Essere padri oggi

di Paolo G. Zani

 

In questa società e da quando, più di vent’anni fa, ho iniziato a svolgere la professione di Pedagogista Clinico®  mi sembra che sia ormai lontana l’epoca in cui Gavino Ledda, in “Padre Padrone”, descriveva la sua infanzia con una figura paterna autoritaria.

Il cambiamento della figura paterna è, in parte, significativamente attribuibile ad una dinamica duale coniugale o di convivenza molto diversa rispetto alle generazioni precedenti. Mi sono chiesto, partendo da questo presupposto,  quale sia oggi il ruolo del padre nella società contemporanea? Quale sia il suo ruolo in famiglia? Quali potrebbero essere gli orientamenti utili ad una maggiore espressione dello stile paterno?

Nel lavoro sul campo si entra sempre più in relazione con papà che faticano “a portare i pantaloni” creando una serie di squilibri pedagogici all’interno del nucleo familiare. La figura del padre è, spesso, praticamente inesistente ed è privato del suo ruolo di capofamiglia.

È proprio così?

Chi lo avrà mai sostituito? Per quale motivo?

Cosa implica nella relazione educativa e di coppia?

Ci possono essere delle conseguenze?

Sono delle domande alle quali dobbiamo rispondere, per il bene di quell’ambiente familiare che tanto difendiamo dalle diverse interferenze socio-ambientali.

Nelle relazioni d’aiuto individuali o di coppia, nei lavori di gruppo, nei corsi di preparazione al parto ed al post mi rendo sempre più conto che il padre sta subendo una forte evoluzione senza precedenti. Sono presenti forti caratterizzazioni di ruolo che prima si consideravano esclusivamente femminili, ma che ora risultano una necessità derivante da una forte evoluzione della dinamica tra i partners e della famiglia, che supera l’etichetta negativa del mammo o l’eccessiva sovrapposizione con la figura materna.

Questa è la rilevante  scommessa pedagogica delle generazioni future nel rispetto della necessaria diversità nello svolgimento della funzione genitoriale.

I padri e la pubblicità

Prendiamo ad esempio una indagine del Censis, seppur datata di qualche anno, sugli

spot pubblicitari (televisivi, radiofonici, cartellonistica) si può notare che il padre pare “dimenticato”:

– immagine del padre       = 18,2%;

– immagine della madre   = 30,2%;

– interazione padre-figlio è al terzo posto dopo consorte e gruppo di bambini;

– nelle fiction il rapporto con il padre è al quarto posto dopo madre, gruppo di amici e giovani adulti.

I dati mostrano una scarsa presenza del principio paterno con un pubblico minorenne che si troverebbe privo di un esempio e una guida importanti per la crescita. La mamma non sembra in grado di riassumere in sé entrambe i ruoli in quanto, per quanto riguarda il processo di identificazione sessuale, il bambino ha bisogno dell’uguaglianza ma contemporaneamente della differenziazione, ossia dell’uguale a Sé e del diverso da Sé che superi il concetto di semplice dicotomia dell’identità di genere. È per questa rotta che passa la definizione della propria identità di genere, costituita da fattori fisiologici e culturali che interagiscono in maniera complessa e a volte non sempre in linea con quanto ci si possa socialmente aspettare.

Gli adulti che compaiono nella pubblicità accanto ai bambini hanno atteggiamenti affettivi complici e paritari, “padre-amico”, il che priverebbe il minore di quel confronto intergenerazionale e di quella rilevante relazione educativa asimmetrica.

Il “papà-fratello”, invece, fatica ad accettare l’impegno dell’età adulta, il ruolo di guida, la responsabilità e le sfide legate all’essere significativamente un punto di riferimento dello sviluppo olistico del figlio.

Questo era il ruolo veicolato dai mass-media di qualche anno fa ma, se ben osserviamo anche il cyber-spazio, a volte la situazione attuale non è cambiata nonostante il tempo passato.

I padri e la professione

I padri italiani risultano agli ultimi posti, tra gli europei, per quantità di tempo dedicato giornalmente ai figli, soprattutto se prendiamo in considerazione i paesi del nord Europa.

Si possono attribuire diverse cause a questa mancanza di spazio relazionale con il proprio figlio, come ad esempio la presenza di una madre che poco accetta le interferenze nella cura della prole, oppure al non sentirsi in grado di esercitare la funzione di educatore dirottandosi verso altro o, infine, a causa del maggior tempo che il figlio passa con la madre che porta il padre ad un ruolo marginale…

In effetti nella maggioranza delle situazioni familiari nei giorni feriali i bambini giocano maggiormente con la madre, ma le posizioni s’invertono durante i giorni festivi poiché il padre può dedicare maggior tempo alla famiglia, divenendo quasi un “father’s weekend”.

Sicuramente l’attività lavorativa paterna occupa la maggior parte del tempo giornaliero, soprattutto se sono presenti opportunità di carriera personali, anche se la figura materna ormai collabora in maniera rilevante al budget familiare superando l’idea del padre come esclusivo “bread-winner”. Da qui anche la possibile perdita di status intrafamiliare con una relativa sofferenza funzionale se il padre non trova altre modalità di consolidamento del proprio ruolo.

Inoltre il clima di incertezza sociale e lavorativa destabilizza il clima familiare; infatti la coppia genitoriale deve lottare affinché possa veicolare quei valori che reputa fondamentali per l’esistenza di un individuo e deve contrastare, con coerenza e con tutte le proprie forze, l’insorgenza di quei valori che sfaldano la coppia, che svuotano la famiglia, che alleggeriscono il ruolo paterno e che impauriscono il figlio.

La presenza di valori condivisi da trasmettere alle nuove generazioni è un punto imprescindibile di partenza nella costruzione di una “nuova casa” e nella definizione e strutturazione di Sé, sapendo che è da un lavoro di co-genitorialità che la coppia individua quei valori universali e specifici che vuole veicolare alle nuove generazioni e tramandare al proprio figlio.

I padri ed il tempo libero

È legittimo desiderio dei papà stare con i figli, però devono fare i conti con il lavoro che sottrae tempo ed attenzioni ai papà.

All’inizio, soprattutto durante la preparazione al parto, sembra che i padri abbiano una profonda intenzionalità di presenza tende ad affievolirsi, consolidando un’idea di “padre senza tempo”. Infatti si evidenzia, spesso, una grande partecipazione dei neo-papà, ma man mano che i giorni passano cominciano a presentarsi problemi e i padri dichiarano di aver avuto difficoltà a conciliare il lavoro con il ruolo genitoriale.

Ci dobbiamo chiedere se… è solo una questione di mancanza di tempo causato dal lavoro?

Non penso che ci sia solo una questione di lavoro, infatti parecchi fanciulli e preadolescenti dichiarano in certi casi di preferire di gran lunga i nonni come modello di riferimento. Le caratteristiche che principalmente emergono, più criticate dai bambini, sono relative a vedere la figura di riferimento come eterno adolescente, come persona che persegue in modo eccessivo la forma fisica del figlio, come soggetto che ha un’intenzione eccessiva di portare il figlio al successo, come un individuo maniaco della tecnologia, come un esperto che insegna al figlio le tecniche di seduzione….

Eppure i bambini chiedono al papà solamente di esserci, ma di esserci pienamente e di giocarsi con le proprie debolezze, fatiche, talenti e risorse in una prospettiva di continua crescita e miglioramento del proprio Sé adulto, eliminando quei comportamenti personali soggettivamente e socialmente legati alle proprie aspettative e carenze vissute in forma pregressa.

Inoltre noto sempre di più un forte bisogno filiale di un padre che sia in grado di essere fermo, che si assuma la responsabilità delle decisioni genitoriali e che sappia sopportare il rischio di un possibile ed umano errore nello svolgimento del proprio stile.

I padri  e i “Mammi”

Emergono sempre più, anche sulla base di ricerche e di osservazioni sul campo, come i padri stiano faticosamente modificando il proprio ruolo e le proprie caratteristiche per venire incontro alle manifestate esigenze della famiglia moderna.

I papà oggi, quantomeno in apparenza, manifestano il desiderio di assumersi la responsabilità dell’andamento domestico, oltre a coinvolgersi più fattivamente nella crescita e nell’educazione dei figli.

La maggior parte dei ruoli tradizionalmente e culturalmente femminili rimangono eredità esclusiva delle donne, ma vi sono dei mutamenti registrati nella diade padre-figlio.

Seppur i padri non hanno bisogno di rinunciare al ruolo fondamentale di tutore delle norme e delle regole socio-familiari nei confronti dei figli, mansione che da sempre rende la figura paterna responsabile del necessario distacco tra madre-bambino, parecchi aspetti si stanno integrando in una visione complessa e complementare dell’essere genitore nel rapporto con la figura materna.

Se, come J. Bowlby ha affermato nella teoria relativa al “Modello Operativo Interno”, siamo ormai consapevoli che, già nei primi mesi di vita del bambino e quasi certamente fin dal periodo gestazionale, si possono instaurare degli “attaccamenti plurimi”, la presenza di una triade eccellente «Padre-Madre-Bambino» rimette in gioco il padre nella sua globalità e diversità.

La dualità co-genitoriale vissuta nei propri e diversi ruoli complementari è sempre più importante nella crescita cognitiva (allargamento delle opportunità di conoscenza rivolgendosi al mondo circostante), affettiva (analizzando se stesso, l’ambiente circostante e il funzionamento delle relazioni affettive con un altro o un’altra significativo/a) e relazionale (rottura del legame fusionale con la madre) del figlio.

Durante il periodo gestazionale la diade genitoriale prefigura mentalmente uno stile pedagogico ideale, che successivamente poi, lungo tutto il processo di crescita del figlio, si configura in uno stile educativo agito che si muove all’interno di un quadrante che definisce quattro grandi e delimitate aree di posizionamento nella relazione genitore-figlio.

La Pedagogia Clinica  , con la propria peculiarità scientifica, può rivisitare i termini psicologici definendo quattro angoli di un quadrante con i seguenti stili che hanno delle conseguenze più o meno adeguate verso il figlio. Negli angoli si possono individuare quindi lo Stile:

Autoritario;

Assente;

Invadente;

Fermo.

Il quadrante così delineato si connota da 4 aree (che escono dall’ottica del giusto/sbagliato) che sono in interazione sulla base di un continuum che facilità una lettura teorico-pratica dello stile genitoriale. Da qui la necessità di uno strumento pedagogico-clinico (in via di codifica) che possa aiutare la  nostra professione nella fase di Verifica del PAD, ma anche e soprattutto nella successiva relazione di aiuto con il coinvolgimento dei genitori.

Nella maggior parte delle situazioni analizzate sul campo sono presenti delle oscillazioni o dei diversi posizionamenti o collocamenti sul quadrante da parte del genitore, che agisce intrecci diversi degli stili a causa della presenza di un rapporto che ha una base cognitiva, ma contemporaneamente emotivo-relazionale che interferisce più o meno adeguatamente sulle modalità di azione. Rilevante avere una comprensione profonda e globale di quale sia il proprio orientamento verso una modalità ferma, con uno stile perfettibile in continua evoluzione, poiché siamo all’interno di una relazione educativa di crescita basata sulla reciprocità intergenerazionale.

La capacità di un padre di amare con la propria presenza, ma anche di porre dei limiti in modo chiaro, fermo e sereno, aiuta il bambino a crescere adeguatamente equipaggiato, anche emotivamente, per affrontare con sicurezza un mondo esterno che presenta acque chete o burrasche intense.

In questo panorama, in continuo mutamento, i padri sono in cammino in questa difficile avventura di “focalizzazione genitoriale” che ha bisogno del sostegno della partner anche in un’ottica di reciproca critica costruttiva e non reattiva o distruttiva. La dinamica di esclusione del padre per un bisogno personale della partner di esclusiva affermazione affettiva di Sé in rapporto al proprio figlio rimane sempre dietro l’angolo, ma se si afferma diviene un vincolo che ostacolerà sia il processo d’individuazione e di strutturazione della personalità del bambino sia lo sviluppo di un clima affettivo caldo soddisfacente per tutti i membri della famiglia.

La presenza dei padri

La ricerca della British Columbia University di Vancouver ci dà uno spunto di riflessione interessante. Ad un campione di 300 ragazzi e ragazze tra i 7 e i 13 anni, insieme ai loro genitori, quattro sociologi, basandosi su interviste ripetute, hanno dimostrato quanto un rapporto vissuto come “equilibrato” tra padre e madre possa influenzare la vita del figlio in termini di desideri, sogni e aspirazioni. Le testimonianze della ricerca canadese esplicitano che solo il 15% delle famiglie divide “equamente” le diverse mansioni familiari, ma laddove questo si verifica la maggiore presenza di un caregiver maschile nella relazione parentale amplifica le possibilità di carriera soprattutto delle figlie, che superano alcune stereotipie e pregiudizi legati all’identità femminile sentendosi maggiormente all’altezza della specifica situazione socio-professionale.

Diversi studi pedagogici hanno già sottolineato in passato questa influenza e questa è l’ennesima riprova. Il risultato dell’avere un padre presente ed attivo è decisamente incoraggiante, infatti i figli realizzano meglio e con minor dispendio di energie ogni cosa mostrando di essere più maturi, di avere maggiori competenze globali, una maggiore concentrazione e resistenza all’attenzione, un maggiore desiderio d’imparare  ed un maggiore senso dell’umorismo.

Essere una padre altruista e coinvolgente, sicuramente aiuta il proprio bambino a percepire meglio se stesso e  se stesso immerso nel mondo.

I padri disponibili alle esigenze dei loro figli, in tutto l’arco evolutivo, possono favorire maggiori convinzioni nella propria autostima ed una autoconsapevolezza tendenti ad aumentare le proprie strategie di coping verso eventi stressogeni negativi.

Un padre adeguato è colui che riesce a stare vicino al figlio fisicamente ed emotivamente con semplicità…

… prendendosi cura del figlio fin dal progetto di coppia (delimitando uno spazio mentale);

… restando in sintonia con i bisogni quotidiani del figlio;

… affiancando il bambino nel processo di apprendimento emotivo;

… costruendo un equilibrio tra l’impegno lavorativo e domestico;

… rimanendo coinvolti nella vita del figlio al di là della condizione matrimoniale (dalla co-genitorialità alla condivisione bi-genitoriale nel caso di separazioni e divorzi);

… svolgendo con fermezza il proprio stile in un’ottica di assunzione di responsabilità delle decisioni genitoriali.

Il padre ha bisogno, in questo proprio cammino di definizione relativo al ruolo e alla funzione parentale, di un caregiver che condivida e collabori in questa impegnativa impresa genitoriale che non ha possibilità di uscita.

La possibilità da parte di un genitore di essere affiancato attraverso una relazione d’aiuto che possa sostenere la coppia sia a livello genitoriale che in quello coniugale o di convivenza risulta funzionale alla strutturazione di un clima familiare sereno, che prevenga derive conflittuali  o di separazione.

La sola solidità coniugale/convivenza, come si pensava qualche tempo fa, nella pratica clinica non basta a garantire stabilità. È necessario pensare ai due livelli (coniugale o di convivenza e genitoriale) come dimensioni dialoganti, che possono produrre circoli viziosi o virtuosi a seconda di come i due partners riescono a gestirli. Trascurarne uno o porli su un piano gerarchico non determina una sicurezza sufficiente ad un ambito familiare gratificante e soddisfacente.

Questo padre ha parecchia strada davanti a sè!

La strada per definire orientamenti genitoriali solidi è ancora lunga, ma possibile se ben supportati e sostenuti in questa evoluzione fondamentale di un prezioso, unico e peculiare ruolo.

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n. 37/2017)

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