Sono stata per lunghi anni nella scuola ed ho sempre sentito la spinta di cercare un modo diverso di esserci. Un modo che raccontasse e si rivolgesse soprattutto alle persone in modo fortemente “pedagogico”.
Così un giorno, parlando con una mia collega, sono venuta a conoscenza di questo approccio della Pedagogia Clinica. Da quando poi, ho conosciuto da vicino questa esperienza, deve dire che davvero sento di essere cresciuta tanto e di aver imparato moltissimo sia professionalmente che umanamente.
I miei maestri, mi hanno insegnato con profonda dedizione, destando passione, curiosità, creatività, costruendo e tessendo la meravigliosa tela della competenza intrisa di umanità. Mi hanno permesso di tessere una trama nuova di saperi, nel rispetto della mia storia…e guidata a sentire col cuore. Mi ha da subito affascinato, questo modo pedagogico clinico di stare vicino e insieme nella vita di una persona: chiaramente volto a capire, conoscere e approfondire peressere vicini,
Le PAD momento conoscitivo fondamentale per incontrare l’altro/a nella sua unicità… mi hanno affascinato: finalmente un acronimo che non svilisce , ma afferma con forza la dignità, l’unicità dell’essere. Ascoltare e osservare dunque per rintracciare le specifiche abilità e potenzialità di ogni persona.
La scuola di Pedagogia Clinica ,mi ha insegnato questo ,ha movimentato energie, armonie, atteggiamenti e stili relazionali nuovi, ma soprattutto mi ha permesso di costruire uno spirito volto alla conoscenza del contesto e delle persone, l’approfondimento delle visioni, nel rispetto delle individualità e specificità di ciascuno, mettendo sempre in primo piano, o comunque cercando di farlo, le potenzialità e disponibilità di ciascuna persona. Mi dà sempre tantissimo guardare gli occhi di chi incontro e ascoltare con il cuore, i loro racconti. Troppo spesso ci troviamo di fronte ad una scuola che propone di medicalizzare ogni comportamento invece di comprenderlo attraverso una conoscenza del soggetto, la costruzione di una relazione, la capacità di guardare e guardarsi.
Questo è l’impegno pedagogico clinico più grande cui la scuola è chiamata a rispondere e farlo attraverso la Pedagogia Clinica, porterebbe un valore aggiunto grande. Il grande valore del dialogo risiede proprio nel dia-logos, comunicazione dove non c’è predominanza, ma rispetto dei tempi, modi, cultura, credenze, dell’altro, e dove risiede il più antico degli apprendimenti: il valore della reciprocità che nutre entrambi, perché inseriti nel gioco osmotico e dinamico del dono di cui ciascuno è portatore.
Nei dialoghi gli interlocutori sono co-pensatori.L’occasione della meravigliosa e magica scoperta creativa del gioco relazionale , che ci permette di intraprendere il viaggio delle possibilità. Ecco, ancora oggi, a distanza di anni, continuo a nutrirmi di questo sguardo e di provare a prendere per mano l’intreccio di storie che raccontano il mistero da svelare e rispettare con cura e rispetto…sempre. Quindi grazie, per questo nuovo modo di guardare .
Un saluto a tutti i pedagogisti clinici incontrati e non. il Pedagogista Clinico®, ci prova sempre, stando accanto e aprendo attraverso il preziosissimo lavoro del Reflecting®, l’esplorazione del sé, dando luogo poi a nuove e dinamiche generatività.
Mi ha da subito affascinato, questo modo pedagogico clinico di stare vicino e insieme nella vita di una persona: chiaramente volto a capire, conoscere e approfondire per conoscere, (e sicuramente non per etichettare). Le PAD momento conoscitivo fondamentale per incontrare l’altro/a nella sua unicità… mi hanno affascinato: finalmente un acronimo che non svilisce , ma afferma con forza la dignità, l’unicità dell’essere. Si suole dire e insegnare come sia importante conoscere e approfondire con serietà e metodicità le Potenzialità, Abilità e Disponibilità di una persona.
Quanto diverso può essere l’eco nell’anima di una Persona, l’ascolto di queste parole: il non stigmatizzare in una sigla un soggetto (non un DSA – Disturbo Specifico di Apprendimento – ma una persona che dispone di abilità e potenzialità). Allora l’armonia del sentire emotivo ritrova l’alveo della sua natura: la persona si sente percettivamente capace e non deficitaria;
sente le possibilità e non solo i vincoli, sente di essere protagonista e non vittima, sente di essere in un dias- logos e quindi partecipe di un pensiero e non confinato dentro le briglie di un’etichetta. Un approccio che costituisca un affondo pedagogico e filosofico nella vita scolastica di tutti i giorni scolastici e che possa in qualche modo provare a lenire le fatiche e le sofferenze verso le quali sento che la risposta non può essere unicamente quella diagnostica, ma debba essere, prima di tutto, Pedagogico Clinica e che, dopo gli approfondimenti (sicuramente necessari) e le PAD, attraverso proposte specifiche consenta di dare vita alle differenze di cui fortunatamente siamo tutti portatori, creando così un vero tessuto inclusivo, dove la differenza non sarà foriera di discriminazione , ma di gioco dinamico ed evolutivo in cui ognuno potrà ri-conoscersi ed imparare a vedersi e sentirsi un valore! Sì, perché la scuola è indubbiamente un’organizzazione complessa, che comprende al suo interno diverse componenti tra loro intrecciate e che co-evolvono solo se costruiscono un rapporto inter-agente e non ex-cludente.
La scuola è un sistema aperto… verso le famiglie, verso la società e … fra i più importanti costrutti a matrice socio-culturale… ben definisce che l’apprendimento altro non sia, se non l’esito della costruzione collettiva delle conoscenze che avviene attraverso le persone che usano metodi, tecniche, strumenti per favorire l’implementazione e l’espressione del loro potenziale (“psicologia dell’educazione” di Clotilde e Maurizio Pontecorvo ed Il Mulino 1986 p. 99) quindi si profila un presupposto epistemico di scuola: che incoraggi il bambino/a verso nuovi modi di sperimentarsi che faccia ricerca per capire il potenziale e le abilità di ciascuno che si senta impegnata nella formulazione di proposte nuove e creative in aiuto alla persona che lavori per autonimizzare… non per creare dipendenza che stia in ascolto dell’altro/a che sappia creare un clima simpatetico e vitale. Condividere questo modo di intendere la scuola significa, ritengo, sollecitare (in me prima di tutto) l’ambiente scuola, a costruire una visione più ampia dell’apprendimento, che non enfatizza solo i limiti/ difficoltà/ fragilità, ma che sottolinea il ruolo importantissimo della mediazione socio-emotiva ed apprenditiva che si stabilisce tra persone (bambino / educatore, educatore / bambino) inseriti in una cultura specifica, che è portatrice di concezioni morali, etiche, filosofiche, identitarie uniche e particolari, di cui tener conto come risorsa aggiunta, plus-valore, nutrimento, bussolA.
Una cultura che deve abbandonare la iatrogenesi terapeutica, risolutiva di ogni problema, perché ciò determina la crisi della fiducia nell’uomo, nel suo tessuto sociale di appartenenza, nella capacità di resilienza di ciascuno; perché ciò induce ad inficiare le possibilità e le potenzialità di ciascuno, a costruire un mito plastificato della salute come eterna. Convivere con il nostro IO intero e non frammentato dai manuali diagnostici, significa vivere.
Dolore, sofferenza, difficoltà, fragilità sono VITA, quella che va e che non ha bisogno di cure, ma di qualcuno che si prenda cura, che sia al nostro fianco…accanto e non che sovraintenda su ciò che non siamo e/ o non potremo essere, in quanto “deficitari”!
La Pedagogia Clinica e quindi il Pedagogista Clinico® a maggior ragione, finalmente in una diversa visione antropologica della normalità, ci aiutano a considerare l’”etereogeneita’” delle persone come una ricchezza significante e caratterizzante. Così facendo riprenderemo ad essere persone

