Profilo Professionale del Pedagogista Clinico®

Il pedagogista clinico si indirizza al vasto panorama dei bisogni della persona con l’intento di soddisfarli con modalità educative indispensabili al rafforzamento delle capacità individuali e al progresso culturale e sociale. L’accezione di “clinico” in estensione alla pedagogia definisce la finalità educativa come azione umana di aiuto alla persona e al gruppo.

 
 
 

Professional Act
Pedagogia in aiuto alla Persona

Da quando nel 1974 l’ortopedagogia lasciò il posto a quella che da allora è stata definita pedagogia clinica ne è passato di tempo. All’epoca si trattava di uscire da un modello eccessivamente sanitarizzante oltre che sanitario per riappropriarsi del campo epistemologico educativo indirizzato ai bisogni dell’individuo, un individuo non più e non solo bambino da traghettare all’età adulta, ma persona in sviluppo costante in ogni momento del percorso di vita. Oggi, a quaranta anni da quella data, il panorama delle professioni che si rivolgono alla persona è notevolmente cambiato: così, nell’ambito dell’evoluzione di questa scienza, il termine “clinico”, da qualcuno a volte frainteso in senso sanitario, si palesa nella sua vera essenza per assumere, rinnovato, il valore di aiuto educativo alla persona di ogni età. Un momento che chiede una riflessione profonda non soltanto da un punto di vista semantico, ma anche operativo-prassico: un nuovo passo nell’evoluzione della terminologia scientifica, dunque, capace ora di sottolineare ancor più la natura pedagogica dell’epistemologia di base, e, inoltre, qualche cambiamento nelmodus operandi che preservi e al tempo stesso sottolinei ed ispessisca i confini professionali, non percepiti come limiti, ma come l’opportunità di collocarsi nella società e al contempo riconoscere, collaborando, l’importanza delle altre professioni, più o meno nuove e organizzate.
Scopo del presente testo è illustrare i punti cardine di questo “divenire”: primo i cambiamenti semantico-lessicali, secondo gli accorgimenti operativo-professionali.

Dalla “diagnosi” alla “verifica delle PAD”
Come scrive Pesci (Pesci, G., 2012, Pedagogia clinica: pedagogia in aiuto alla persona. Torino: Omega, pp. 63-66) “Diversamente dal sanitario, il pedagogista clinico […] non si limita alle singole manifestazioni o ad accogliere un’elencazione di sintomi […] non si basa su sistemi di classificazione dei disordini secondo particolari rubriche, […] non si può limitare alla constatazione della gravità del deficit […]. Un progredito sistema diagnostico, condotto con attenzioni pedagogiche, che chiede di evitare la frantumazione dell’uomo sezionato in disturbi, turbe, disabilità, paure o complessi, e di rilevarne e classificarne la sintomatologia con un criterio teleologico-nosografico-classificatorio. […] [Il Pedagogista clinico] Ha il dovere di osservare, leggere, diagnosticare, conoscere le Potenzialità, le Abilità e le Disponibilità, (PAD), le caratteristiche psicofisiche e lo stile comportamentale della persona”. La diagnosi in pedagogia clinica è una modalità di conoscenza dell’altro che si riferisce in sintesi, all’individuazione delle potenzialità, abilità e disponibilità e delle aree di “educabilità” della persona. Il pedagogista specialista in aiuto alla persona non misura, ma analizza le potenzialità, l’integrità e l’adeguatezza dell’efficienza, le cause dell’insuccesso, e considera la persona come un’unità complessa, piena di risorse interiori.
Se la distinzione con la diagnosi sanitaria appare evidente nella sostanza, per portare a compimento pienamente la differenziazione tra la sanità e l’educazione si rende necessaria la sostituzione del temine “diagnosi” con il termine “verifica delle PAD potenzialità abilità e disponibilità”. Il temine “verifica”, infatti, richiama più facilmente alla memoria quanto gli insegnanti compiono quotidianamente nelle loro aule scolastiche, quindi esplicita ed esalta il sapore pedagogico di questo momento di conoscenza dell’altro, che tuttavia, diversamente dall’ambiente scuola, presuppone una non-valutazione, un non-giudizio. Oltre a ciò il temine “diagnosi”, derivando dal greco “dia-gnosco”, ha valore di “riconoscere attraverso” e presuppone da una parte un concetto di Verità ontologica piuttosto che di manifestazione fenomenologica e dall’altra richiama più del termine “verifica” il processo di individuazione di qualcosa. Il termine “verifica”, invece, rievoca il processo di conoscenza scientifica di un fenomeno ovvero la “verifica delle ipotesi iniziali”, che non sta per “cercare conferme” a quanto pensato precedentemente, ma prove che invalidino l’ipotesi iniziale affinché, qualora non vi si rintraccino, si possa prendere momentaneamente (salvo smentita successiva) per buona l’ipotesi di partenza. Questa seconda descrizione del processo conoscitivo dell’altro attualmente non è condivisa soltanto dalla pedagogia in aiuto alla persona; la si ritrova, infatti, in alcuni ambienti della psicologia e, più raramente, della medicina: ciononostante è il solo modo che ha la pedagogia per differenziarsi dalle altre scienze e il solo modo che ha il pedagogista per non invadere campi altrui. Pertanto, come spesso capita, il cambiamento che oggi si può individuare nella sostituzione di “diagnosi” con “verifica” avviene più a livello semantico che non operativo, in quanto da sempre i pedagogisti clinici che si sono riconosciuti nel movimento che ha dato vita all’Associazione Nazionale Pedagogisti Clinici hanno messo in atto un modus operandiconforme a questo criterio per intendere la conoscenza dell’altro. Ma non basta: perché i pedagogisti in aiuto alla persona non sono chiamati a fare soltanto una “verifica”, ma una “verifica delle PAD Potenzialità, Abilità e Disponibilità”, ovvero di quegli aspetti “positivi”, capaci di descrivere l’individuo secondo un’ottica “prossimale”(cfr. Vygotskij), orientata al futuro, e individuare le aree di educabilità della persona, cioè quegli aspetti che in un processo globale di sviluppo possono essere più di altri “tratti fuori” dalla persona attraverso strumenti, metodi e modalità pedagogiche che, come tali, implicano una dimensione relazionale di “simpatia”, anziché, come avviene per altre professioni/scienze, di “empatia”. Una ulteriore distinzione non soltanto lessicale, in quanto l’empatia (cfr. Rogers) è la capacità del professionista di sentire con consapevolezza le emozioni, i valori personali, gli stati interni del cliente e i loro significati “come se” fosse quella persona (a condizione di non sovrapporre o intrecciare la cornice di riferimento del cliente con quella propria), mentre la simpatia è l’abilità di percepire la situazione sentendo risuonare dentro di sé qualcosa di simile alla persona coinvolta: stare in una relazione simpatetica presuppone quindi uno stare in relazione, in qualche modo, meno profondo. In una relazione di tipo educativo si parla di simpatia in quanto lo scopo non è entrare in risonanza con l’altro al fine di promuovere un cambiamento nel modo di “vedere” la realtà percepita, ma è fornire, attraverso esperienze e attività, all’interno di un clima favorente, lo sviluppo di abilità e disponibilità.

Dall'”Anamnesi” all'”Analisi Storica Personale”, dal “Colloquio anamnestico” al “Colloquio Storico Personale”
Parte della diagnosi pedagogico clinica era rappresentata dall’anamnesi, un momento di conoscenza della storia dell’altro. Già Pesci (2012, pp. 68) diceva che “all’anamnesi psicologica che intende comprendere e spiegare gli aspetti intrapsichici, emotivi e motivazionali del modo in cui il soggetto si è costruito la sua storia, l’anamnesi pedagogico clinica privilegia la conoscenza, attraverso un resoconto soggettivo della persona, di fatti e situazioni che hanno caratterizzato la sua storicità. Un percorso che richiede, come ausiliario, il metodo Reflecting® con cui facilitare la riflessione, senza quantificare il qualitativo né dare numerazioni e classificazioni nominalistiche”. Un modo di fare diverso anche dall’anamnesi medica che, con un pre-supposto ontologico di tipo realista, chiede al paziente e/o ai suoi familiari notizie e informazioni riguardanti la vita del malato al fine di identificare con precisione la patologia. Di nuovo, pertanto, il cambiamento semantico-lessicale mira ad inseguire la prassi operativa che vede bene distinte le modalità con cui professionisti provenienti da ambiti scientifici differenti si confrontano con il ricordo della vita dell’altro. Da ciò è preferibile parlare di Analisi Storica Personale per riferirsi alla raccolta di notizie sulla storia di vita di una persona che si vuole conoscere per realizzare con lei un adatto percorso educativo di aiuto, una occasione libera dai criteri dell’interrogatorio/intervista per l’esplorazione dell’individuo, dal quale conoscere le diverse tonalità affettive, lo stile di vita, i modelli di partecipazione sociale, gli effetti delle influenze amicali, i sentimenti, i desideri, le tensioni, le decisioni, il modo con cui la persona si è adattata alle situazioni di ambiente ecc.
Ne consegue che anche definire “colloquio anamnestico” quel particolare tipo di interazione che mira al raggiungimento degli scopi di cui sopra per un pedagogista in aiuto alla persona oggi ha un sapore troppo sanitario e quindi è preferibile una dicitura come quella di “Colloquio Storico Personale”. Come dice Michele, il protagonista di un film di Nanni Moretti, Palombella Rossa, “chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!”. E sono importanti non solo nei confronti dell’utenza, maggiormente facilitata nel distinguere i vari professionisti e nello scegliere conseguentemente quello che reputa più adeguato alla richiesta che vorrebbe sottoporre, ma anche nei confronti di se stessi le parole hanno una rilevanza fondamentale per essere ancor più di prima diversi, separati, sebbene non contrapposti, poiché la distinzione percettiva del mondo che ci circonda è uno dei passi che ci consentono di complessizzare l’esperienza e, al contempo, porre quel confine che ci fa essere individui, unici nella nostra proprietà. Fino a qui i cambiamenti semantici-lessicali più rilevanti nel divenire della Pedagogia Clinica in vera e propria pedagogia in aiuto alla persona, cioè nel passo che oggi compie questa scienza, a quarant’anni dalla sua fondazione-formulazione, per tornare (perché di ritorno si tratta) a separare la pedagogia dal criterio sanitario.
Ora è il momento di illustrare quali cambiamenti si richiedono nella prassi per raggiungere appieno questo obiettivo. In particolare vediamo come e perché sono cambiati i criteri per una corretta conduzione pedagogica dell’analisi dell’espressività grafica e cromatica, come i test devono essere correttamente usati in pedagogia clinica e come il metodo Reflecting può inserirsi nel percorso di aiuto educativo specialistico.

Modalità e strumenti per l’analisi dell’espressività grafica e cromatica
Gli obiettivi di questo momento conoscitivo che fa parte delle verifiche delle PAD è leggere/osservare l’insieme delle manifestazioni che riguardano l’espressività grafica e cromatica. Non si tratta di “interpretare” ciò che l’altro disegna, ma di “guardarlo” e cogliere da come e da che cosa produce una rappresentazione delle abilità, disponibilità e potenzialità, fondata sulla manifestazione che la persona ha scelto di dare in quel momento al professionista attraverso quello strumento comunicativo. La lettura non può riguardare un singolo test, un singolo disegno o, peggio, un singolo elemento tratto dal test o dal disegno, ma deve essere una osservazione della globalità dell’espressività grafica e cromatica.
Fino ad ora gli strumenti più usati in questa fase erano i graphonage (figura umana, albero, casa, famiglia) e l’adattamento della versione breve del Color Lüscher Test. Oggi si ritiene di fare affidamento ad una lettura globale e complessiva del disegno libero, modalità che meglio consente l’espressione libera di sé; del disegno della figura umana, primariamente importante per le informazioni che possono riguardare lo schema corporeo; del disegno della famiglia, in quanto racconto di come una persona si rappresenta una o la propria famiglia; dell’adattamento della versione breve del Color Lüscher Test, strumento già considerato dal suo Autore utilizzabile in più ambiti da professionisti diversi; e, infine, della Lettera di presentazione di sé, una “nuova” modalità narrativa, non così dissimile dal “tema” richiesto dagli insegnanti a scuola, ma realizzata in un contesto diverso con modalità proprie e criteri di lettura specifici.
Come si vede si è ritenuto adatto togliere dal ventaglio di questi strumenti, i quali non possono essere osservati se non tutti e tutti nel loro complesso, i graphonage dell’albero e della casa, con i quali per il professionista è più difficile tenere a freno l’interpretazione per concentrarsi sulla loro lettura. Qualcuno potrebbe obiettare che non è facile cogliere la differenza fra interpretare e leggere/osservare e in effetti, per chi non conosce i propri confini professionali, può essere una operazione non del tutto priva di ostacoli e sconfinamenti, ma proviamo a fare un po’ di chiarezza: l’interpretazione è, in generale, il risalire ad un significato partendo da un segno. Per interpretare occorre vedere i singoli segni, quindi procedere con una segmentazione del fenomeno per una ricomposizione ermeneutica finale che considera, a seconda dell’impostazione epistemologica di fondo, l’interpretante più o meno depositario di una verità ontologica rispetto all’interpretato. Leggere/osservare, invece, ha valore di “custodire”, “considerare”, è quel processo del guardare la gestalt complessiva del fenomeno per coglierla, “custodirla” appunto, nella sua globalità e considerarla una rappresentazione di sé, priva, per quel che riguarda l’osservatore non chiamato ad interpretare, di un valore assoluto, di un significato recondito, di un senso profondo. Leggere/osservare significa stare di fronte ad un fenomeno e fare alcune considerazioni di superficie capaci, in questo caso, di dare indicazioni (non significati) rispetto alle potenzialità espressive, alle abilità nell’uso segnico-grafico-cromatico e disponibilità di relazione ad entrare in rapporto con il professionista in quel determinato momento.

L’uso dei test in Pedagogia in aiuto alla Persona
La verifica delle PAD si svolge lungo un percorso che prevede l’accoglienza, l’Analisi Storica Personale e l’osservazione diretta o realizzata attraverso strumenti specifici quali i test, tutti procedimenti capaci di previsione e di verifica con cui rilevare ogni potenzialità, abilità e disponibilità dei soggetti che richiedono un aiuto educativo specialistico. Test, questionari e modalità di analisi informano sugli aspetti caratterizzanti la persona ed offrono un’espansione conoscitiva che integra il percorso di verifica all’interno della pedagogia in aiuto alla persona.

Durante la formazione i pedagogisti specialisti in aiuto alla persona attualmente apprendono le modalità per proporre e leggere i test Organizzazione grafo-percettiva, Attenzione e faticabilità, Mnesi Immediata, il Test verbale di maturità logica, l’Osservazione della manifestazioni ansiose e depressive, la Scala di valutazione del riadattamento sociale, il Questionario sul Self-Concept, la Scala di Valori Professionali, il Test del Pensiero Creativo, tutti editi dalle Edizioni Scientifiche ISFAR tranne gli ultimi due editi da Organizzazioni Speciali.
I pedagogisti clinici iscritti all’ANPEC, inoltre, detengono una professionalità riconosciuta come qualifica di accesso all’utilizzo dei test delle Organizzazioni Speciali (codice di accesso B1). A questa categoria appartengono numerosi test tra cui, a titolo di esempio, le Nuove Prove di lettura MT per la Scuola Secondaria di I Grado, le Prove di Lettura MT-2 per la Scuola Primaria, le Prove MT Avanzate – 2, il DDE-2, il Q1 VATA, il MAT-2, il PRCR-2/2009, le Prove di Valutazione Grammaticale dell’Italiano Scritto, la Batteria per la valutazione della Scrittura e della Competenza Ortografica nella Scuola dell’Obbligo ecc. Molti di questi test, tuttavia, hanno una epistemologia e delle premesse di base molto distanti dai principi del pedagogista specialista in aiuto alla persona e pertanto, qualora vengano da questo utilizzati, devono essere adattati all’uso e agli obiettivi conoscitivi della sua professione. Prendiamo ad esempio il caso dell’ambito relativo alla Legge 170/2010: il pedagogista specialista in pedagogia in aiuto alla persona, che in alcune regioni italiane può far parte dell’equipe impegnata nella «somministrazione» di test per l'”identificazione dei DSA” potrebbe dover utilizzare reattivi specifici per l’individuazione di disturbi degli apprendimenti: in casi del genere, proprio per non compromettere la sua specificità di intervento di aiuto, se ha condotto il processo conoscitivo in questo modo, non procederà con l’intervento pedagogico specialistico. Ciò a conferma che in quanto pedagogista può fornire informazioni utili ad una diagnosi (quantizzante) di tipo sanitario nell’ambito degli apprendimenti, “luogo” peraltro da sempre appannaggio della scienza pedagogica, ma, in quanto pedagogista in aiuto alla persona, non si impegnerà in interventi che basandositout court su “dati” quantificabili e spiegati in modo sanitario non possono che essere de factu espressioni di una clinica essa stessa sanitaria. Il pedagogista in aiuto alla persona potrà intervenire su persone che hanno delle difficoltà negli apprendimenti solo a partire da una verifica delle potenzialità, abilità e disponibilità globale e, in un certo senso, anti-sanitaria, secondo i criteri, le modalità e le metodologie sopra richiamate.

L’utilizzo del Metodo Reflecting®
Infine una precisazione investe anche l’uso del Metodo Reflecting in Pedagogia clinica. Attraverso forme comunicative prevalentemente, ma non esclusivamente, non verbali il Metodo Reflecting® si rivolge a persone, coppie, gruppi per promuovere una riflessione circa i loro modi di affrontare alcuni eventi di vita e per sviluppare una evoluzione positiva. I tre pilastri su cui si fonda la teoria della tecnica del Reflecting® sono il silenzio (non soltanto nello stare in ascolto, ma l’uso attivo del silenzio come modalità comunicante), la parola (il cui uso è parcellizzato tanto da essere definibile come “attrice non protagonista”) e la comunicazione non verbale (non soltanto letta, osservata, ma usata intenzionalmente per veicolare stimoli).
Il Metodo Reflecting, che ha una matrice pedagogica di riferimento, rappresenta una modalità usata dal pedagogista specialista in pedagogia in aiuto alla persona in tutte quelle occasioni di scambio comunicativo con l’altro, ma è anche un mezzo che, a partire dall’adolescenza, con singoli, coppie e/o genitori e gruppi può essere usato in modo preminente rispetto ad altri metodi. Nel contesto di ridefinizione del modus operandi che oggi siamo chiamati a fare è bene precisare che il Metodo Reflecting® è un metodo ausiliario all’intervento pedagogico specialistico, pertanto solo con i gruppi può essere usato senza ulteriori metodi a corredo. Ciò ha una duplice importanza, una che riguarda più propriamente il professionista, l’altra che riguarda l’utenza: in entrambi i casi l’utilizzo congiunto di tale metodologia con altre complementari consente di rimarcare (soprattutto quando si lavora in uno studio privato) una differenza anche operativa con altri professionisti, alcuni dei quali riconosciuti, magari in maniera riduttiva e semplicistica, come esperti dell’arte della parola e del colloquio. Ciò è tanto più vero considerando che tale metodo non è esclusivo della professione di pedagogista specialista in aiuto alla persona, ma può essere usato, se opportunamente conosciuto e qualora se ne possieda autorizzazione, da diverse figure professionali, ognuna delle quali è chiamata ad inserirlo nella propria cornice di riferimento.

Conclusioni
Una volta messi in evidenza i punti cardine del “divenire” della Pedagogia Clinica-Pedagogia in aiuto alla Persona è facile considerare che i cambiamenti semantico-lessicali e gli accorgimenti operativi raccontano una storia di impegno costante nel mantenimento di correttezza scientifica e rispetto dei confini professionali. Una storia dalla quale si capisce che a differenziare l’educazione dalla sanità, professioni sanitarie e professioni socio-educative, non sono tanto e soltanto i metodi che si utilizzano, anche se questi sono esclusivi, coperti da marchio registrato e appartenenti ad un “pacchetto” completo e sufficientemente esaustivo, bensì sono gli obiettivi che ci si pongono e l’epistemologia che sostiene le modalità per raggiungere tali scopi.
Quanto esposto è solo il cambiamento più evidente di un sapere scientifico, quello che più facilmente ciascun professionista può sentire sulla propria pelle, un mutamento che non si può arrestare qui e che anzi deve accompagnare i prossimi decenni cogliendo da essi le sfide e le opportunità che differenti modi di costruire il sapere scientifico e le professioni attualmente operanti nell’ambito dell’aiuto alla persona potranno mostrare, poiché una professione che sa cambiare e sa mettersi in discussione è più viva e vitale di una che crede graniticamente in se stessa e si contenta della (in-)certezza di esistere nel modo in cui ora si mostra.

Guido Pesci
Simone Pesci

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