La Pedagogia Clinica ha ormai ampiamente dimostrato il proprio valore nell’ambito dell’aiuto alla persona in molteplici situazioni di bisogno e le metodologie, proprie di questa disciplina, si sono rivelate un valido ausilio nelle relazioni d’aiuto con individui di ogni età.
Il presente contributo si propone di sollecitare riflessioni rispetto al ruolo e alla portata del lavoro del Pedagogista Clinico® in aiuto a soggetti con Disturbi del Comportamento Alimentare, oltre alla testimonianza e la validità del lavoro d’équipe tra figure professionali che, anche se, con diversa formazione disciplinare, hanno un comune obiettivo, promuovere il benessere nella persona in situazione di grave disagio personale.
A tal proposito espongo il lavoro svolto con un soggetto in situazione di “anoressia nervosa” che, per le specifiche caratteristiche che accomunano i diversi disagi del comportamento alimentare (difficoltà emotivo – affettive, insufficiente autostima e insicurezza personale, difetto nella coscientizzazione di un adeguato sé corporeo), testimonia la validità ecologica dell’approccio pedagogico clinico all’ampia gamma dei disturbi alimentari, con dati incoraggianti circa l’esportabilità delle metodologie sotto descritte.
Cristina, 39 anni, si presenta nel mio studio con una diagnosi psichiatrica di Anoressia Nervosa, con un BMI (Body Mass Index) di 13 punti (h. 174 cm x 38 kg. di peso), reduce da un ricovero forzato in cui veniva alimentata artificialmente tramite flebo. A seguito del ricovero ospedaliero, richiesto dal marito e dal medico di base, Cristina doveva attenersi all’alimentazione inviatale via internet dalla dietologa dell’ospedale.
Il programma alimentare era organizzato in “vassoi alimentari” che dovevano essere rigorosamente preparati dal marito, il quale aveva anche il compito di “controllare” che la signora consumasse interamente il pasto.
Tali esperienze pregresse da lei giudicate negative, all’interno delle quali aveva sperimentato, a suo dire, solo vissuti di “giudizio” da parte degli operatori a cui si era rivolta, l’hanno spinta ad intraprendere un percorso diverso.
Prima dell’avvio del percorso di aiuto pedagogico clinico, Cristina era totalmente in carico ai medici ospedalieri che l’avevano dimessa dopo il ricovero forzato: aveva infatti incontri cadenzati mensilmente con la dietologa che controllava il peso 16 corporeo, mensilmente con il medico internista che valutava il quadro clinico generale e ogni due mesi con lo psichiatra che aveva il compito di monitorare lo stato emotivo della signora e di valutare la posologia dell’ansiolitico e dell’antidepressivo somministrati.
La mia decisione di intervenire in aiuto a Cristina si è legata alla disponibilità dei diversi specialisti ospedalieri di lavorare in équipe. In effetti si è creata una stretta collaborazione con lo psichiatra e con la dietologa.
È nato così un approccio interdisciplinare, all’interno del quale io incontravo Cristina con cadenza bisettimanale, lo psichiatra all’inizio ogni quindici giorni e successivamente una volta al mese e mensilmente la dietologa. Parallelamente, con lo scopo principale di operare una verifica in itinere dell’intero approccio clinico proposto, si sono tenuti incontri d’équipe, inizialmente ogni mese e in seguito bimestralmente, salvo la possibilità di contatti telefonici per specifiche necessità contingenti.
Il lavoro pedagogico clinico ha tenuto presente principalmente gli orientamenti metodologici del Reflecting® che hanno permesso l’emergere di preziose informazioni relative agli stati d’animo della signora che potevano aver causato (anche a parere dello psichiatra) il bisogno di autoannullarsi.
Cristina aveva perso in 4 anni il fratello maggiore di 2 anni a causa di un incidente stradale e con il quale aveva un forte legame affettivo, la madre per problematiche polmonari e verso la quale provava sensi di colpa per non averla difesa contro l’aggressività fisica e verbale del padre, e il padre per problematiche epatiche verso il quale provava sentimenti ambivalenti di odio-amore per il suo essere rigido e punitivo e sensi di colpa per avergli “augurato più volte la morte”. Un altro elemento importante emerso è l’aver dovuto nascondere a 19 anni all’attuale marito una gravidanza da lui non accettata e un aborto condotto in solitudine.
Dall’indagine anamnestica emerge che il percorso anoressico di Cristina è esordito alla morte del padre, momento in cui ha iniziato a praticare sport in misura eccessiva, a ridurre il cibo per qualità e quantità, conteggiare le calorie, fare uso di lassativi a cui si è aggiunta amenorrea; in questo periodo si sono verificati anche due episodi di Tentato Suicido Non Adeguato (TSNA).
L’anamnesi condotta con le attenzioni e le modalità volute dal metodo Reflecting® ci ha permesso ancor più di far rilevare alcuni aspetti che intimamente sostanziavano il disagio, l’idea di Cristina di dover morire per raggiungere la propria famiglia e soprattutto il “figlio ucciso”, un sentimento di inutilità, in quanto, a suo modo di vedere, se tutta la sua famiglia era “altrove”, non aveva senso che lei continuasse a vivere.
L’approfondimento diagnostico mi ha permesso di avviare un intervento di aiuto basato su di un percorso di percezione e integrazione del proprio sé corporeo.
Le tecniche utilizzate per il raggiungimento di questi obiettivi sono state desunte dal Training Induttivo® per conquistare effetti di distensione e di abbattimento tensionale, InterArt® per favorire la coscientizzazione dei propri vissuti emotivi e la disponibilità a dichiararli e rappresentarli, BodyWork® per sviluppare una presa di coscienza geografico-e topografico-corporea, un tornare a conoscersi, riconoscersi, strutturare una valida accettazione di sè.
L’intervento di InterArt® ha permesso al soggetto, tramite l’utilizzo sincretico delle varie forme artistiche e dei relativi strumenti, di esprimere la propria emotività, di esternare la propria rabbia e le proprie paure, nonché i propri sensi di colpa.
Tra le tecniche proposte, la manipolazione di materiale plastico, dichiarazioni e rappresentazioni di sé attraverso disegni con pastelli a cera ed esposizioni emozionali tratte dalla lettura di poesie.
L’utilizzo del metodo InterArt® ha avuto termine dopo circa undici mesi, momento in cui Cristina dimostrava di aver raggiunto un buon equilibrio psico-emozionale, che si traduceva in una minor resistenza all’introduzione del cibo, ciò che aveva portato ad una conseguente graduale riduzione della posologia degli antidepressivi decisa dallo psichiatra.
Successivamente in ragione dei cambiamenti avvenuti ho introdotto il metodo Body Work® e contemporaneamente è stato mantenuto attivo il criterio del Reflecting® occasioni che hanno lasciato spazio a sentimenti propositivi, alla volontà di “iniziare davvero a vivere” assieme al marito, diventando così protagonista del proprio cambiamento e del proprio processo di crescita.
Cristina nel frattempo ha raggiunto il peso di 47 kg e ripristinato il ciclo mestruale, tornando ad esprimersi libera dai disagi intimi che le procuravano insuccessi.
Le dimissioni di Cristina sono avvenute con un adeguato accompagnamento dopo circa due anni.
Un successo dell’intera équipe di lavoro a conferma della necessità e validità di un saper stare in rete, ed intervenire con pluri-professionalità a garanzia di risultati certi.
Lorena Angela Cattaneo
Pedagogista Clinico®

