Si annunciava il sopraggiungere dell’autunno; una leggera pioggerellina lasciava a raggi rosso ruggine attraversare, a ritmo alternato, il cielo. La testa piena di pensieri di cui mai si era liberata da quel giugno (era il 2018), da quando durante le attività di Scrutinio a scuola mi ero chiesta cosa si potesse fare per i nostri ragazzi; già, non l’ho detto: sono una docente. Quell’estate avevo tanto cercato in internet un corso di laurea, avevo voglia di costruire competenze per comprendere, comprendermi, ma soprattutto per comprendere ed essere compresa da loro: gli studenti che mi venivano assegnati. Ecco che una cara collega psicologa cui avevo accennato di voler intraprendere un nuovo corso di studi, a cui avevo anche parlato di una scuola per counselor, mi parla della Scuola ISFAR di Firenze. Incomincio a prendere informazione … pervengo alla modalità di iscrizione e invio la documentazione affinché potesse essere esaminata dal Comitato scientifico ISFAR per giusta valutazione. Quasi non ci speravo e non ci credevo più, eppure ricevo una mail di giudizio positivo. Potevo iscrivermi! Ero fervente! Nel mese di dicembre del 2018, in Roma, ci fu il primo week residenziale gestito dal prof. Pesci Guido e dalla prof.ssa Mani Marta. Mi ritrovai in un gruppo eterogeneo per età, provenienza regionale, occupazione professionale, nonché genere sessuale. Avevamo un unico obiettivo: la Pedagogia Clinica. Ricordo che il corso finì la domenica pomeriggio; avevo premura di rientrare a casa e mi precipitai a raggiungere la Stazione Termini. Lungo tutto il viaggio rileggevo gli appunti di quei due giorni di formazione; ero entusiasta dell’esperienza vissuta, impaziente di cominciare a studiare, ma soprattutto, ero presa dalla smania e curiosità di pianificare momenti di riflessione sulle narrazioni ascoltate. I Proff. mi avevano completamente rassicurata di aver scelto il posto giusto dove intraprendere una nuova crescita personale e professionale. Essere docente era appagante seppur impegnativo, ma ora pensavo alla figura del Pedagogista Clinico® come gratificante; ho sempre ritenuto la ‘relazione’ un luogo esperienziale determinante, illuminante, fondante per ogni persona e questo corso mi avrebbe permesso di percepirne il labirinto. Esperienza formativa Ho frequentato tante tipologie di formazione, sono impiegata nella scuola ma non mi sono mai sentita arrivata; mi sono sempre messa in discussione e alla ricerca di me. Della mia professione prediligo il rapporto coi ragazzi; sono una docente sui generis, poco formale ed etichettosa, non amica, non confidente, non facilitante ma non mi nego all’ascolto o alla disponibilità deragliata dall’orario di servizio. Gli alunni che incontro capiscono che possono confrontarsi e chiedere che possa regalargli il mio tempo percependo il valore di quella richiesta. La formazione in Pedagogia clinica mi prospettava un inusitato scenario di senso in netta contrapposizione a teorie e pronunciamenti, sentivo che avrei vissuto quel cammino, che avrei scoperto il valore della diversità propria di ogni persona, avvertivo anche la tensione di sollevare chiusure di cassetti di me stessa che, con una certa consapevolezza, di proposito preferivo guardare solo da lontano. C’era tuttavia una sfida cui non volevo sottrarmi. Esperienze professionali Ho concluso il corso nel 2021. Ho dovuto accantonare ogni mio progetto di mettere in pratica quanto mi aveva suggestionato e avevo appreso perché il Covid-19 aveva destabilizzato ogni settore della vita di ciascuno e, di fatto, impediva molte azioni professionali del Pedagogista Clinico® inerenti la presa in carico di una persona. Ho continuato con l’aggiornamento fino al 2023. Quest’anno scolastico 2023-2024 ho mosso i miei primi passi verso la pratica professionale rivestendo il ruolo di docente Tutor. I metodi e le strategie proprie della Pedagogia Clinica orientano quotidianamente ogni mia esperienza relazionale. Sento che la Pedagogia clinica ha migliorato il mio comportamento perché ho una restaurata ‘visione’ del mondo alleggerita di stereotipi, di false rappresentazioni, di modelli di perfezione, di teorie astruse, di convinzioni immutabili, di fasi dello sviluppo! Ora so che un individuo, una persona, non smette mai di svilupparsi ed evolvere e che, senza arrogarsi arti divinatorie, i Metodi della Pedagogia Clinica rappresentano opportunità di crescita e riflessione sul sé non trascurabili. Attualmente sono il valore aggiunto della mia professione di docente, e davvero sento il bene che mi hanno dato; in un futuro, spero non troppo lontano, sono desiderosa di sperimentarne dei cammini. Se dovessi indicare l’aspetto di maggiore spessore all’interno dei Metodi senz’altro menzionerei i ‘dialoghi corporei’, vissuti in prima persona.
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