Apprendere la genitorialità

di Paolo Giovanni Zani

 

In questi giorni ho ripensato al prof. Giuseppe Talamucci, docente ISFAR, deceduto da alcuni anni, che mi ha profondamente segnato come persona e come professioni- sta seppur lo abbia conosciuto poco nel mio percorso formativo, ma in quei momenti ho potuto assaporare quelle gocce di competenza ed esperienza che mi hanno sempre arricchito. Non c’è dubbio che il Professore abbia sempre contribuito con continuità alla nostra formazione professionale specifica di pedagogisti clinici fornendo ottimi stimoli di riflessione teorico-pratica ed offrendo un esempio concreto e coerente di professionalità e di umanità piena e vera. Ognuno di noi ha dentro di sé dei mentori che, seppur incontrati sfiorandoli nella loro traiettoria esistenziale, ci hanno arricchito, ci arricchiscono ed ognuno di noi li conserva nel proprio piccolo tesoro personale segreto.

Tempo  fa, in continuità con i tre articoli scritti dal prof. Talamucci riguardanti la visione pedagogico-clinica nella creazione di un legame triadico dalla progettazio- ne del figlio, ho dato il mio con- tributo con un articolo, dal titolo: Essere buoni padri (in Riv. Pedagogia Clinica pedagogisti clinici 18/2008) individuando alcune sfumature della figura paterna. Figura   che  in  questa  specifica contingenza socio-culturale ha bisogno di ridefinirsi, in termini di ruolo, all’interno di una pre- senza attiva e continuativa con il figlio. Una sintesi piacevole la esprime Alberto Pellai (Pellai A., Nella pancia del papà, una relazione emotiva, Franco Angeli Milano 2003) con la sua poesia:

«Coccolami ancora per un po’ tienimi accanto, non dirmi no. Con le tue braccia fammi volare attento alla barba, mi fa grattare. Se sul tappeto mi tieni incollato mentre giochiamo al pugilato “aiuto” grido alla mamma per finta poi tu ti giri e ti do una spinta.

Tienimi forte sul cuore papà al meno adesso che la mia età consente a entrambi in casa e in terrazzo di farci le coccole senza imbarazzo. Tra qualche anno, la legge dei duri ci troverà più grandi e maturi a fare finta che gli uomini veri son tutti d’un pezzo e molto seri. Stasera quel tempo è ancora lontano tu coccola e gioca con me sul divano.»

Sulla base, quindi, di una ricerca di continuità teorica con la nostra visione, è possibile definire quegli aspetti che circoscrivono la dimensione globale che permette ad una coppia di apprendere, dal progetto di nascita del bambino, con gradualità e con sfumature complesse il proprio modo di divenire genitore.

Dopo anni di studio e di lavoro sul campo nei Consultori Familiari, come Giudice Onorario nella Tutela Minori e nelle Adozioni e nel mio studio privato ho potuto definire alcuni aspetti, sotto diverse sfaccettature, dell’essere genitori oggi.

Ancor di più ho la possibilità di vivere, soprattutto nei gruppi di preparazione al parto, quale attribuzione di senso e di significato noi pedagogisti clinici possiamo delimitare, in un’ottica preventiva e di promozione del benessere duale e triadico, nel divenire dei genitori che ha necessità, visto il contesto socio-economico attuale, di ri-bilanciare la dinamica delle funzioni genitoriali che fatica- no a rimanere distinte per chiari ruoli di genere.

Entriamo in questo mondo dove sono presenti numerosi simboli che possono attivare riflessioni importanti nel processo mentale individuale di creazione del proprio ruolo materno o paterno.

Simboli genitoriali come ad esempio acqua/fuoco, contenitore/contenuto, luna/sole, fusione/separazione, interiorità/esteriorità… da rileggere in un continuum all’interno del quale due genitori si muovono nel tessere, all’inizio, il rapporto con il figlio e, poi, nel loro faticoso processo di crescita. Il simbolismo che spesso utilizzo è contenitore/contenuto dove i neo-genitori si predispongono in un’esperienza di coppia su base musicale scelta ad hoc. La coppia vive un’esperienza prevalentemente emotiva e di scambio comunicativo extralinguistico, che la triade assapora contemporaneamente all’unisono. La sperimentazione di un vissuto emotivo prepara la coppia all’evento che per eccellenza risulta un evento a forte impatto personologico per la traccia emotiva che viene registrata nel nostro sistema nervoso centrale. Un vissuto, il parto, che non ha un impatto nullo per nessuno dei protagonisti e che cambia profondamente il proprio modo di essere in famiglia.

Poter comprendere che la relazione, madre o padre che sia, è già attiva fin dal concepimento non è un dato scontato. Un figlio a cinque mesi, del periodo gestazionale, inizia ad avere un’attività sensoriale che permette, tra l’altro, il processo maturazionale del sistema percettivo.

Non possiamo parlare, forse, di coscienza ma di un soggetto che è in grado di entrare in relazione con l’ambiente circostante e di subirne gli influssi positivi o negativi. Se, infine, a sette mesi della gravidanza il bimbo sogna, allora, ci troviamo di fronte a rappresentazioni mentali suscettibili di influenza.

Non solo la madre ma anche il padre diviene un protagonista attivo di questo rapporto di cura ed educazione che non avrà più ter- mine per il legame che si crea e che necessiterà di una separazione funzionale, nel tempo, allo sviluppo di un soggetto ed al graduale sviluppo del processo d’individuazione del figlio.

Funzione paterna e materna en- trano in gioco all’interno di una dinamica che richiede la complementarietà del diverso e che, nella società attuale, va oltre ad un mero bilanciamento di identità di genere genitoriale.

La coppia deve trovare dentro di sé un equilibrio genitoriale che è unico e personale che, però, necessita dell’azione di due diversità, entrambi rilevanti nella strutturazione dell’identità del figlio. Noi sappiamo che l’identità di una persona è il confluire di due processi rilevanti entrambi, ossia il processo di uguaglianza e quello di differenziazione del sé del figlio rispetto alle figure parentali di riferimento.

Il fatto che entrambi i membri della coppia comprendano, profondamente, che i genitori vivono la gestazione con due vissuti diversi non in base ad un ordine di importanza o di rilevanza è una conditio sine qua non.

Il sentirsi co-protagonista permette una maggiore configurazione della co-genitorialità nel processo di sviluppo di un figlio. La diversità del padre e della madre divengono una ricchezza irrinunciabile per nessuno dei membri della triade familiare. L’allontanamento da questa dimensione porta allo sviluppo di relazioni genitore-figlio non sempre adeguate al benessere ed alla crescita integrale e globale del bambino. Risulta, inoltre, rilevante durante gli incontri, attraverso strategie comunicative derivanti dal Reflecting®, far riflettere il genitore sulla propria storia di figlio. La consapevolezza del proprio modello interiorizzato, nella re- lazione con i propri genitori, sono degli ottimi spunti di riflessione per cercare di superare al- cuni aspetti che le precedenti generazioni ci hanno tramandato in positivo o in negativo.

Non  è da sottovalutare  anche  la preoccupazione dei partners rispetto alla propria vita di coppia dal punto di vista sessuale. La sessualità  di coppia, dopo un figlio, subisce un significativo cambiamento, più o meno, riscontrato dai partners per diversi motivi. L’impegno rilevante legato alla cura del nascituro, il tempo che pare scorrere ad una velocità in alcuni casi disumana, la stanchezza per la lunga giornata che oltre al carico lavorativo presenta quello genitoriale, il rapporto tra genitore-figlio che in alcuni casi diventa sostitutivo e/o compensa- tivo rispetto a quello con il part- ner, la fatica a vedere il proprio partner non solo come padre/madre ma anche come amante, la difficoltà a ritagliarsi dei momenti di coppia senza la presenza del fi- glio… questi sono alcuni dei motivi che portano ad una sofferenza delle due dimensioni che strettamente interagiscono per il benessere familiare. Infatti il bilanciamento tra una coniugalità sensuale, attiva e viva ed una genitorialità corresponsabile portano un clima familiare propositivo non solo per il bambino ma anche, e soprattutto, per la coppia.

Infine se durante  il  pre-partum ogni singolo genitore inizia a codificare mentalmente una propria idea di stile genitoriale, nel post-partum questo stile inizia a strutturarsi, gradualmente, nel quotidiano con maggiore facilità. Nella nostra visione pedagogico-clinica i quattro stili genitoriali (tradizionale, iperprotettivo, trascurante ed autorevole)  non vengono letti come quello giusto o sbagliato, ma come un quadrante dove un genitore si muove e si colloca in base a diverse variabili… come ad esempio la situazione personale ed ambienta- le, lo stato di benessere del bambino, il clima familiare, il contesto socio-economico, la dinamica coniugale-genitoriale…

Un genitore si muove all’interno di questo campo sapendo quale è lo stile verso il quale orientarsi, ma consapevole che l’essere ge- nitore è un impegno faticoso che richiede un processo personale di crescita, per la presenza di una reciprocità nella circolarità genitori-figlio, e un continuo mettersi in discussione.

La possibilità da parte di un genitore di essere affiancato, in coppia o in gruppo, con un approccio pedagogico-clinico che, a volte, può fornire delle informazioni, senza mai cadere in consigli, e che lo stimola nella propria ricerca personale risulta rilevante in termini di prevenzione del disagio e nella promozione del benessere della persona. Inoltre, come diceva Robin Williams nell’“Attimo fuggente”:

“Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti?

Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva.” Da questa capacità di vedere una prospettiva diversa della genitorialità che i pedagogisti-clinici possono trarre spunti professionali di lavoro e d’intervento specifico di aiuto.

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n.31/2014)

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