Bianca Radici

“La storia di un ruscello, anche di quello che nasce e si perde fra il muschio,
è la storia dell’infinito …
Ma il nostro sguardo non è abbastanza ampio da abbracciare nel suo insieme il circuito della goccia e ci limitiamo a seguirla nei suoi giri e suoi salti, da quando appare dalla sorgente fino a quando si mescola con l’acqua del grande fiume o dell’oceano”

(Reclus, 2005)

Questa è una storia fatta di incontri e di percorsi, simile a quella di una goccia d’acqua che, nata da una sorgente, attraversa torrenti, grotte, rapide, rive e isolotti; è la storia di un tragitto che genera tumultuose emozioni, percorre dolci corsi e approda presso rive e isolotti affinché le esperienze e le conoscenze possano sedimentare.
Il mio incontro con la formazione in Pedagogia Clinica è una storia fatta di tante sorgenti: sorgenti di incontri, sorgenti di nuovi corsi d’acqua, sorgenti di nuovi percorsi lavorativi.
Fin dalla mia laurea in Scienze dell’Educazione e dalla successiva formazione in psicomotricità, il rapporto mente-corpo ha attraversato gli anni del mio ingresso nel mondo del lavoro.
Ho iniziato a lavorare all’interno di un centro che accoglieva minori stranieri per poi passare a occuparmi di tutto il lavoro educativo all’interno di un nucleo Alzheimer. E’ qui che ho maturato che non potevo prescindere dal formarmi per possedere uno sguardo globale con il quale approcciarmi alle persone. Inizia, così, il mio percorso psicomotorio che mi vede tutt’ora impegnata come psicomotricista all’interno dei contesti scolastici, in uno studio privato ed in ambito formativo.Così come la sorgente lascia libera l’acqua, questi primi percorsi lavorativi, hanno aperto a nuove possibilità e indicato nuove vie; nuovi tragitti lungo i quali ho incontrato storie e persone.
Dentro questo scorrere scopro lo sguardo della Pedagogia Clinica, e vi trovo una scienza capace di abbracciare la dimensione emotivo – affettiva, di socializzazione, cognitiva e motoria come un’opportunità di un ascolto autentico dell’altro. E’ così che mi trovo a concludere, in tempi recentissimi, il mio percorso formativo come Pedagogista Clinico; percorso di scoperta di nuovi linguaggi e approcci alla persona dentro a una cornice di lavoro educativo.
È proprio dentro questo scorrere che ho condiviso con i miei colleghi di studio il sogno di arrivare fino al mare, o il desiderio di diventare torrente di montana o, ancora, di cercare grotte in cui rigenerarmi davanti al senso di disorientamento del “non capire tutto subito”. Strada facendo i contenuti si sono affiancati ad un lavoro di riflessione personale maturato nei giorni trascorsi a lezione.
Consapevole che il mio percorso di formazione personale e professionale stia ancora “scorrendo”, mi trovo ad un anno dal termine della mia esperienza formativa, ad aver provato a spendermi dentro ad un progetto pedagogico clinico in un centro diurno disabili. Un’esperienza, fatta assieme a una col lega, che è stata punto di partenza e di scoperta di relazioni, connessioni, linguaggi. E così come la goccia arriva al mare, mi ritrovo a proporre azioni che trovano forme, e ad avere nuovi sguardi che provano ad abbracciare, formare, integrare.