Aiutare un bambino a superare il dolore per l’abbandono di un genitore

di Manuela Murabito

 

I bambini hanno bisogno di aiuto per elaborare il dolore causato dall’allontanamento di un genitore, è una perdita, e quando si perde qualcuno che si ama, il mondo viene privato del suo calore e del suo colore, sembra di vivere in un gelido e arido inverno, fino a odiare la propria vita, maturare dei sensi di colpa ed avere un’infinita voglia di piangere.

Quando la persona amata se ne va, il bambino si trova a dover affrontare una terribile verità: “nessuna possibilità di condivisione” (Winnicott, 1996, p. 47). Le esperienze condivise con la persona che si ama sono un tesoro prezioso e la consapevolezza che non si vivranno mai più diviene un’agonia.

Vi sono bambini che non riescono a sopportare la propria sofferenza, perché è troppo dolorosa, troppo spaventosa. L’intollerabile è poi facile che diventi impensabile, ma la negazione ha un prezzo molto alto, può far provare un senso di torpore, di distacco dalla realtà. Privandosi di alcune emozioni, i bambini rischiano di rinunciare a una parte importante di vita, talvolta addirittura all’essenziale contatto con se stessi.

Il presente contributo vuole sollecitare l’attenzione e la riflessione sul lavoro del Pedagogista Clinico® di fronte a situazioni di grave disagio personale, in questo caso, la perdita di una persona cara a testimonianza di come i metodi pedagogico clinici rappresentino un valido aiuto per liberare il soggetto dallo stato di disagio psicofisico che vive la persona permettendole di ripristinare in sé nuovi equilibri e nuove disponibilità.

A tal proposito espongo il lavoro svolto presso il mio studio con Denise, 10 anni, che ha subito il trauma di una relazione interrotta tanto bruscamente quanto improvvisamente, ovvero l’abbandono della famiglia, da parte del padre, e la conseguente separazione dei genitori.

Bisogna sottolineare, innanzitutto, come siano stati forti e pregnanti i vissuti della bambina di fronte a tale situazione. La bambina si è sentita abbandonata e non riconosciuta nel suo dolore. Ha dovuto farsi carico di una situazione familiare “non scelta” maturando spesso sentimenti di rabbia e di risentimento verso i genitori ritenendo uno dei due responsabile.

Ha sperimentato nell’ambito dello sviluppo emotivo-affettivo sentimenti di rabbia, di inadeguatezza e bassa autostima, di sfiducia e diffidenza elementi che hanno fortemente condizionato il suo equilibrio emotivo, affettivo e relazionale.

I sentimenti che hanno prevalentemente caratterizzato i primi mesi di lavoro con Denise sono stati la tristezza, l’ansia dell’abbandono, i sensi di colpa verso la nuova situazione, la paura del buio con relativi disturbi del sonno, l’insicurezza, la bassa autostima. Denise ha cercato anche di “comprimere” il suo stato d’animo che però ha avuto come conseguenza l’affiorare di comportamenti aggressivi verso la madre, di intolleranza e di insofferenza.

Quando ho iniziato con Denise la verifica delle Potenzialità Abilità e Disponibilità, dal disegno libero emergevano paesaggi spogli privi di vita e di vegetazione, privi di movimento e senza colo- re, ambienti aridi senza sole espressione del suo stato emotivo affettivo. Quando spontaneamente   la   bambina  decideva di commentare il uo elaborato, elemento positivo che mi faceva pensare ad una possibilità di condivisione del dolore e di apertura all’altro, mi esprime- va tutto il vuoto del suo mondo interiore, il suo dolore, la sua solitudine, il suo sentirsi “schiacciata fin nel profondo della terra”. Una osservazione approfondita mi ha permesso di raccogliere un insieme di elementi fonda- mentali, utili ad individuare il giusto intervento di aiuto pedagogico clinico nei confronti della bambina.

Denise mostrava un senso di insicurezza che si rifletteva nell’impaccio dei movimenti, un dinamismo respiratorio poco flui- do e una scarsa capacità ad esprimere sé stessa. Manifestava difficoltà a comunicare il dolore che stava provando, difficoltà  ad addormentarsi, una profonda ansia di separazione dalla figura materna, paura dei luoghi chiusi e del buio, incubi notturni, terrore per la solitudine. Si esprimeva a voce bassa, con bisbiglii e un ritmo lento, mantenendo spesso la postura protratta in avanti e lo sguardo rivolto verso il basso.

Da quanto è emerso durante la Verifica delle PAD, ho maturato un percorso di aiuto pedagogico clinico che potesse favorire innanzitutto la comunicazione, esprimere le sensazioni e i fatti vissuti, superare le difficoltà e l’ansia nel vivere i rapporti, offrirle strumenti idonei al recupero dell’autonomia socio-relazionale, emotiva, intellettiva e operativa, nel farle superare il disagio psico-emozionale provocato dall’abbandono da parte del padre.

Un prezioso aiuto nel percorso intrapreso è stato fornito dalle tecniche della Pedagogia Clinica,  ed in particolare dalle esperienze desunte dai metodi Discover Project®, Edumovement®, InterArt®, Musicopedagogia®, che si sono mostrate efficaci nel favorire lo sviluppo e la presa di coscienza di sé e delle proprie capacità espressive e comunicative, l’abbattimento tensionale e l’accesso allo scambio. Il DiscoverProject e l’Edumovement, oltre a promuovere la percezione propriocettiva, hanno contribuito alla ricerca e al riconoscimento delle varie parti del corpo “percepite e non”, al potenziamento dell’equilibrio toni- co ed emotivo – affettivo e del dinamismo respiratorio, rappre- sentando per Denise l’opportunità di ricerca di un nuovo equilibrio fisico ed emotivo. Sul dinamismo respiratorio, la cui alterazione era strettamente legata al trauma vissuto dalla bambina, ho dedicato buona parte del percorso pedagogico clinico che ha subito nel corso del tempo variazioni importanti strettamente legate allo sviluppo emotivo di Denise e alla presa  di  coscienza dei suoi vissuti e del suo “esistere” ed “essere”. Denise ha scoperto pian piano la sua energia vitale, la sua forza, la sua volontà, il suo “volersi esprimere” attraverso il corpo e i gesti.

Le esperienze desunte dal metodo Interart e dal metodo Musicopedagogia hanno rappresentato per Denise un’opportunità espressiva e comunicazionale ricca di risorse. Attraverso il disegno, la poesia, la pittura, la danza e la drammatizzazione, Denise ha espresso tutto il suo mondo interiore  con la consapevolezza di voler “lasciare traccia di sé”.

Linguaggi espressivi che richiedono alla persona di acquisire abilità nell’attenzione e nell’autocontrollo, vivere il proprio corpo, sentirlo, parteciparlo, vincere o canalizzare le tensioni emotive, scoprire le diverse intensità di tatto, di pressione o di esitazione, la varietà dei ritmi e di espansione nello spazio, la possibilità di conoscersi, di vive- re e provare emozione. (Anna Pesci, Metodo InterArt®, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, pag. 13).

Così Denise non si è sentita più sola nella sua sofferenza ma ha potuto condividere insieme all’altro (me nel ruolo del Pedagogista Clinico) nuovi modi per affrontare il suo dolore cercando dentro di sé i sistemi per reagire. Ha avuto la possibilità di parlare al padre assente, di porgli delle domande e dei perché, di esternare la rabbia nei suoi confronti fino al punto di gridargli contro e di cacciarlo. Tali momenti sono stati intensi e ricchi di significa- to, considerati pertanto elementi positivi nel suo percorso di riequilibrio psico-emozionale. Il percorso pedagogico clinico ha visto Denise protagonista diretta del proprio cambiamento: dai vissuti di solitudine, malinconia, paura, insicurezza sperimentati durante i primi sei mesi alla presa di coscienza dei fatti accaduti, alla possibilità di esprimere se stessa e “narrarsi” senza inibizioni fino al raggiungimento di un equilibrio emotivo affettivo che le ha permesso di sentirsi nuovamente protagonista della propria vita.

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n.31/2014)

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