Accogliere e integrare gli alunni diversamente abili: oltre la comunicazione per aprirsi alla relazione

di Antonio Viviani e Carmen Torrisi

 

L’atelier Pedagogico Clinico “Accogliere per Integrare” è stato promosso dal Liceo Statale “Rosmini” di Grosseto, finalizzato al potenziamento delle abilità relazionali del personale ausiliario preposto alla cura degli alunni diversamente abili.

I collaboratori scolastici, così come previsto dalla normativa di riferimento in materia di handicap, sono chiamati a coadiuvare i docenti, garantendo la cosiddetta assistenza di base per allievi con handicap fisici o sensoriali.

In tal senso, assumono particolare rilevanza, gli aspetti correlati al contatto con la persona diversamente abile quotidianamente indispensabili per lo svolgimento delle attività didattiche di sostegno realizzate dall’intero consiglio di classe, il nucleo del PEI (Piano Educativo Individualizzato).

Lavorare per offrire aiuto ad allievi dotati di “diverse” potenzialità ed esigenze, richiede una “diversa” dedizione e una “diversa” modalità di contatto. Simili in- terventi indubbiamente possono risultare impegnativi, ma possibili e gratificanti a condizione che quanti operano a favore degli alunni diversabili siano provvisti della maturità umana e professionale che non si affida ciecamente al buon senso ma rimane ben salda sui principi etici e legislativo-scolastici a tutela della persona. Accogliere e integrare sono atti educativi che presuppongono la precisa volontà di svolgere la propria professione per il bene dell’alunno e non contemplano atti di sostituzione dei compiti e delle azioni che egli può e deve poter svolgere con dignità e autonomia. La diversità può essere maldestramente amplificata quando si sottovalutano le risorse che ogni alunno presenta. L’operatore sco- lastico ausiliario rappresenta una figura di riferimento, un “custode” capace di assistere prontamente in qualunque frangente.

In nessun caso si tratterà di una figura invadente, autoritaria e chissà forse a tratti tirannica, ma di chi sa essere pronto e disponi- bile nel prestare un’assistenza intelligente ossia incline ad adattarsi adeguatamente alle situazioni che gli si pongono di fronte.

Il collaboratore scolastico, una volta chiamato bidello (ora da intendere con accezione riduttiva e negativa) in termini di riconoscibilità sociale è sostanzialmente una figura in standby. Spesso relegato sullo sfondo dello scenario scolastico, è paradossalmente un attore non protagonista, ancora in attesa che il delicato ruolo ricoperto all’interno dei complessi meccanismi scolastici, sia pienamente apprezzato da quanti beneficiano del suo insostituibile e fattivo contributo.

In realtà, se opportunamente formato, il collaboratore può diventare uno degli attori fondamentali dell’organizzazione scolastica insieme ai docenti, agli allievi ed ai genitori. Un professionista che si occupa di tutti gli allievi, dotato non solo di attitudine all’ascolto e all’accoglienza, ma, se adeguatamente formato, attento alla semiotica della relazione, pronto a cogliere ogni sfumatura comunicazionale.

Quando aiuta gli allievi diversabili, potrebbe far parte del consiglio di classe allargato (al personale ASL e alle famiglie) in virtù del costante contatto con gli studenti in spazi e tempi diversi da quelli vissuti dai docenti.

Alla luce di queste considerazioni, appare auspicabile una nuova prospettiva della figura del collaboratore che, se integrata adeguatamente nel sistema scuola, presenta potenzialità di rilievo per fornire un aiuto ancora più efficace.

Gli ausiliari, rappresentano, oltre che per i docenti e gli studenti, un punto di riferimento essenziale per le famiglie e gli operatori ex-trascolastici che a vario titolo, prestano il loro servizio a suppor- to dell’intera rete di supporto.

Questo aspetto evidenzia la fitta trama di relazioni alla base dell’efficienza dell’istituzione scolastica e sottolinea la necessità che ogni individuo non sia soltanto a conoscenza delle proprie modalità comunicative ma che sappia ben implementare uno scambio relazionale. Non si tratta infatti di “mettere qualcosa in comune” (comunicazione), ma di saper sostare in ambiti relazionali sempre più impegnativi (si pensi, ad esempio, al cosiddetto fenomeno del bullismo e, ultimamente, ai BES – Bisogni Educativi Speciali – che includono anche “le abilità diverse”).

Nel sistema-scuola, così come sul piano sociale inteso globalmente, la diversabilità ha diritto non solo ad una reale integrazione, ma da una vera e propria inclusione; la capacità di accogliere gli allievi con bisogni speciali determina di conseguenza, la qualità effettiva dell’istituzione educativa. La scuola che accoglie gli allievi diversabili ne valorizza la presenza, fronteggiando le difficoltà relazionali e le incomprensioni linguistiche (verbali e non verbali) che compromettono sia l’apprendimento didattico, sia la socializzazione.

Nella progettazione e attuazione dell’evento formativo, sono confluiti sinergicamente i contributi multidisciplinari afferenti la Psicologia (informazioni sulle classificazioni delle patologie, per andare comunque oltre una mera classificazione nosografica) e la Pedagogia Clinica, con l’attenzione a nutrimenti globali della persona.

Sul piano esperienziale, il laboratorio è stato caratterizzato dalla coesistenza di simulate, drammatizzazioni e rappresentazioni sceniche concomitanti con processi riflessivi.

L’offerta di situazioni relazionali dirette e concrete è stata ritenuta funzionale non solo affinché fose possibile vagliare la tipologia degli scambi ma anche perché il corsista potesse avvertire la ne- cessità di vivere, riconoscere e “aggiustare” le proprie modalità relazionali in tempo reale!

Ulteriori opportunità formative individuali, di coppia e di gruppo sono state desunte dal metodo Edumovement® e dalla Pedagogia Creativa; per i corsisti il proprio mondo interiore è diventato più facilmente afferrabile e manifestabile attraverso il movimento educativo del corpo e l’espressione grafica. In congruenza con i fondamenti epistemologici della Pedagogia Clinica, nel setting esente da atteggiamenti direttivi e condizionanti, non sono stati forniti gli attesi pareri e suggerimenti.

Dalla dinamicità, requisito prioritario del progetto, è scaturita un’alternativa alla staticità prevista dai corsi di formazione tradizionali. Così i “nostri” ben presto hanno realizzato che le comode poltrone, poste in bell’ordine in aula magna, avrebbero rappresentato in questa circostanza, solo dei posti di riferimento fisici su cui sostare brevemente all’inizio e alla fine di ogni incontro. Si è trattato, infatti, di punti di appoggio che in realtà, il più delle volte sono stati collocati da subito ai margini dell’aula per lasciare libero lo “spazio fisico”. Nell’aula diventata un luogo d’incontro    sicuro, esente da orecchi indiscreti, attraverso il metodo reflecting®, raccontarsi non è stato difficile; ha rappresentato il posto adatto per liberarsi di quei pesi che a lungo hanno gravato sulla persona nella sua interezza psicofisica e il luogo dove depositare le proprie zavorre. Il gruppo è apparso “assetato” di attenzione e disponibile alla riflessione; alcuni corsisti hanno raccontato il loro vissuto lavorativo, mentre altri hanno trovato elementi di comunanza in quanto dichiarato, ritrovandosi in alcune vicissitudini simili. Tutti hanno sostenuto con fermezza l’importanza del loro ruolo all’interno delle dinamiche scolastiche, soprattutto quando le incomprensioni tra le varie componenti interne ed esterne, richiedono il loro intervento fluidificatore; particolare riferimento è stato fatto alla figura dei genitori che spesso confidano ai collaboratori timori ed ansie.

Il clima laboratoriale è stato articolato; a chiusure, inibizioni e blocchi interiori si sono alternati sfoghi, aperture e vere e proprie esplosioni. Lungo il percorso, profonde dinamiche esistenziali hanno favorito un incremento di vitalità attraverso la riflessione. Il gruppo, impegnato nell’ecoscandaglio delle cause del disagio interiore, ha potuto esaminare in autonomia decisionale e attraverso le proprie abilità critiche, i complessi aspetti della relazione con l’altro e vagliare gli effetti di differenti stili comportamentali, in prospettiva intra e interpersonale.

La ricerca di migliori equilibri relazionali quindi, è partita da un’autoanalisi autentica e funzionale al rapporto con se stessi e, a ricaduta, con gli altri.

Superata la logica della mera denuncia sociale e conclusa la disamina delle inadeguatezze, è emersa l’importanza di porre attenzione alle proprie responsabilità. E seppur lentamente, sono affiorati aspetti positivi riferiti soprattutto a contesti affettivi con gli alunni ed a gesti di solidarietà e mutuo soccorso tra colleghi.

Le difficoltà umane e logistiche, descritte con indignazione, sono state analizzate e riversate al centro del cerchio costituito da operatori scolastici e formatori ed il fil rouge tematico degli incontri è riassumibile nei concetti-chiave di accoglienza e relazione.

Il progetto pedagogico clinico si è avvalso di contributi teorici concernenti la complessa dimensione della diversabilità; offerti attraverso supporti multimediali, appositi dinamismi (verbali, figurativi e filmici) hanno arricchito il percorso formativo  e suscitato maggiore consapevolezza civica. L’elaborazione di input intro- spettivi ha richiesto al gruppo disponibilità e motivazione per procedere alla conquista di “nuovi orizzonti”.

Incontro dopo incontro, i retaggi di pregiudizi e di distorsioni cognitive, filtrati dalla rielaborazione, sono divenuti possibilità e intuizioni costruttive. Superata l’esigenza di sostare sulle criticità del contesto lavorativo, l’iniziale resistenza al cambiamento è andata attenuandosi. rimossa gradualmente la pesantezza causata da rabbia e frustrazione, il gruppo ha raggiunto uno stato di liberazione e una rinnovata consapevolezza del proprio valore. Nuove intuizioni, nuove percezioni e nuove sensazioni sono divenute prodromo per l’espansione del sé. Migliorate le intese e accettate la diversità degli altri (tempi, modi, bisogni, paure, desideri, abitudini) i corsisti si sono rivelati motivati nell’affinare le doti espressivo-relazionali.

È emerso con forza il bisogno educativo che il personale scolastico sviluppi conoscenze e competenze che consentano l’ottimizzazione delle energie personali, in considerazione dell’importanza di evitarne qualsiasi spreco o dispersione.

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n.29/2013)

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