Formarsi per incontrare i bambini

di Myriam Perseo

 

La Pedagogia Clinica  ci offre la possibilità di intraprendere nuovi e significativi percorsi nella formazione dei futuri maestri di scuola dell’infanzia e primaria. Essa si configura come pedagogia del concreto, applicata, pratica, autentica, capace di incidere realmente sul vissuto delle persone.  La sua funzione trova spazio e tempo nella dimensione del laboratorio.

Il laboratorio pedagogico clinico è un “luogo” pensato per mettere in atto momenti adatti a valorizzare la persona nella sua interezza. Un luogo flessibile, partecipato e attivo, modificabile in base alle esigenze concrete delle attività da sperimentare; luogo di pratica della conoscenza che non può essere contrassegnato dall’utilizzo esclusivo della parola. Esso coinvolge l’esperienza vissuta e l’apprendimento di saperi come risultato dell’agire e del riflettere insieme agli altri.

Il laboratorio del Pedagogista Clinico® è, quindi, una fondamentale risorsa educativa, carica di risonanze e connotazioni soggettive, che, attraverso precisi punti di riferimento, rappresentati da persone, oggetti, e situazioni offre al maestro in formazione, un terreno autentico di costruzione e di messa in pratica delle competenze personali e professionali.

All’interno della dimensione laboratoriale le domande, i dubbi, le riflessioni emergono spontaneamente, sotto forma di tempesta di idee, di pensieri, di meditazioni: come acquisire strategie che promuovano l’accoglienza, la motivazione, l’autostima degli alunni? Come apprendere attività per la gestione del gruppo classe-sezione? Come imparare a favorire l’apprendimento delle competenze emotivo-relazionali? Con quali strumenti è possibile osservare le dinamiche relazionali utili per fronteggiare le situazioni che si vengono a creare dentro le classi/sezioni? Il bisogno di porre tante domande per avere risposte utilizzabili nella pratica scolastica, lascia spazio lentamente a nuove proposte che si trasformano in esperienze dotate di senso, vissuti di cambiamento, desiderio di movimento, di gioco, di relazione: il corpo diviene il testo nel quale accogliere le opportunità offerte dal Pedagogista Clinico, perché «niente è fuori dalla persona. Tutto è nella persona e nella relazione che la persona instaura con se stessa, con il mondo, con le cose e con gli altri» (Guido Pesci, a cura di, Il maestro unico: contributi scientifici a confronto, Roma, Armando, 2009, p.119).

Durante il percorso di formazione è possibile:

Rapportarsi con gli altri in maniera nuova e creativa;

Esprimersi attraverso il corpo, favorendo la motivazione ad agire in collaborazione con gli altri;

Espandere la propria affettività attraverso la relazione-comunicazione con il gruppo, in maniera ludica e divertente;

Manifestare liberamente la propria creatività e il proprio stile personale;

Conoscere i propri limiti e le potenzialità al fine di esprimere stati d’animo e sentimenti in sintonia con gli altri;

Acquisire strategie e tecniche ludo-pedagogiche per la gestione del gruppo-sezione o classe;

Comprendersi come parte attiva di un gruppo cercando nuove ed alternative modalità di scambio e di dialogo.

Sviluppare l’espressività globale e spontanea, facendo ricorso alle potenzialità individuali, per riuscire a comunicare con gli altri e fare “esperienza creativa” di sé.

Le proposte vissute all’interno del laboratorio pedagogico clinico offrono, ai maestri in formazione, occasioni per comprendere i processi individuali, gli stati d’animo personali, i propri stili educativi e comunicativi, per favorire la possibilità di esprimersi e raccontarsi liberamente e al gruppo. Sono occasioni irripetibili per creare momenti di condivisione e collaborazione, di relazione e scambio costruttivi, di riflessione sulla pratica educativa.

Ma chi è, allora, il maestro? «Il maestro, proprio in quanto educatore che non può solamente instruere, è un mediatore tra i mediatori, è un mezzo attivo e partecipe, che restituisce la vitalità dell’acquisizione del sapere, […] operando costantemente sugli atteggiamenti di scambio e reciprocità nei contesti educativi» (Guido Pesci, a cura di, op.cit, p.65).

Quindi, non si tratta di acquisire esclusivamente tecniche, esercizi o strategie riproponibili immediatamente a scuola, ma di riflettere sul provato nello stare dentro una relazione, sul riconoscimento dei limiti e delle difficoltà di esprimere il corpo in maniera nuova, libera, originale.

Nello spazio-tempo del laboratorio è possibile favorire: Le dinamiche di gruppo, Il saper stare con gli altri, La relazione d’aiuto, La comunicazione verbale e non-verbale, La narrazione dei vissuti, La riflessione di e sul gruppo. La partecipazione attiva ed emotiva permette ad ognuno di sentirsi parte integrante del gruppo e favorisce quel clima di fiducia e di non direttività fondamentali per attivarsi e coinvolgersi. La dinamica comunicativa che si viene a realizzare ha una strutturazione cooperativa, in cui ogni futuro maestro viene messo nella condizione di ricevere, accogliere e ascoltare l’altro nella propria espressività originale e autenticità di vissuti.

Essere maestri non significa, solamente, lavorare con i bambini. Non si tratta, quindi, di acquisire esclusivamente competenze educative, metodologiche e didattiche, ma di prendere consapevolezza dell’importanza di stabilire un’autentica relazione con i bambini e, soprattutto, di dare valore alla relazione corporea.

La Pedagogia Clinica può favorire l’interazione fra sapere, saper-essere, saper-fare, saper-stare con gli altri, fra Corpo-Pensiero-Emozioni, fra apprendimento e relazione. È proprio nella co-costruzione di una relazione educativa significativa, che ogni azione, piccola o grande, può assume un valore, in cui ogni momento è importante per arricchire, accogliere, creare, per realizzare un rapporto di crescita, di benessere, di felicità. In tutto ciò il Pedagogista Clinico ha il compito di facilitare i maestri nel ripensare il modo di vivere la relazione con i propri alunni, offrendo loro la possibilità di riflettere sulla dimensione del sentire, quale sfera che riguarda l’emotività e l’affettività della persona. Soffermarsi sul sentire significa costruire l’accoglienza nella reciprocità, ascoltare, aprire il proprio sguardo verso la persona-bambino, quale interezza che vive il sentire-pensare-agire come esperienza unitaria, donandogli il tempo di cui ha bisogno.

Un con-sentire o sentire-con, per condividere quella parte emotiva e affettiva che, spesso, non trova spazio a scuola, perché «riusciamo a conoscere gli altri solo se riconosciamo in loro esigenze analoghe alle nostre, ossia se entriamo in sintonia con loro, rispondendo ai loro bisogni identificazione e valorizzandoli in qualità di studenti-persone» (Patrizia Becherini, Insegnare oggi. Manuale di base, Milano, RCS libri, 2005, p.256).

Il sentire richiede interesse, energia, responsabilità, disponibilità. È un mettersi in gioco personalmente, attivando processi di rivisitazione critica del proprio modo di costruire le relazioni.

La Pedagogia Clinica rende possibile espandere, sviluppare, affinare la capacità di sentire per raggiungere un rapporto significativo con se stresso e con gli atri, partendo dalla presa di coscienza del proprio corpo, delle proprie emozioni e sensazioni e del proprio autentico linguaggio espressivo.

Il percorso formativo dei futuri maestri presuppone quindi esperienze che prendano avvio dal “vivere il corpo” come conoscenza di sé (dalla scoperta dello spazio-tempo attraverso il movimento, ai ritmi del corpo, il respiro, la voce, ecc.), per passare gradualmente a “sentire il corpo” come espressione di sé (attività grafico-pittorico-plastiche, musica, la danza e il linguaggio verbale e non), fino ad arrivare alla “percezione del corpo” come canale di comunicazione con gli altri, sviluppando e potenziando la disponibilità energetico-affettiva della persona, aiutandola ad esprimere il proprio mondo interiore all’altro (drammatizzazione creativa, burattini, maschere, ecc.).

Partendo da tali riflessioni si potrebbe affermare che la formazione dei futuri docenti dovrebbe essere pensata, o meglio ri-pensata, quale possibilità per affinare quelle capacità di ascolto e di stare a sentire prestando orecchio, che divengono opportunità di praticare con cura e attenzione la conoscenza di sé e degli altri. «La conoscenza di sé si fonda su due ordini di sapere intrecciati: la capacità di “sentirsi”, di fidarsi cioè delle proprie percezioni e sensazioni, e la capacità di relazionarsi ad altri, cogliendo i messaggi che ci mandano e rispondendo adeguatamente. Entrambe sono costruite nel tempo e sono sensibili alle scelte “educative” operate» (Ivano Gamelli-Laura Formenti, Quella volta che ho imparato. La conoscenza di sé nei luoghi dell’educazione, Milano, Raffaello Cortina, 1998, p.11) dal maestro. Un maestro che comunica, non esclusivamente, attraverso la parola, ma l’accompagna, l’arricchisce e la sostiene con i gesti, i movimenti, la postura, con il tono della voce, il ritmo e l’espressione del proprio viso.

Questi sono segni di apertura, di disponibilità al contatto e all’ascolto, di costruzione di un dialogo tonico, ai quali coloro che si accingono a divenire maestri, dovrebbero guardare con maggiore attenzione.

Per tali ragioni nel laboratorio pedagogico clinico si possono vivere esperienze fondate sulla dinamica ludica:

-giochi di esplorazione in una condizione di libertà e creatività,

-giochi di relazione e collaborazione in una condizione di totale coinvolgimento emotivo,

-giochi di espressione e comunicazione attraverso il gioco drammatico e la drammatizzazione creativa,  utilizzando il corpo come principale canale di espressione.

-drammatizzazione creativa con trucchi e maschere, utilizzate come oggetto intermediario tra il mondo interno della persona e il mondo esterno.

-giochi con la musica e la voce come espressione e comunicazione del mondo interiore e di interazione con l’altro,

comunicazione attraverso la danza e il linguaggio del corpo.

Il rispetto della diversità comunicativa, legata alla storia personale e unica di ognuno, è motivo di arricchimento per il gruppo stesso e strumento di creatività espressiva, in quanto utilizzabile per infrangere un ordine relazionale prestabilito e giocare con le parole, il corpo, lo sguardo.

Lo sguardo è fondamentale per instaurare relazioni fra persone. Guardare l’altro significa prenderlo in considerazione, accorgersi di lui, invitarlo ad entrare in contatto e ospitarlo nel proprio sguardo. Guardare ed essere guardati sono dimensioni che attengono allo scambio e al dialogo in una dialettica circolare di rimandi, richiami, attenzione reciproca.

Ma, a volte, guardare, osservare, esaminare sono atteggiamenti che il maestro mette in atto quali forme di controllo e gestione della classe/sezione. Vicino alla dimensione del guardare l’altro, vi è quindi l’esperienza dell’essere guardati. Soffermarsi, invece, sulla possibilità, non solo di osservare i nostri alunni, ma di esserne contemporaneamente osservati ci offre la possibilità di cambiare punto di vista e di rendere possibile all’altro di essere accolto nel nostro sguardo.

È opportuno, allora, che il Pedagogista Clinico faccia da tramite per garantire quella reciprocità che fa dello sguardo fonte di comunicazione profonda, forma di dialogo autentico, sintonia fra persone che condividono un percorso. Iniziamo a comprendere che, per divenire maestri, è necessario riflettere sui nostri limiti e sulle nostre possibilità, esporsi, guardarsi da altri punti di vista. Ecco perché un insegnante formato alla sensibilità delle esperienze corporee, diventerà un ascoltatore attento, un osservatore disponibile a guardare diversamente i propri alunni, a dare importanza a come essi si muovono nelle aule e come cercano un proprio spazio nell’ambiente. Non giudicherà il singolo comportamento, ma valorizzerà ogni gesto o movimento che i bambini e le bambine sapranno offrire, con atteggiamenti nuovi che consentiranno differenti modalità di incontro. Un maestro che rivela atteggiamenti di cura e disponibilità, che si mostri in quanto persona, che sappia coinvolgere e coinvolgersi, che sia pronto a riflettere per cambiare è certamente un maestro che attraversa la vita dei propri alunni con serietà e leggerezza. Sarebbe una rivoluzione se le nostre scuole fossero abitate da «insegnanti leggeri, divertiti, capaci di stupirsi e di incuriosire, impegnati a “dondolarsi” sulla corda» (G. Staccioli, Ludobiografia: raccontarsi e raccontarsi con il gioco, Roma, Carocci, 2010, p.39) del gioco, che è il gioco del vivere con tutto se stessi, corpo compreso.

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n. 35/2016)

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