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Educazione sessuale e Pedagogia Clinica

giugno 5, 2020
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piccola eros

Il sesso negli anni ’70 era considerato il “vero problema” e l’educazione sessuale costretta a battersi contro quello che era considerato il “feudalismo dell’amore”, sesso declinato in “certe cose”, vissuto come tabù.

In questo periodo storico si stampano “guide ai problemi” e riviste con formule dichiarate come “idee nuove” e perfino una incontrollata ondata di pubblicazioni erotiche. L’argomento trova spazio nella cronaca dei giornali dove vengono ospitate polemiche sostenute da segnalazione o denunce di cittadini “morigerati” o colti da pruderie.

Sull’argomento dai molteplici aspetti, morale e religioso, umano e sociale, igienico e sanitario non poteva mancare l’impegno della Pedagogia Clinica.

Il Pedagogista Clinico® occupa spazio nei dibattiti, propone incontri ai genitori e promuove l’educazione sessuale nelle scuole non dimentichi che la prima legge per l’introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole non era già stata “preparata” prima della guerra del 1915 e nessuno negli anni ’70 del secolo scorso era ancora in grado di prevedere in quale decennio di quel secolo o del successivo si sarebbe cominciato in Italia a fare ciò che da tempo si faceva in altri paesi. Nell’interesse del singolo e del sociale gli incontri con i genitori inseguivano il principio che se fossero stati resi abili nel dare adatte risposte ai figli avrebbero potuto essere loro ad assolvere ad un compito così delicato. La formazione sessuale offerta ai genitori era sostenuta da una dinamica di scambio su aspetti che non trascuravano ogni momento dell’evoluzione dell’uomo a partire dal neonato, al lattante, ai vari momenti nelle diverse funzioni corporee fino alla pubertà e all’età adulta, basata sul motto “molta chiarezza e nessuna censura”.

I Pedagogisti Clinici, oltre alla formazione dei genitori, diedero inizio alla formazione sessuale agli allievi nella scuola, ciò che veniva realizzato con l’uso di diapositive per esporre con scientificità ogni anatomia e funzione. I dati raccolti conseguenti queste formazioni e presentati al Cenacolo dei Movimento dei Pedagogisti Clinici furono studiati e analizzati e posero in evidenza il disagio e la distrazione provata da un’alta percentuale degli allievi delle elementari e medie e ancor più un elevato disagio e una  più ampia distrazione dimostrate dagli allievi delle medie superiori nonostante le arricchite esposizioni sulle malattie veneree, l’aborto e la regolazione delle nascite.

Con questa sperimentazione si ebbe la conferma che l’educazione sessuale non dovesse basarsi su un corredato visivo sostenuto da diapositive e che l’educazione sessuale per qualunque età dovesse fondersi con l’insegnamento dalle varie e diverse materie di ogni giorno porgendo preventivamente agli insegnanti la preparazione necessaria per assolvere ad un compito così delicato, liberi da preoccupazioni ideologiche.

I progetti per la preparazione degli insegnanti sostenuti dalla Pedagogia Clinica strutturati  per consolidare questo orientamento, prevedevano esperienze formative che liberassero gli insegnanti dalle tracce presenti nella voce popolare che fa credere morale solamente ciò che è puro nella vita sessuale, e immorale ciò che non è sessualmente astinente, e pure una disponibilità a riconoscere e saper attestare che le funzioni sessuali rappresentano uno dei bisogni normali dell’uomo e l’istinto sessuale deriva originariamente da un bisogno di eliminazione della sostanza germinale. L’impegno era di aiutare gli insegnanti a liberarsi da ogni pregiudizio sulle malattie veneree e evitare di considerarle malattie vergognose da nascondere impedendo così di intervenire tempestivamente, ed emanciparsi dalla stolidità e sapersi coniugare al fatto che i caratteri maschili e femminili sono ripartiti diversamente nei singoli individui. Il progetto chiedeva inoltre che l’equilibrio affettivo-sessuale dell’insegnante dovesse evitare di considerare una immoralità l’uso frequente e ripetuto dell’attività sessuale, rivedere i propri eventuali rigidi precetti che presuppongono una costituzione ed una situazione ormonica uguale per tutti. L’insegnante doveva avere la lealtà di riconoscere che esistono delle donne come degli uomini nei quali il bisogno sessuale è assai vivo, che l’onanismo non è un “turpe vizio”, una pratica oscena che abbrutisce, specie se presente come fenomeno di psittacismo, doveva evitare che l’omoerotismo, oggi più frequentemente definito omosessualità, la variazione di certi caratteri somatici e psicologici, crei perniciosità, riesca sgradevole fino al rifuggire dal sostare su tali manovre erotiche.

Tanti i fenomeni sessuali su cui il progetto imponeva di fermarsi per garantire all’insegnante un abito che potesse permetterle di riconoscere che tutti gli uomini possano svolgere le facoltà  che la natura ha loro concesso, saper sostare senza nessuna difficoltà su aspetti biologici e funzionali e promuovere negli allievi esperienze maturazionali basate sull’affettività, sull’armonia delle intese, migliorare per vie elettive atteggiamenti e comportamenti utili per un esprimersi e un comunicare efficace. Il compito educativo di un insegnante si ritrova anche in questa messaggeria poiché è finalizzata ad aiutare ogni allievo a gestire e modulare una disponibilità a cogliere le emozioni ed armonizzarle, a riflettere sul valore dell’espansione della relazione intima e sulla necessità di amare, basi per l’edificazione di una personalità bene integrata, idonea ad armonizzare gli aspetti emotivi.

Guido Pesci


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