Carmen Torrisi

Il mio incontro con la Pedagogia Clinica risale al 2001 e agli anni successivi alla laurea; all’interno della Facoltà di Magistero presso la quale mi ero appena laureata in Pedagogia avevo avuto modo di notare vari poster su cui campeggiava la scritta “Professione Pedagogista Clinico®” accompagnato dai loghi ISFAR e ANPEC. Un giorno, decisi di dedicargli del tempo; la bacheca universitaria pullulava di annunci e di iniziative varie ed ero speranzosa di leggere qualcosa di veramente interessante.
Mi avvicinai al manifesto e ne lessi con curiosità i contenuti stampati con un bel font blu su sfondo bianco; scoprii che l’ISFAR Istituto Superiore di Formazione Aggiornamento e Ricerca (con sede a Firenze) promuoveva un corso post universitario per diventare Pedagogista Clinico®. Ricordo quanto piacevolmente venni colpita dalla presenza del simbolo del copyright; si trattava di un aspetto rilevante capace di fare la differenza sul piano professionale. Con il passare dei giorni, tornai a rileggere il poster, mi rendevo conto che qualcosa era già scattato e, infatti, avvertivo una forma di serio e primordiale interesse per il corso che stavo prendendo in seria considerazione. Realizzai che, a differenza di altri, avrebbe potuto offrirmi opportunità concrete di sviluppare competenze e abilità a carattere scientifico, del tutto esclusive e inconfondibili. Mi resi conto, contestualmente, che concluso il percorso formativo era prevista l’iscrizione all’ANPEC Associazione Nazionale dei Pedagogisti Clinici; questo aspetto mi diede subito l’idea di una rete ampia e articolata posta a tutela dei soci professionisti.
Nel leggere il poster nella sua interezza, la mia attenzione ricadde anche sull’aspetto organizzativo e trovai subito la risposta al dilemma che mi ero già posta… ossia, l’esigenza di trasferirmi fuori regione per seguire la formazione; la preoccupazione non fece in tempo ad ammantarmi perché notai un elenco di importanti città (compresa la mia) nelle quali veniva attivata. Questo aspetto, non di poco conto, m’animò nella ricerca di ulteriori informazioni.
Da lì a poco, seppi che una collega si era già iscritta e stava seguendo la formazione in presenza proprio nel capoluogo della mia provincia; la contattai e, sebbene già piuttosto convinta di iniziare il percorso, fui colpita dall’entusiasmo con cui descriveva l’approccio teorico-pratico degli incontri formativi a cui aveva già partecipato. Mi riferì di Metodi e Tecniche brevettati ed esclusivi i cui principi venivano trasmessi dai docenti ai corsisti, non solo tramite contenuti teorici ma anche mediante opportunità esperienziali che avevano vissuto direttamente. M’iscrissi desiderosa di arricchire ed espandere il mio bagaglio culturale improntato, fino ad allora, ad una formazione accademica tradizionale in ambito educativo e con sbocchi professionali essenzialmente orientati all’insegnamento.
Avviato il percorso formativo m’imbattei in un team di docenti preparati e disponibili (per lo più liberi professionisti nell’ambito pedagogico, psicologico e socio-sanitario) ed ebbi il privilegio di incontrare il Prof. Dr. Guido Pesci, fondatore della Pedagogia Clinica, Direttore Scientifico dell’ISFAR e Presidente dell’ANPEC; la sua caratura professionale e umana improntavano l’intera architettura del corso. Particolare importanza ebbe pure l’incontro con il Reflecting® ed il docente che ne tenne le lezioni; il Prof. Antonio Viviani. Una volta concluso con soddisfazione il percorso formativo, mi diede modo di conoscere e vivere la pratica pedagogico-clinica all’interno del CESAPP, centro specialistico grossetano di cui è tuttora Direttore Scientifico, che aveva avviato già da vari anni.
È trascorso oltre un ventennio dal mio incontro con la Pedagogia Clinica e si rinnova quotidianamente la consapevolezza di quanto sia stato rilevante; continuo a ritenere la trasversalità dei suoi valori fondanti motivo di ispirazione in ogni ambito esistenziale.