioni ed i nostri pensieri non nascono senza motivo e si muovono secondo la capacità individuale di provare sentimenti ed emozioni. Non si può trascurare l’affettività, quella reazione emotiva che aumenta o diminuisce la capacità di azione del nostro corpo e rende fluida la dinamica di associazione e di comunicazione dei singoli sistemi: una dinamica affettiva a cui corrisponde quella dell’azione e del pensiero.

Per l’educazione del soggetto non è importante il deficit, ma la reazione in risposta alle difficoltà nelle quali egli si è imbattuto e che sono provocate dall’ “insufficienza”. Il soggetto non è costituito solo dai disordini e dalle difficoltà, il suo organismo e la sua persona si ristrutturano come un unico insieme offrendogli la possibilità di reagire per mezzo di un adattamento attivo, grazie al quale compensare, correggere e sostituire le “inadeguatezze”. Siamo chiamati a verificare della persona Potenzialità, Abilità e Disponibilità (PAD) per definire una programmazione educativa adeguata ed efficace. Tale compito, sicuramente difficile, risulta dall’attualizzare una metodologia che porti ad una vera conoscenza scientifica della natura e dello sviluppo del soggetto che permetta di dare risposte che si trasformino in esperienze educative, capaci di valorizzare le attitudini individuali e garantire un clima emozionale ed affettivo opportuno.

Lo studio del soggetto deve basarsi principalmente sulla qualità e non sulla determinazione quantitativa, si tratta di procedere all’analisi della volontà, dell’aspetto emotivo, della fantasia e del processo di sviluppo.

Il Pedagogista Clinico non è chiamato a valutare, ma ad apprendere, ad individuare e comprendere l’origine e il valore di ogni manifestazione dell’individuo, consapevole che ogni feticizzazione può portare al rischio di definire solo la logica formale delle classi e dei livelli, ma non permette di riassumere, oltre al concreto, l’interiorità. Deve acquisire per questo una personale abilità di analisi delle caratteristiche, delle esigenze e dei bisogni del soggetto, la capacità a decifrare una semeiotica, prodromo di risposte enunciative ed implementari. Egli deve raccogliere informazioni sulle abilità, far emergere potenzialità gnosico-prassiche, caratteristiche psicofisiche ed ogni variazione disarmonica ed “eterocronica” della persona.

È in un clima di scambio che si realizza la Verifica delle PAD, contro ogni “prescienza”, nella spontaneità della relazione, della partecipazione al dialogo, un’occasione di raccogliere, leggere, apprendere, capire e valutare ogni espressione silenziosa e verbale, senza dover sottoporre il soggetto a prove per…

Ogni espressione, ogni comunicazione ha il significato di precisare nella traduzione semantica i rapporti referenziali, i sentimenti e le emozioni connesse ai segni verbali, ai suoni, alle posture, alle distanze, ad ogni linguaggio cinetico e paralinguistico, sicuramente diversi dall’imitazione psittacistica rilevata dalla semplice indagine finalizzata alla rigida valutazione. Un buon inizio per un’opera pedagogica da realizzare dopo che noi abbiamo “imparato la lezione”.

Il soggetto ci parla con la grammatica che gli è propria, col suo modo di essere e di rappresentarsi, con un linguaggio che noi dobbiamo comprendere per arrivare al vero significato dei messaggi in esso contenuti; conoscere il soggetto, quindi, attraverso lo stare insieme per apprendere da lui gli elementi che lo caratterizzano. Per questo è necessario abbandonare le semplici categorizzazioni e muovere verso una considerazione globale che non annulli l’identità della persona, il temperamento e il carattere che la definiscono, solo dall’analisi di tutti i bisogni con cui essa cerca di farsi capire, noi dovremo e potremo agire.

Si tratta di saper apprendere senza smania tassonomica, senza intrusione, ogni messaggio, ogni codice, ogni idioma del corpo, ogni semema motorio. Tante espressioni con cui il soggetto ci parla e che non ci devono trovare distratti.

È in riferimento all’individuo e a tutti i suoi linguaggi che dobbiamo cercare di originare suggerimenti operativi, convinti che ogni riferimento tecnico e ogni metodologia non si esauriscono in un unico modulo, ma chiedono una riflessione ed un’elaborazione capaci di muovere nel rispetto della persona e dei messaggi che essa ci invia.

*Tratto da: Pesci, G. (2014). Pedagogia in Aiuto alla Persona. Il momento conoscitivo. Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze.

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