Barbara Bettetini

Ho conosciuto la Pedagogia Clinica in occasione della prima formazione proposta a Torino. Ero iscritta all’università, ma mi sembrava di stare imparando tante teorie indubbiamente di valore ma decisamente scollegate dalla realtà educativa con cui avevo iniziato a confrontarmi, nella scuola e nei centri diurni. Mi mancava il collegamento con i reali bisogni delle persone, con le situazioni di disagio causate da qualcosa che non era andato per il verso giusto: nella formazione accademica classica non stavo individuando opportunità per chi voleva eccellere né sostegno concreto a chi si trovava in difficoltà, e anche nel mio percorso scolastico avevo vissuto situazioni frustranti e poco funzionali ancora senza risposte.

Esperienza formative in Pedagogia Clinica
In questo panorama incontrai la pubblicità di un master in Pedagogia Clinica, e già dalle premesse mi sembrò di aver trovato nuove strade percorribili nei vari argomenti che definivano il programma del corso.
Gli argomenti erano tali e tanti da non poter che fornire ulteriori spunti di riflessione e ricerca, che negli anni hanno arricchito ulteriormente il mio bagaglio di conoscenze, soprattutto grazie agli approfondimenti e ai percorsi di ulteriore specializzazione, dal disegno onirico alla psicomotricità funzionale, alla consulenza tecnica per i tribunali ad esempio.
E’ stato un periodo molto costruttivo in cui ho arricchito la mia professionalità grazie al Prof. Pesci, e fra gli altri a sua sorella Anna, professionisti come Talamucci, Gaiffi, RIcci, Raugna, Bulli, Mani e tanti altri. Ho avuto modo di conoscere e confrontarmi con colleghi di tutta Italia, che nei convegni e negli incontri di formazione hanno reso uniche le esperienze formative che sono seguite. Nel 1995 aperto un mio studio, organizzato corsi di formazione, promosso la professione in un territorio ancora vergine e diffidente ma pronto ad accogliere e valorizzare la valitdità dei risultati.
Nel frattempo avevo seguito il corso di Psicomotricità Funzionale con Jean Le Boulch che mi aveva offerto ulteriori opportunità e prospettive, e conseguito una seconda laurea in materie letterarie. Era un periodo molto attivo, avevo trent’anni e il mondo nelle mani.
Ma nel 2001 ho preso gli orecchioni, che da adulti possono avere qualche complicazione, e io ho vinto la lotteria al contrario, ritrovandomi improvvisamente con una grave labirintite, acufeni, vuoti di memoria di procedure e nozioni, difficoltà a ragionare, a mantenere l’equilibrio, la concentrazione. Ricordo che al termine dell’ultimo percorso di visite culminato dal primario di un importante ospedale di Torino ero uscita dall’ambulatorio con una diagnosi lapidaria riassumibile in danno neurologico irreversibile di eziologia incerta, con interessamento delle capacità cognitive, importante deficit motorio e sordità monolaterale. Avrei dovuto accogliere il bastone con cui mi aiutavo a mantenere l’equilibrio come compagno di vita, dire addio allo sci, alla subacquea, all’automobile, per non parlare della motocicletta e della professione specialistica. Lavoravo ancora come impiegata, quindi economicamente me la sarei cavata, ma la mia vita personale era rimasta con poco senso.
Ricordo l’attimo esatto in cui uscii in strada, strappai il referto e lo gettai in un cestino, e decisi che se non avrei più potuto usare ciò che avevo imparato con gli altri lo avrei usato per rieducare tutto il possibile. Sono stati quasi due anni in cui ho messo tutto in stand by e ho sperimentato su me stessa la Cyberclinica, la Psicomotricità Funzionale, le tecniche corporee, immaginative e quasi tutto quello che avevo imparato nei week end e nelle settimane intensive a Firenze e a Montevarchi. Ripartendo dalle basi ancora solide dei vent’anni, fondate sulle pratiche di apprendimento avanzato, sullo shiatsu e sul taichi, ho così potuto ricostruire un mattone alla volta quello che era crollato.
Qualcosa l’ho riconquistato, qualcosa è rimasto per strada, ma a 35 anni avevo ripreso le attività in studio, avevo sviluppato strategie per continuare a imparare e ricordare ed ero finalmente tornata su una moto, arrivando ad allenarmi sugli sterrati di montagna al seguito di una compagnia di enduristi.

Dall’esperienza formativa al ruolo professionale
È la prima volta che racconto questa storia, e forse avrei scritto con maggior facilità di tutti gli altri risultati ottenuti nella professione, nello studio professionale, nella direzione di un asilo nido che cerco di orientare ai principi educativi propri della Pedagogia Clinica fino al riconoscimento dei colleghi della direzione regionale per Piemonte e Valle D’Aosta. Ma credo che la mia esperienza possa trasmettere la riconoscenza che mi lega al potenziale straordinario di una scienza che offre opportunità ancora poco conosciute e che vale la pena diffondere. Adesso ho passato i 50 anni, ma l’entusiasmo e il calore che provo quando descrivo questa meravigliosa professione continuano ad accompagnarmi, e confido continueranno a farlo negli anni che seguiranno.