Donatella Salinetti

Voglio intitolare questa sorta di ‘amarcord’ con ‘C’era una volta…Io’, titolo che ha  il  profumo  dell’infanzia, quando  una favola accendeva  la fantasia e ci trasportava  in un mondo di Castelli, Principesse, Fate, Maghi, Elfi e Streghe. Mi  piace  ancora  credere che possa esistere una “Bottega  della narrazione” nella  quale entrare, e cercare  un piccolo angolo magico, dove realizzare i propri desideri, come quello avveratosi con gli inizi della mia formazione in Pedagogia Clinica, presso l’ISFAR-Formazione post-universitaria delle professioni, a Firenze, in via del Moro, nel novembre 2009. Eh sì, perché la tesina che presentai, il 21 dicembre del 2011, al termine del corso, aveva come titolo “C’era una volta tu”. E’ il progetto pedagogico clinico, che realizzai durante l’anno scolastico 2010-2011, come insegnante di scuola dell’infanzia e come Pedagogista Clinico® in formazione. L’obiettivo da raggiungere era quello di accrescere le competenze percettivo motorie, propedeutiche alla lettura e alla scrittura, incentivando il movimento (che spesso i bambini non hanno più modo di effettuare a causa degli stili di vita e di gioco), anche attraverso la riscoperta dei vecchi giochi di cortile. E cosa c’è di meglio degli spazi interni ed esterni di un vero e proprio castello, sulle colline tra Torgiano e Bettona, nel silenzio dei boschi di lecci, dove si erge il Castello di Rosciano? Era il 30 aprile 2011, giornata conclusiva del progetto che, attraverso una favola, ha trasformato in vere dame e cavalieri, gli alunni di due scuole dell’infanzia, le loro insegnanti ed io, anche pedagogista clinica in formazione, oltre alle famiglie dei bambini. Strascichi, giubbe, cappelli, elmi, gualdrappe, corpetti, vesti, sopravvesti, panciotti, manicotti, berretti, mantelli: gli abiti più sontuosi della storia che dettero vita ad  una galleria di gentiluomini e gentildonne di epoche lontane!
Questa sfilata di strepitosa eleganza  fu accolta da un giullare, che  accompagnò i partecipanti all’interno delle mura dove la Castellana, avrebbe provveduto alla loro investitura, con tanto di spada, che, anche se molto antica e tramandata da generazioni, non aveva nessuna intenzione di ferire! Ai bimbi, chiamati ad uno ad uno, fu consegnata la preziosa chiave del castello,realizzata con la cartapesta nel laboratorio scolastico  nel quale sarebbero potuti tornare ogni volta che lo avessero desiderato, anche solo con la loro fantasia.
Ci fu l’investitura ufficiale anche per la dirigente scolastica, nominata vice-castellana, che, ricevuti i complimenti per il progetto svolto, da parte della castellana, proprietaria del castello, psicologa e psicoterapeuta del servizio di riabilitazione per l’età evolutiva, ha condiviso premio e meriti con tutte le insegnanti coinvolte e, soprattutto, con me, insegnante e pedagogista clinica in formazione, artefice del progetto stesso. Le sue parole mi riempirono di gioia e commozione perché mi disse che ero stata capace di cogliere i bisogni dei bambini cercando di dare “una risposta educativa” rispettosa nei riguardi del loro processo di crescita e di sviluppo orientato alla globalità della loro persona, alle istanze psico-fisiche, affettivo-relazionali e sociali con l’attuazione di innovative tecniche e metodologie pedagogiche.
L’articolo che segue fu pubblicato sul Corriere dell’Umbria, tre giorni dopo l’evento, il martedì 3 maggio 2011, dopo che le famiglie degli alunni delle due scuole dell’infanzia, coinvolte in tale progetto  avevano chiamato un cronista del Corriere dell’Umbria perché potesse farsi portavoce del lavoro di un anno, così ben articolato e che aveva portato beneficio a tutti i bambini. Così le famiglie ci dimostrarono il loro apprezzamento ed il loro entusiasmo. “Tutti insieme, a dimostrazione di come si possa educare in maniera originale e stimolante.”Fu il commento del giornalista, Massimo Fraolo, che firmò l’articolo e commentò così ciò che vide quel 30 aprile 2010:

Sapete educare in maniera originale e stimolante operando un cambio di prospettiva, facendovi carico dei principi di aiuto alla persona, “cura” e “relazione”, intorno ai quali si costruisce l’autentico agire educativo-trasformativo.

Questo articolo è la testimonianza di ciò che scaturì dalla mia formazione come Pedagogista Clinico® ed è il mio frutto prelibato, nato da un percorso che iniziai, ufficialmente, nel novembre 2009, ma in realtà, era cominciato sei mesi prima, a maggio dello stesso anno, quando ebbi modo di leggere una locandina appesa sulla bacheca della scuola dell’infanzia in cui insegnavo. Mi colpirono molto queste frasi, firmate da due persone illustri, Guido Pesci e Marta Mani:

La scuola italiana ha urgente bisogno di una ventata di cambiamento che la rinnovi profondamente, facendole superare l’affievolita identificazione sofferta in questa ultima parte di secolo, consentendo all’insegnante di ritrovare la propria funzione positiva e riconquistare e mantenere l’autonomia di fronte ai tentativi di invasione di un’antipedagogia sanitarizzante.”

Quei  due nomi che avevano firmato quelle poche righe, già da subito molto interessanti per me, lo diventarono realmente quando incontrai, personalmente, durante la prima, delle 1500 ore di formazione a Firenze,il professor Guido Pesci, presidente del movimento dei Pedagogisti clinici e la professoressa Marta Mani, una delle docenti del corso, anche lei con un’esperienza pregressa di insegnamento nelle scuole. Quella locandina mi indicava la strada da seguire verso gli obiettivi che volevo raggiungere per appagare la mia sete di cambiamento, di ricerca, di studio e approfondimento, per soddisfare, soprattutto, i bisogni educativi di quei bambini nei quali emergevano segnali di particolari difficoltà che destavano preoccupazione. A scuola si parlava  a sproposito e molte spesso, anche fuori luogo di ’disturbo’, di problematiche neurologiche e di apprendimento, in assenza di diagnosi specifiche e soprattutto senza che noi insegnanti avessimo competenze in merito. Si discuteva sulle modalità di integrazione scolastica di alunni non italofoni, disabili o con altre difficoltà. In questo clima di dubbio e incertezza dove si assisteva all’effettiva “invasione di un’antipedagogia sanitarizzante” fui colpita da ciò che la nostra dirigente didattica scrisse in una circolare all’inizio di quell’ anno scolastico 2008-2009: ” Sono gli alunni, i loro bisogni, il loro desiderio di conoscenza, la loro vivacità che deve essere il motore e la spinta della nostra azione educativa. Dobbiamo recuperare il senso profondo del nostro essere insegnanti e connotarci sempre più fortemente come professionisti dell’educazione. Il vero senso del termine ‘educare’, inteso nella duplice accezione del “trarre fuori” e del “prendersi cura” sono trasversali ad ogni cambiamento.”

Con gli stimoli, lo studio e l’approfondimento che man mano ricevevo dalla formazione pedagogico clinica, a Firenze, iniziai a fare i primi passi verso la costruzione di una relazione positiva sia con ciascun bambino che con i genitori, creando, prima di tutto, un clima disponibile ed accogliente. Infatti cominciai a concepire l’accoglienza come un momento fondamentale volto alla creazione di un rapporto basato sulla fiducia e l’assenza di giudizio, aspetti mantenuti e considerati durante il percorso. La novità, la varietà e la pregevolezza delle esperienze proposte, desunte dai metodi pedagogico clinici, offerti dal corso di studi pedagogico clinici, mi hanno consentito di prospettare orientamenti tradotti, di volta in volta, in azioni specifiche e pertinenti, seguendo l’unico obiettivo della soddisfazione dei bisogni del bambino. Proprio partendo dalla centralità del corpo, attraverso cui i bambini, dai tre ai sei anni, fanno esperienza del mondo che li circonda, cercai di ampliare il loro orizzonte e le loro prospettive  consentendo ad ognuno di loro nuove opportunità di relazionarsi con lo spazio e il tempo, di vivere la corporeità in sintonia fra gli attori del processo di apprendimento, gruppo dei coetanei, insegnanti, famiglie. E’ in questa rete di relazioni che ognuno si poteva riconoscere, raccontare ed esprimere in un atmosfera piacevole e serena. Le tecniche usate, desunte dai metodi dialogico-corporei, basati sulla contrazione e decontrazione muscolare o quelle tratte dai metodi basati su stimolazioni tattili, come il Bodywork®, mi hanno permesso di far provare anche ai bambini con difficoltà il piacere di abitare positivamente il proprio corpo, di scoprirlo e di dialogare con esso e soprattutto di sperimentare a poco a poco una calma ed una serenità mai provate fino ad allora. Le tecniche desunte dai metodi con intermediario, come il Touch-ball®, usate per i bambini con blocco inibitorio, e anche con i loro coetanei non italofoni, che spesso si isolavano,rifugiandosi negli angoli più nascosti e, che soprattutto non condividevano le varie attività, hanno permesso loro un’esplorazione corporea che ha distribuito energia nuova eliminando le resistenze e le tensioni interiori. Le tecniche desunte dal metodo Edumovement®sono state il “fil rouge” dell’intero progetto, che ha privilegiato e garantito una conoscenza di tutti gli aspetti che caratterizzavano, la storia e le esperienze personali di ciascun bambino. Il contributo di altre tecniche tratte dai metodi Ritmo-fonico® ed Educromo® mi hanno permesso di lavorare in particolare sul linguaggio, catturando l’attenzione dei piccoli allievi, a conoscere e a discriminare le figurazioni segnico-alfabetiche.
Vivere con il corpo gran parte delle esperienze, utilizzando il canale delle senso-percezioni, ha facilitato soprattutto il riconoscimento delle lettere dell’alfabeto  nei bambini più grandi. Allo stesso modo il benessere e il piacere provato nel lasciare traccia di sé si è manifestato in modo crescente nei vari setting, tanto da essere più volte richiesti dai bambini.
Altro elemento fondamentale del progetto è stato quello della favola e della narrazione, molto apprezzata dai bambini, soprattutto perché essi sono stati resi protagonisti, quasi “artisti, pittori”, originali e creativi. La favola, come un indispensabile oggetto intermediario che ci introduce nel mondo simbolico e ci fa percorrere i paesaggi interiori, è uno degli strumenti indispensabili della pedagogia clinica per stimolare la persona e spingerla al superamento del proprio disagio personale e sociale.
I risultati raggiunti e la partecipazione attiva di tutti i bambini ci hanno permesso di valutare positivamente il progetto pedagogico clinico attuato, toccando con mano che tali metodologie sono pienamente rispettose delle esigenze dei bambini e al tempo stesso ci fanno intravedere anche ulteriori sviluppi, in merito alle nuove metodologie apprese successivamente al progetto.
Un’ultima considerazione riguarda il coinvolgimento dei genitori che finalmente si avvicinarono alla scuola, scoprendo, grazie agli incontri-dibattito, la valenza educativa delle esperienze proposte ai loro figli, che poi hanno avuto modo di vivere personalmente nella giornata conclusiva. E’ stato “indispensabile” creare questo ultimo spazio inter-relazionale, al castello di Rosciano, dove genitori e figli, stando insieme, potessero diventare protagonisti assoluti del loro tempo in totale armonia e spensieratezza, scoprendo e sviluppando un migliore scambio comunicazionale.
L’obiettivo della proposta era essenzialmente quello di creare tra loro una nuova modalità relazionale basata sulla cooperazione, che servisse, sia a valorizzare le abilità dei bambini nell’ambito di esperienze creative ed espressive, sia ad evidenziare l’unicità e l’importanza educativa delle esperienze proposte nel corso del progetto.
Al Castello sarebbero stati i genitori a cimentarsi in alcune delle esperienze più significative del progetto, effettuate, con la guida dei propri figli, divenuti per l’occasione loro maestri.
La forza e la voglia di agire, divertendosi, dei genitori presenti, accorsi numerosi, è stata tale che è nato un proficuo momento di confronto e di dialogo tra di loro, con la pedagogista clinica e le insegnanti. I genitori poi, stimolati da quanto le professioniste avevano osservato, hanno chiesto di creare maggiori spazi di dialogo e di approfondimento come questo, anche nel corso dell’anno scolastico.
Queste alcune delle riflessioni scritte dai genitori su un quaderno, donato poi a noi insegnanti:

Bellissimo! Complimenti e più spesso queste esperienze che ci fanno stare bene!”
Semplicemente fantastico!….Tra dame e cavalieri, tra giullari e bambini….Un’ esperienza piacevole e divertente da ripetere!
“Di solito sono sempre pronto a condannare le maestre di mio figlio,ritenendole incapaci e impreparate  a svolgere un  lavoro così delicato, ma questa volta devo chiedere loro perdono per i miei comportamenti e mi inchino a tanta preparazione, tanta sapienza e tanto lavoro!”
Un piccolo pensiero per una grande giornata ricca di magia, cavalieri, dame, giochi e tanta allegria! Grazie”

Una compiutezza educativa che ha trovato il gradimento dei bambini stessi, delle famiglie e anche delle colleghe docenti, soprattutto durante la giornata finale svolta al castello di Rosciano, durante la quale i genitori, con il procedere delle attività, hanno saputo sviluppare nuove modalità di relazione con i loro figli, valorizzando le loro abilità, arricchendole con suggerimenti e consigli che hanno reso le attività ancora più divertenti e coinvolgenti. I partecipanti hanno vissuto un’esperienza che ha evocato piacevoli sensazioni ed importanti momenti di interazione oltre ad un sano divertimento. Essi si sono resi consapevoli di aver vissuto  un qualcosa di “magico” riscoprendo rapporti sereni e collaborativi all’interno delle famiglie. In particolare i testimoni di questa crescita personale, in un clima di gruppo, sono stati i due bambini diversamente abili che hanno seguito in modo divertito ciò che fino a quel momento li preoccupava, dopo aver superato brillantemente le difficoltà e lo smarrimento per le novità durante il percorso annuale del progetto.