Alba Passarella

All’inizio degli anni 2000 studiavo Scienze dell’Educazione quando mi offrirono di collaborare a un paio di progetti con psicologi e pedagogisti, accettai subito: il desiderio di fare esperienza e perché no, portarmi a casa qualche soldino, mi fecero catapultare in una realtà mai vista prima, scevra da ogni pregiudizio o condizionamento formativo. Cammin facendo scoprii che si trattava di un’equipe multi disciplinare con psicoterapeuti di varie scuole, assistenti sociali, educatori e un Pedagogista Clinico: termine mai sentito prima. Lavorandoci insieme, rimasi affascinata di come era in grado di comunicare senza parlare, coinvolgere e promuovere cambiamenti senza essere direttivo…insomma, un’efficacia straordinaria ai miei occhi, che mi prese a tal punto da voler “fare il pedagogista clinico anche io da grande” anche se non avevo alcuna consapevolezza di cosa fosse in concreto. Dal confronto con questa persona, emerse come fosse importante studiare e approfondire, non essere giudicanti ma accoglienti, non proporre mai ad altri di fare qualcosa che prima non avessi provato sulla mia pelle. Ero sempre più determinata a “fare” questo mestiere, allora ammetto un po’ misterioso e forse per questo così accattivante ai miei occhi di giovane educatrice.
Esperienza formativa.
Mi spiegarono che avrei potuto iscrivermi al corso per diventare Pedagogista Clinico già nell’ultimo anno di corso della Laure Specialistica in Consulenza Pedagogica e Ricerca Educativa perché ormai gli esami li avevo dati tutti con successo ed ero arrivata alla tesi, ma scelsi di non farlo. Desideravo dedicarmi unicamente a quella scuola che avevo bramato per anni e non sovrapporla ad altro, perché volevo gustarmi la formazione al 100%. La formazione in Pedagogia Clinica la seguii a Milano: lunghi weekend seduta in albergo ad assorbire come una spugna ogni cosa venisse proposta; approfondendo nei giorni successivi quello che potevo; cercando di connettere ogni precedente apprendimento con quello che imparavo di nuovo. Un percorso a volte non facile lo ammetto, perché ho voluto studiare anche oltre quanto proposto per cercare di arricchire il mio viaggio formativo mentre ero in cammino. Straordinaria e illuminante per me è stata l’esperienza a Montevarchi: mi ha davvero aperto la mente, mi ha consentito di unire tutti i pezzi del puzzle della mia formazione, di organizzare l’immagine di me nel futuro lavorativo.
Tutti i formatori e le formatrici incontrate durante il mio percorso hanno senza dubbio contribuito ad arricchire il mio bagaglio di competenze ma devo ammettere che da tre di questi ho ricevuto qualcosa in più, qualcosa che probabilmente neppure sanno loro di aver offerto. La presenza di Guido Pesci, di Marta Mani e Maria Raugna (durante la formazione ma anche negli anni successivi quando ho avuto occasione di incontrarli) sono stati per me essenziali in quegli anni, perché fonte di ispirazione nella creazione di quella parte di me che definisco “l’identità di Pedagogista Clinico interiore” a cui mi ispiro ogni volta che ho un dubbio su cosa sia meglio fare in studio o nei progetti che seguo. E fu allora, nella consapevolezza crescente della maturità professionale che stavo raggiungendo, che capii una cosa importante, che oggi è per me una realtà concreta: io non faccio il Pedagogista Clinico come immaginavo all’inizio, io sono un Pedagogista Clinico. La differenza non è lessicale ma di sostanza: per essere professionalmente credibili ed efficaci, secondo me deve scattare a un certo punto una molla per cui le caratteristiche di accoglienza, flessibilità, accomodamento, non giudizio e un certo grado di “fisicità” anche, divengono parte integrante di te come persona, prima che come professionista. Almeno questo è accaduto a me, nella mia esperienza di formazione…una formazione che in realtà ancora continua oggi e continuerà negli anni futuri.
Esperienza professionale.
Come spiegato all’inizio, io ho desiderato durante tutti gli anni dell’Università di formarmi per esercitare nel mio studio privato come Pedagogista Clinico: a dicembre 2011 ricevevo il tanto anelato pezzo di carta e nel gennaio 2012 aprivo lo Studio Metalogo ad Abbiategrasso, dove vivo e opero ancora adesso. Va detto che già da qualche anno collaboravo a piccoli progetti con Associazioni del territorio del terzo settore, quindi non aprivo proprio da zero, ma comunque non avevo mai esercitato la libera professione: un bel salto. Da sempre partecipo a Convegni e Seminari, in qualità di professionista o come fruitrice, andando così ad ampliare lo sguardo oltre allo studio privato, per non perdere il contatto con l’esterno: da un lato è certamente un modo per avere visibilità ma dall’altro è un ottimo sistema per mantenere vive e accrescere le relazioni e gli scambi con altri colleghi, testimoniando come la figura del Pedagogista Clinico possa rappresentare un valido interlocutore nei progetti e negli interventi di aiuto alla persona, gruppi o famiglie. La creazione del sito internet “www.studiometalogo.com” mi garantisce l’opportunità di far approfondire con calma la nostra figura professionale e la mia esperienza personale, che ho visto non è semplice da far cogliere, soprattutto in occasioni informali quando mi viene chiesto “cos’è/cosa fa il Pedagogista Clinico?” e noto come la mia risposta spesso lasci la gente fra il perplesso e l’incuriosito: il sito ISFAR e ANPEC consentono di garantire informazioni puntuali nel rispetto del contesto in cui mi trovo e il desiderio delle persone di approfondire ulteriormente, dichiarandomi ovviamente sempre disponibile ad accogliere ogni successive domande. La mia vocazione di ricercatrice si è manifestata con la creazione del Metodo delle Formiche® e della collaborazione con l’Università di Bologna in qualità di Cultore della Materia in Pedagogia Speciale: esperienze in cui la Pedagogia Clinica mi ha sostenuta con i suoi principi e ha certamente dato un valore aggiunto ai miei contributi.
Concludendo, dopo oltre dieci anni di esercizio della professione di Pedagogista Clinico, mi posso dichiarare soddisfatta della scelta professionale, delle ricadute sulla mia persona e dei riscontri che vedo del mio lavoro con le persone.