Affrontare le incertezze. La Pedagogia Clinica come via per questa nuova sfida

di Carlo Matteo Callegaro

“Gli dèi ci creano tante sorprese: l’atteso non si compie, e all’inatteso un dio apre la via.” Euripide Tra aprile e maggio 2020 ben 350 persone hanno partecipato alla ricerca sociale: “Che cosa cambierà?” rispondendo dall’Italia e dall’esterno, ma principalmente dal Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Ricerca realizzata da Ignazio Drudi, Maria Vittoria Sardella, Michele Sartori per l’associazione AIATEL. Un lavoro interessante anche perché pone l’accento su aspetti qualitativi oltre che quantitativi. Nella ricerca è stato chiesto alle persone opinioni rispetto a cosa pensano potrà cambiare a causa della pandemia COVID-19, in termini di assetto sociale e personale. Le persone hanno dichiarato che i sentimenti provati nel periodo di lockdown sono principalmente di frustrazione, rabbia, impotenza e paura. Questo è del tutto coerente con la situazione e confortato anche dalla propria esperienza personale. Interessante invece è l’ultima domanda del questionario: “Quali cambiamenti ti piacerebbero ci fossero nella nostra società finita l’emergenza?”. Il 71% degli intervistati dichiara che oltre a cambiamenti legati alla sanità, lavoro e governance, si aspetta di continuare la solidarietà nei confronti delle altre persone e nei confronti del genere umano. Se quindi da una parte le persone hanno vissuto sentimenti di paura e frustrazione, che tutt’ora persistono, dall’altra desidera aprirsi ai bisogni dell’altro. Verrebbe da pensare che la paura e la frustrazione portino alla chiusura, a cercare protezione riducendo contatti e relazioni. Eppure, il desiderio è di socialità, di relazione, di aiuto reciproco. Di certo questo evento mondiale ha colto tutti, più o meno, impreparati ad affrontare cambi di stili di vita e di relazioni. In questa situazione fortemente magmatica sentimenti opposti emergono, anche andando contro la logica razionale. Di questo non dobbiamo stupirci, l’essere umano è pieno di contraddizioni logiche. Certo è che tutti questi cambiamenti stanno portando non poco disagio alle persone, colpendo tutte le fasce d’età, dai bambini agli anziani, passando dagli adulti. Lo stiamo constatando nei nostri studi professionali di Pedagogia Clinica , in cui i nuovi accessi hanno spesso questo minimo denominatore comune: il disagio provocato dall’incertezza. Disagio che si manifesta in varie forme: dall’ansia di affrontare la scuola, il posto di lavoro, entrare in un negozio, o ritiro sociale. Paura e frustrazione sono i temi maggiormente portati dai nostri clienti in questi mesi. Ben vent’anni fa un grande sociologo e pedagogista francese Edgar Morin scrisse il libro: “I sette saperi necessari all’educazione del futuro” libro fortemente voluto dall’UNESCO. L’autore elenca sette temi che considera fondamentali per l’insegnamento del terzo millennio, andando oltre le singole materie, ma concentrandosi su delle competenze traversali utili a vivere al meglio il futuro. Uno dei sette saperi è affrontare le incertezze. “Dobbiamo imparare ad affrontare l’incertezza” afferma con grande forza, e mai più che oggi questo suo invito mi sembra adeguato. Il terzo millennio è l’era dell’incertezza, causata da continui mutamenti, e da situazioni che coinvolgono tutto il pianeta (come la pandemia COVID-19 per esempio). In questi giorni, sui giornali tanto si parla di interventi sanitari per gestire l’ansia che la situazione porta, e ritengo giusto operare anche su questo fronte. Allo stesso tempo credo che ora più che mai sia arrivato il tempo della Pedagogia Clinica , dell’educazione che forma la persona ad affrontare sia questa situazione di incertezza, ma anche quello che verranno. Siamo chiamati ad attrezzarci con nuovi paradigmi per stare in un mondo che sarà sempre più incerto, magmatico, fluido e soprattutto poco controllabile, o meno non controllabile. Si sa che l’essere umano ama il controllo perché ciò genera sicurezza, abbassa l’ansia. Un mondo prevedibile, codificabile, e soprattutto controllabile. Il secondo millennio si è chiuso con l’esaltazione del controllo grazie allo sviluppo tecnologico e delle scienze che sicuramente hanno avuto un grande sviluppo. La generazione a cavallo tra i due millenni è stata nutrita da concetti in cui la scienza e la tecnologia avrebbero portato ad una vita confortevole, e quindi controllabile. Di fatto gli eventi hanno dimostrato il contrario. C’è ancora una flebile speranza nelle persone che tutto possa tornare come prima, quando si aveva l’illusione di controllare gli eventi e soprattutto il futuro. La pandemia di COVID-19 ci sta aprendo solo gli occhi rispetto al fatto che il terzo millennio sarà il millennio dell’incertezza. La domanda è, può la Pedagogia Clinica essere lo strumento per fornire questa la capacità di affrontare l’incertezza senza rimanerne schiacciata, ma cogliendo ciò che essa porta con sé: il buono e il cattivo? Ritengo che la risposta sia sì, assolutamente sì. Nel Professional Autonomy Statement, la carta principe di presentazione della figura professionale del Pedagogista Clinico® si definisce la Pedagogia Clinica come una scienza che: “… studia, approfondisce e rinnova metodi con spirito educativo finalizzati ad aiutare il singolo individuo, la coppia e il gruppo a crescere in senso armonico per raggiungere nuovi equilibri e nuove disponibilità allo scambio con gli altri”. Quali sono i nuovi equilibri da raggiungere? L’equilibrio non è mai statico, ma è costante movimento, come il giocoliere sul filo che continua ad aggiustare la propria posizione e camminare, perché sa che se si ferma cadrà. I metodi e le tecniche messi in atto dal Pedagogista Clinico® hanno lo scopo di liberare nuove energie, attivare e valorizzare ciò che è presente nella persona. Soprattutto le proprie capacità di adattamento all’ambiente, qualunque esso sia, e qualunque richiesta esso pone alla persona. Ora l’ambiente è incerto, in continuo cambiamento, quindi grazie ai percorsi Pedagogico Clinici la persona può sviluppare questa capacità di adattamento che è quella richiesta da questo terzo millennio. Grazie all’accesso alle proprie capacità creative e del pensiero divergente, la persona può spostare il proprio punto di vista e vedere ciò che ancora non c’è o che è nascosto. Perché, come afferma Edgar Morin: “Il pensiero deve dunque armarsi e agguerrirsi per affrontare l’incertezza”. Non solo, scopo della Pedagogia Clinica è anche aprirsi a nuove disponibilità allo scambio con altri e questo risponde perfettamente alle aspettative delle persone intervistate nella ricerca citata in apertura. Il bisogno di relazione, di aiuto reciproco, di solidarietà trova risposta nei percorsi Pedagogici Clinici in quanto tutte le tecniche e metodologie si sostanziano all’interno di relazioni interpersonali, in primis tra il Pedagogista Clinico® e il cliente e poi tra i vari partecipanti ai gruppi (ove l’intervento sia offerto al gruppo). Nel percorso di formazione del Pedagogista Clinico® noi didatti ribadiamo con forza che tutte le tecniche e le metodologie di lavoro si devono sostanziare all’interno di una relazione con il cliente, altrimenti sono meri tecnicismi fini a sé stesse. Una relazione simpatetica in cui il cliente sperimenta la vicinanza del professionista e allo stesso uno spazio personale che permette la crescita, quindi una relazione che non sovrasta o soffoca il cliente. È quindi possibile pensare che la Pedagogia Clinica sia quindi un ottimo strumento non tanto, e non solo, per aiutare le persone a superare i disagi creati dalla situazione attuale, ma anche e soprattutto per fornire strumenti per il futuro. Auspico che questa scienza possa sempre più entrare nelle case delle persone, nelle istituzioni educative e sociali, perché risponde ai bisogni dell’uomo e della donna del terzo millennio e che le persone imparino a “…sperare nell’insperato e operare per l’improbabile”. Un improbabile che lasci spazio alla novità, alla creatività e al futuro.