Corrado Ciccarese

Il mio percorso scolastico istituzionale termina con la Laurea in Pedagogia (a indirizzo psicologico) presso la facoltà di Magistero di Bologna. Un percorso vissuto fra le aule e i seminari di studio e nelle assemblee di facoltà dove gli echi delle rivolte di piazza (siamo in pieno ’77) scorrevano parallelamente a una “ricerca psico-pedagogica” che partendo da presupposti umanistici si innervava di istanze sociali e contenuti profondamente innovativi. L’approccio alle teorie/metodologie Canevariane, l’attrazione per tutte quelle dimensioni didattico-educative divergenti rispetto ai modelli tradizionali, la scoperta della “diversabilità” e di quella “pedagogia speciale”, attiva, che avrebbe trainato negli anni a divenire tutta la riflessione e la ricerca pedagogica sono stati, per molto tempo, gli assi portanti di quella che è stata (per me) una scelta di vita. Scriveva Carl Rogers: ”Non vi è una teoria preconcetta alla quale dover cercare di rispondere. Non vi è una verità oggettiva a cui dover fare riferimento: l’unica verità è il vissuto della persona in difficoltà”.
Idea, concetti e soprattutto prassi che avrei trovate più avanti e più sviluppate nell’incontro con la Pedagogia Clinica, la quale ha rappresentato una svolta nella mia vita personale e professionale. Una sorta di viaggio iniziatico che non avevo preso in considerazione e neanche immaginato: dal giorno che mi trovai difronte il manifesto che pubblicizzava il master in Pedagogia clinica a Firenze fino a quando aprii il mio primo studio professionale. Un viaggio che mi ha dato la possibilità di crescere come persona e per il quale sono grato a Guido Pesci e tutti gli altri componenti di quella che prima ancora di un’associazione professionale è risultata essere una “seconda famiglia”, un ambiente ideale per far crescere la propria “funzione energetico-affettiva”, le proprie potenzialità e anche le proprie aspirazioni. I sentimenti che mi legano a questo gruppo di persone, sarebbero del resto difficili da eliminare perché costituiscono una parte irriducibile della mia esperienza di vita e dei miei ricordi più cari: scorrono davanti ai miei occhi una carrellata di volti, episodi, dialoghi, presenze che, se messe insieme come le tessere di un mosaico, formano un’immagine d’insieme indelebile.
Ma il viaggio con la Pedagogia Clinica non si ferma qui, ai sentimenti e ripescati impossibili da negare: perché insieme ad essi lievita, nello sfondo epistemologico che la eleva da semplice disciplina a scienza, lo sforzo euristico che le consente di emergere come ”pedagogia operativa” risparmiandoci le nebulosità astratte delle teorie non supportate dal fare per aderire alla “pratica della conoscenza” e ad una “Veritas” che si rispecchia nelle prassi maieutico-educative. Una disciplina fondata scientificamente che, non solo offre al professionista da essa formato gli strumenti per intervenire con successo nella realtà (i vari metodi e tecniche a marchio Anpec) ma che, cosciente del proprio “coraggio visionario”, sa declinare le sue “utopie eduvative” al corpo vivo del tessuto sociale ed esistenziale.
È nella concreta esperienza empirica con gli esseri umani reali, intesi come persone e non come enti, che il Pedagogista Clinico® costruisce la sua specifica identità andando a collocarsi nel vasto campo della Relazione di aiuto agendo in soccorso alle singolarità e alle fragilità. La formazione di questa figura, affidata a mani esperte e con competenze eclettiche è stata anche la mia “formazione”: una formazione professionale(e non solo) orientata verso scelte metodologiche in netto contrasto con quelle tendenze psico-educative, purtroppo di gran moda, subordinate al cognitivismo e al condizionamento operante tutt’ora presenti nelle pratiche educative istituzionali e non solo.
Anche qui, il solco delle mie esperienze come professionista si è intrecciato con vissuti umani e interpersonali di grande significato consentendomi di essere finalmente soddisfatto di me stesso e del mio lavoro. Fra le esperienze di lavoro più significative mi piace ricordarne alcune. Il work-shop sui “Linguaggi della corporeità” con gli studenti della facoltà di Scienze della Formazione di Rimini dove uno studente mi disse di “avere imparato di più in quei due giorni che non in tutte le lezioni alle quali aveva assistito fino ad ora”. La presenza, ai Campi Estivi promossi dall’AIFA dove ho sperimentato con successo il metodo Touch-Ball sui ragazzi ADHD. Le Formazioni ai Docenti dalle Scuole dell’infanzia fino alle Superiori. Il “Mese della Pedagogia Clinica” organizzato nella splendida cornice della Biblioteca Malatestiana di Cesena, che ha visto la partecipazione dei dott. Guido Pesci, Mani, Pistillo e Perri. Il Progetto di Collaborazione e Formazione del personale tecnico presso la Scuola Calcio ragazzi della Polisportiva S. Rocco di Faenza. Lo Sportello di Ascolto Pedagogico Clinico presso l’ITTS di Rimini. In questo momento sto portando avanti un’esperienza di “Teatro e Pedagogia Clinica” con un gruppo intergenerazionale a Forlimpopoli.