Antonella Ruzza

Nel voler scrivere qualcosa sulla mia storia di Pedagogista Clinico® ho cominciato ad interrogarmi e mi sono accorta di avere molte cose da scrivere. Ho dovuto constatare quanto gli ultimi 20 anni della mia vita siano stati in stretta connessione con la Pedagogia Clinica e sono giunta alla conclusione che scrivere questa breve storia fosse importante soprattutto per me. Importante e curativo per me in questo momento è compiere questa sorta di ricerca del tempo perduto, come curativo è sempre stato, in realtà, il mio rapporto con la Pedagogia Clinica. Nell’autunno dell’anno 2000, frequentando un corso di abilitazione in Filosofia e Scienze dell’educazione ho sentito parlare di un master in Pedagogia Clinica da parte di una collega. Ho chiesto subito informazioni a riguardo, perché, pur essendo insegnante di ruolo nella Scuola dell’Infanzia da alcuni anni, non avevo mai rinunciato all’idea di poter diventare “concretamente’ una pedagogista e, a giudicare da quello che avevo saputo, questo master mi sembrava il percorso ideale per acquisire delle competenze in questo senso.
Pertanto, spinta dall’entusiasmo, mi sono iscritta al primo anno per l’a. s. successivo, ma poco tempo dopo i dubbi hanno cominciato ad assalirmi e mi sono fermata, rinunciando così a presentarmi al primo incontro del primo anno.Le mie perplessità non riguardavano l’utilità del percorso, ma erano piuttosto legate ad eventuali difficoltà pratiche, come le spese da affrontare, lo spostamento in altre città per frequentare i corsi…Avevo due bambini piccoli. L’anno successivo mi sono iscritta di nuovo e ho frequentato il corso sino alla fine. Sono stati momenti intensi di studio, di confronto, occasioni per stringere nuove amicizie e collaborazioni; momenti che ricordo sempre con grande nostalgia. Ho conseguito il post graduate certificate il 6 febbraio del 2005, una giornata di pieno inverno, dal clima decisamente rigido. Ricordo quella mattina come fosse ieri. Arrivo in quella che credevo fosse la sede d’esame alle otto di mattina, forse anche prima e mi rendo quasi subito conto di aver sbagliato indirizzo. La segreteria deve avermi comunicato l’indirizzo corretto, ma in una lettera che credo di non aver mai letto o che ho letto distrattamente e cestinato. In quei giorni, esattamente dieci giorni prima di quell’esame moriva all’improvviso mio padre …proprio mentre ero in pieno studio e mi preparavo all’esame. Quanto avrei voluto festeggiare con lui quel traguardo, un sogno che per me diventava realtà. Una gioia che potevo provare solo in parte. Due eventi tanto pregni si significato per la mia vita, accaduti quasi contemporaneamente e per sempre indissolubilmente legati. E così sono giunta a alla discussione della tesi in ritardo ed infreddolita, come mi faceva notare il professor Pesci, accogliendomi ed invitandomi a sciogliermi ed iniziare l’esame. Ma non ho detto a nessuno di quanto quel freddo non fosse soltanto dovuto alle condizioni atmosferiche, cosi come forse non era un caso che da qualche parte, nelle pagine dei miei labirinti (materiale ausiliario della Tesi) ci fosse una macchia nera. L’anno successivo ho aperto il mio studio, un luogo in cui mi sentivo a casa e dove sentivo che tutto quello che facevo aveva senso non solo per gli altri ma anche per me stessa. Fare la Pedagogista Clinica® mi rendeva felice e soddisfatta. In quello stesso anno sono stata eletta direttrice provinciale ANPEC, ruolo che ho svolto per quattro anni. Sono stati anni di intenso lavoro di coordinamento. Nell’ottobre del 2008 con la collaborazione della carissima Maria Grazia Magazzino, docente ISFAR, abbiamo realizzato un bellissimo convegno dal titolo “Adolescenza: età dell’anima”. Nello stesso periodo abbiamo organizzato alcuni incontri informativi sulla Pedagogia Clinica rivolti agli studenti della facoltà di Scienze della formazione all’Università di Bari. Malgrado la mia passione fosse l’attività di aiuto alla persona in studio, ho trovato sempre molta difficoltà a portarla avanti come avrei voluto. Credo che ciò sia avvenuto anche causa del mio lavoro di insegnante di scuola dell’infanzia che oltre ad essere impegnativo dal punto di vista fisico richiede una turnazione oraria che a volte costituiva motivo di ostacolo. D’altra parte anche il mio impegno nella scuola spesso andava oltre l’insegnamento e la mia vita familiare, già piena, si arricchiva di un ulteriore elemento di complessità rappresentato dalla nascita nel 2011 del mio terzo figlio, un bellissimo bambino con la sindrome di Down. Tuttavia questo evento ha costituito l’ennesima occasione per mettere in pratica ciò che avevo imparato durante il percorso di studi in Pedagogia Clinica. Facendo un passo indietro ricordo che qualche anno prima mi ero dedicata ad un bambino cerebroleso, mio alunno. Rimanevamo a scuola delle ore in più oltre il mio orario di servizio. Ricordo che lavoravo molto con lui sul tono muscolare, sulla presa di coscienza del corpo, mettendo in atto i metodi appresi e allo stesso tempo studiavo anche molto per conoscere le caratteristiche di un cervello cerebroleso. Una delle mie più grandi passioni sono state le lezioni dell’indimenticabile professor Giuseppe Talamucci, neuropsichiatra e membro del CD ANPEC. Pertanto quando Christian è nato, lo lasciavo il più a lungo possibile disteso su una coperta sul pavimento e tra le altre forme di stimolazione sensoriale non gli facevo mai mancare il contatto delle mie mani. È stato grazie a questo mio intervento tempestivo che il bambino ha superato molto rapidamente la sua iniziale ipotonia e non ha mai avuto bisogno di fisioterapia.
Se da una parte il mio tentativo di portare avanti l’attività in studio si è rivelato fallimentare, il mio assiduo lavoro sul fronte scuola ha portato buoni frutti. Dall’epoca del conseguimento del titolo di Pedagogista Clinico® il mio intento è sempre stato quello di far entrare la Pedagogia Clinica nella didattica quotidiana della scuola dell’infanzia. Amo il mio lavoro di insegnante di scuola dell’infanzia perché mi dà la possibilità di sperimentare con i metodi della Pedagogia Clinica in ogni momento e volevo che questa mia passione contagiasse anche le mie colleghe. La sfida era proprio quella di riuscire a realizzare un corso formazione nella mia scuola, proprio con loro. Nel 2020 ho finalmente proposto il mio primo corso di formazione dal titolo “Educazione al segno grafico”. In prima battuta si è trattato di un corso tenuto a distanza per via delle restrizioni del periodo. L’anno scolastico successivo abbiamo proseguito in presenza. È stato motivo di grande soddisfazione non solo la risposta positiva delle colleghe, che ogni tanto mi ringraziano per quello che hanno imparato, ma anche l’aver ricevuto la richiesta da parte del Dirigente scolastico di dedicare una parte del percorso ad attività con i bambini. Prima di iniziare questa esperienza formativa, ho donato la mia carissima lavagna gigante alla scuola. L’ho fatta sistemare in un’aula atelier che viene utilizzata da tutti i bambini ma in modo particolare dai bambini diversamente abili e dalle loro insegnanti. Alcuni giorni fa una collega di sostegno mi ha piacevolmente sorpreso: quella lavagna, ha detto, aveva permesso al suo bambino autistico di superare il disagio che provava davanti al foglio bianco, lo aveva aiutato a superare le tensioni e ad utilizzare il segno grafico per esprimersi. Questo episodio mi ha consolato e ha dato un senso alla mia decisione. L’esperienza di formazione nella scuola dell’infanzia è stata oggetto di pubblicazione da parte dell’ISFAR nel volume intitolato Professione Pedagogista Clinico®, edizioni Armando, Roma. A proposito di pubblicazioni mi viene in mente che nel 2008 un mio contributo è stato pubblicato nel volume dal titolo “Il maestro unico”, uscito nelle edizioni MAGI, Roma.Mi è sempre piaciuto scrivere e questa è stata la mia prima esperienza e per questo incredibilmente emozionante. Nel 2011 sulla rivista Nuovi orizzonti l’ISFAR ha pubblicato un mio contributo sulla formazione del personale della scuola in materia di salute e sicurezza sul lavoro. A quell’epoca si trattava solo di un’idea, adesso questa idea è divenuta un progetto concreto che ho già presentato a scuola, ho già sperimentato in alcuni aspetti con un gruppo ristretto di insegnanti e spero possa concretizzarsi e ampliarsi negli anni scolastici successivi. In questo progetto ho delineato un percorso di formazione che unisce teoria e pratica, che si occupa della conoscenza dei rischi psicosociali della professione insegnante e propone esperienze concrete per creare uno spazio di benessere e crescita personale. Questo scritto costituisce il resoconto di ciò che è stato e di quello che sta accadendo, spero la storia possa continuare attraverso l’impegno in abito formativo che è quello che in questo momento sento a me più congeniale. Come ho già detto all’inizio, scrivere questa storia ha per me una funzione curativa. Prima di farlo ero convinta di poter descrivere soprattutto insuccessi, adesso so di poter contare su momenti di grande soddisfazione e avere la possibilità di ricordarli, in altre parole riportarli al cuore, mi dà l’energia per poter continuare.