Mi sono laureata nell’anno accademico 2000-2001 e solo verso la fine del percorso accademico ho compreso che la via intrapresa era quella giusta per me. Il tirocinio prima della laurea mi aveva fatto capire cosa mi piacesse, l’esperienza sul campo mi aveva formata, era stata quel “trare fuori” tipico della professione di educatore.
Sono stata una mosca bianca per il mio corso di laurea, portando una tesi nata e sviluppatasi in ambito medico, ma che è stato un lavoro congiunto tra sociale e sanitario, a quanto pare profetico visto il lavoro che tutt’ora svolgo.
Terminata l’università, quasi per caso, inizio a lavorare per un consorzio di Cooperative e la mia prima esperienza, in cui mi sono buttata senza pensarci troppo, (sono stata un po’ incosciente), non era certo semplice, anzi tutt’altro.
In contemporanea al mio primo lavoro, di cui parlo nel primo elaborato portato in occasione della prima settimana intensiva a Montevarchi, mi iscrivo alla formazione in Pedagogia Clinica. Scopro che esiste questa figura professionale perché mi imbatto in una locandina che pubblicizza l’inizio del Master e dà delle informazioni che successivamente approfondisco. Mi sembrava perfetto, se il tirocinio universitario mi aveva “aperto gli occhi”, il master era necessario per ciò che volevo fare e diventare: Pedagogista Clinica®.
La possibilità di poter intervenire con un’azione educativa concreta, con strumenti propri. La pedagogia clinica in quel momento era la perfetta unione di ciò che i miei professori all’università avevano insegnato, ovvero: una Pedagogia che non ha il compito di sostituire l’azione medica e/o psicologica, ma piuttosto adoperare il proprio sapere, le proprie metodologie per la soluzione dei conflitti, delle problematicità che impediscono alla persona di svelare la propria personalità.
Rispondere ai bisogni della persona in modo specifico e personalizzato, trovando gli strumenti più idonei affinché si possa evidenziare l’unicità di ciascuno (Canevaro). Un “Aiuto alla Persona “concreto, non limitato ad un solo periodo della vita, ma una presa in carico della persona che favorisca la crescita puntando all’integrazione all’interno della società.
Questo è quello che provo a fare ogni giorno quando varco la soglia del Centro diurno per disabili adulti di cui sono la referente e per il quale mi sono trasferita in Toscana, lasciando la mia cittadina in Puglia. Un lavoro che punti alla capacità di ogni mio ragazzo affinché possa destreggiarsi in diverse situazioni, contesti e poter agire con le proprie capacità. (Autonomia e Coscienza di sé).
Lo scopo, proprio della Pedagogia Clinica, <> è quello che professionalmente cerco di fare ogni giorno con l’utenza con cui mi rapporto, ovvero persone che hanno differenti difficoltà, fisiche, psichiche, sensoriali, che necessitano di risposte specifiche per ognuno di loro affinché ci sia integrazione sociale, affinché il famoso progetto di vita di cui la persona deve essere al centro possa trovare realizzazione. Finalmente, e scusate il termine prettamente medico, una presa in carico a 360 gradi dove non si tenga conto solo della patologia, ma l’intero soggetto che deve essere aiutato per il superamento delle difficoltà. Ringrazio la Pedagogia Clinica perché mi permette di svolgere le azioni educative attuando interventi che possano condurre ad una evoluzione socio-relazionale, affettiva, lavorando in sinergia con altre figure professionali (Assistenti Sociali, Psichiatri, Psicologi, Medici di base…), ma la ringrazio anche perché mi permette di essere un formatore più attento nel preparare i volontari, che sono parte integrante dell’associazione per cui lavoro, dando risalto ed importanza alle parole che utilizziamo quando parliamo della Persona, perché mi ha permesso di credere fortemente che dobbiamo aiutare la persona a fare leva sulle proprie capacità per poter risolvere il momento di crisi che si trova a vivere affinché possa nuovamente autodeterminarsi.
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