Bambino prima della nascita: una storia che comincia dal concepimento

Il bambino, anche prima di nascere, è già portatore di una storia, di una continuità di vita e di una propria progettualità evolutiva. La Pedagogia Clinica lo riconosce e ne sostiene il valore.

Ormai le Giornate mondiali sono un po’ per tutti e anche il bambino oggi ha trovato un suo spazio. Ma, se è un suo spazio, sarebbe corretto lasciargli esprimere i propri pensieri.
Il bambino piccolo, tanto piccolo a cui mi riferisco, non parla, ma nella sua giornata mondiale ci sentiamo in obbligo di tradurre almeno il suo silenzio.
Qual è il suo dire silenzioso?
Chiede di essere un bambino e non un feto; formula una richiesta che è legittima e inconfutabile. Così precoce nel richiedere i propri diritti, merita un elogio e potrà essere soddisfatto solo se, in questa giornata, si giungerà a festeggiare queste sue aspettative. La Pedagogia Clinica, tuttavia, è a suo fianco.

Il bambino prima della nascita

Parlare del bambino significa spesso pensare a un volto, a un sorriso, a una voce, a un corpo che si muove, a una persona che si relaziona con il mondo e con chi si prende cura di lei. Significa immaginare l’infanzia come il tempo in cui il bambino cresce, apprende, scopre e costruisce progressivamente la propria identità.
Ma quando ha inizio questa storia?
Quando possiamo cominciare a riconoscere il bambino come persona, portatore di una propria continuità esistenziale?
La domanda conduce a una riflessione che, nella prospettiva della Pedagogia Clinica, assume un significato particolare.
Nei principi di questa scienza transdisciplinare non sussiste una dicotomia tra bambino e feto: il feto è bambino fin dalla sua comparsa nell’utero materno, portatore di una continuità biologica, psichica e relazionale che si sviluppa senza soluzione di continuità dalla vita intrauterina a quella extrauterina.

La nascita non costituisce, dunque, l’inizio assoluto dell’esistenza, ma rappresenta una soglia di passaggio tra due ambienti di vita.
Prima della nascita esiste già una storia. Una storia che si sviluppa nel corpo materno, attraverso processi biologici, sensoriali e relazionali, e che trova nella nascita una nuova condizione di espressione.
Il bambino non comincia a esistere quando viene alla luce: la nascita rende visibile, in un nuovo ambiente, un’esistenza che ha già avuto il proprio percorso di sviluppo.

Il silenzio del bambino: una voce da riconoscere

Il bambino piccolo non parla. Non può ancora utilizzare le parole per formulare richieste, esprimere desideri, raccontare ciò che prova o dichiarare ciò di cui ha bisogno. Eppure, il suo silenzio non è assenza.
Il silenzio del bambino è un silenzio che può essere ascoltato, osservato, accolto e interpretato. È attraverso il corpo, i movimenti, i ritmi, le risposte e le modalità relazionali che il bambino manifesta la propria presenza e costruisce il rapporto con l’ambiente.
Anche prima della nascita, il suo sviluppo si realizza attraverso processi che coinvolgono il corpo e la relazione con il mondo intrauterino.
Il bambino non è un essere che attende passivamente di venire al mondo per cominciare a vivere. È già coinvolto in un processo evolutivo che lo vede protagonista, secondo modalità proprie della sua fase di sviluppo.
Per questo, nella Giornata Mondiale del Bambino, potremmo domandarci se siamo davvero capaci di ascoltare anche chi non può ancora parlare.
Siamo capaci di riconoscere il bambino non soltanto quando la sua voce diventa udibile, ma anche quando la sua presenza si esprime attraverso il corpo, il movimento, i ritmi e le prime forme di relazione?
La domanda non riguarda soltanto il bambino che deve ancora nascere. Riguarda il modo in cui gli adulti guardano all’infanzia e il valore che attribuiscono alle sue manifestazioni, anche quando non corrispondono alle forme abituali della comunicazione.

Dalla vita intrauterina alla vita extrauterina

L’attività fisiologica, sensoriale ed emotivo-psichica del neonato è prosecuzione e riorganizzazione di processi già attivi durante la vita prenatale. Il passaggio dalla vita intrauterina a quella extrauterina non cancella ciò che è avvenuto prima. La nascita introduce nuove condizioni ambientali, nuove esperienze e nuove possibilità di relazione, ma si inserisce in una continuità di sviluppo.
Il corpo-persona, già organizzato secondo ritmi, risposte e modalità relazionali intrauterine, continua a esprimere una propria progettualità evolutiva che non ha origine con l’atto della nascita biologica, ma con il concepimento.
Questa continuità invita a superare una concezione frammentata dell’esistenza, nella quale il bambino prenatale, il neonato e il bambino delle successive età evolutive vengono considerati come realtà separate. Il bambino è invece portatore di una storia che si sviluppa nel tempo, attraverso trasformazioni e riorganizzazioni, mantenendo una continuità che collega le diverse fasi della vita. La nascita rappresenta una soglia, non una frattura.
È il passaggio da un ambiente a un altro, da una condizione di vita a una nuova possibilità di espressione. Un passaggio che modifica profondamente le esperienze del bambino, ma che non annulla la storia che lo ha preceduto.

Il concepimento come origine della storia evolutiva

Da questa visione deriva un ribaltamento del criterio convenzionale di datazione dell’esistenza: la nascita non è da considerare come l’evento fondativo dell’essere, bensì come una soglia di passaggio tra due ambienti di vita.
Ne consegue che, sul piano pedagogico-clinico, l’età evolutiva deve essere pensata a partire dall’atto del concepimento, riconoscendo al bambino una storia prenatale che incide sulla costruzione dell’identità, dell’organizzazione sensoriale, affettiva e relazionale.
Pensare il bambino a partire dal concepimento significa riconoscere che la sua storia non comincia quando gli adulti iniziano a rivolgersi a lui con le parole, quando viene accolto nella famiglia o quando entra nel mondo sociale.
La sua storia è già in corso.
È una storia che si sviluppa attraverso il corpo, le esperienze, le relazioni e le condizioni ambientali che accompagnano la sua crescita.
Questo riconoscimento porta con sé una responsabilità educativa: considerare ogni fase dell’esistenza come portatrice di valore e non come semplice preparazione a ciò che verrà dopo.
Il bambino prenatale non è soltanto un essere in attesa di diventare bambino. Nella prospettiva della Pedagogia Clinica, è già parte di quella continuità di vita che accompagna la persona fin dalle sue origini.

Una responsabilità per gli adulti

Riconoscere il bambino fin dalle sue origini significa anche interrogarsi sul ruolo degli adulti.
La gravidanza non è soltanto un evento biologico che conduce alla nascita. È un periodo nel quale si sviluppano condizioni di vita, relazioni e atteggiamenti che meritano attenzione.
La relazione con il bambino può essere pensata come una relazione che ha inizio prima della nascita, attraverso la presenza, l’accoglienza, la cura e la sensibilità di chi lo accompagna. Questo non significa attribuire al bambino prenatale le stesse modalità di comunicazione del bambino già nato, né ignorare le differenze tra le diverse fasi dello sviluppo. Significa riconoscere che ogni fase possiede caratteristiche proprie e che ciascuna merita di essere considerata nel suo valore. L’adulto è chiamato a non ridurre il bambino a ciò che ancora non sa fare, a ciò che non può ancora esprimere o a ciò che deve ancora diventare.
Il bambino non è soltanto un progetto futuro.
È una presenza che chiede di essere riconosciuta nel presente della propria esistenza.

La Pedagogia Clinica a fianco del bambino

La Pedagogia Clinica, nella sua prospettiva transdisciplinare, riconosce alla persona una continuità temporale e ontologica che attraversa le diverse fasi dell’esistenza.
Tale impostazione richiama il Pedagogista Clinico® a considerare la persona nella sua unità, evitando frammentazioni concettuali e riconoscendo valore educativo, simbolico e relazionale a ogni fase della vita umana, fin dalle sue origini.
Il bambino, anche prima della nascita, merita attenzione, rispetto e riconoscimento.
Merita che la sua presenza non venga considerata soltanto in funzione di ciò che sarà, ma anche per ciò che è già nel suo percorso evolutivo.
Merita che gli adulti sappiano interrogarsi sui suoi bisogni, sulle sue manifestazioni e sulle condizioni che possono favorire il suo sviluppo.
La Pedagogia Clinica è a suo fianco proprio in questa prospettiva: riconoscere la persona nella continuità della sua esistenza, valorizzare ogni fase della vita e promuovere condizioni relazionali ed educative capaci di accompagnarne lo sviluppo.

Una giornata per riconoscere il bambino

La Giornata mondiale del bambino può essere, allora, un’occasione per andare oltre le celebrazioni e le dichiarazioni di principio.
Può diventare un momento per riflettere su ciò che significa essere bambino, su quando ha inizio la sua storia e su come gli adulti possano riconoscerne il valore. Il bambino piccolo, tanto piccolo da non poter ancora parlare, ci pone una domanda silenziosa. Una domanda che non ha bisogno di parole per essere ascoltata:
Mi riconosci?
Riconosci la mia presenza, la mia storia, la mia continuità di vita?
Riconosci che il mio esistere non comincia con la nascita, ma affonda le sue origini nel concepimento?
La risposta a queste domande richiama una responsabilità che non può essere affidata soltanto a una giornata celebrativa.
Riconoscere il bambino significa riconoscerlo ogni giorno, in ogni fase della sua esistenza, fin dalle sue origini.
È questo il significato che la Pedagogia Clinica può contribuire a dare alla Giornata mondiale del bambino: una riflessione sulla persona, sulla sua continuità di vita e sul valore di ogni fase dell’esistenza umana.
Perché il bambino, prima ancora di poter parlare, ha già una storia da raccontare.
E il compito degli adulti è imparare ad ascoltarla.