Future Special Educators in Australia

di Micaela Becattini

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In Australia gli studenti con disordini e disabilità sensoriali, fisiche e intellettuali, sono inclusi nelle classi ordinarie da poco tempo. Il diritto degli studenti diversamente abili di essere inseriti in una “classe inclusiva” anziché raggruppati in un ambiente isolato, è stato, anche in Australia, il maggior interesse  messo in evidenza da educatori, politici e ricercatori degli ultimi tempi ed è stato dimostrato che una scuola efficace con insegnanti preparati determina i risultati e i successi degli studenti.

I bambini con difficoltà di comportamento sono spesso considerati essere tra i più difficili da inserire nelle classi regolari e gli insegnanti si preoccupano delle ostilità riguardanti inappropriati comportamenti. Non sorprende quindi che i disordini comportamentali siano identificati come un fattore di ritenzione degli insegnanti alla professione in un importante momento proprio quando invece la richiesta è più alta dell’offerta. Alcuni dei comportamenti oppositivi e sfidanti manifestati dai bambini sono stati considerati come significative componenti stressanti per gli insegnanti. Diversi studi sottolineano infatti quanto, anche per insegnanti di lunga esperienza, questi comportamenti siano fattori di stress e burnout, evidenziando inoltre la relazione tra burnout e self-efficacy.

La Self-efficacy, quale insieme di qualità personali, atteggiamenti, valori e azioni ecc, è la credenza dell’individuo nelle sue abilità di portare a termine le azioni per realizzare con successo una specifica richiesta in uno specifico contesto ed è anche pensata come mediatrice tra la conoscenza dell’individuo, le abilità e il suo comportamento.

È stato evidenziato che gli insegnanti con un forte senso di self-efficacy sono più disposti a inseguire goal sfidanti, ad avere una maggior perseveranza e ad essere più elastici in condizioni avverse; inoltre è stato considerato come indicatore di buona volontà nell’includere studenti con disabilità nelle classi. Chiaramente questo diventa un importante prerequisito per la pratica delle classi inclusive, ma percezione e realtà sono spesso questioni separate, e mentre gli insegnanti riportano che si sentono fiduciosi, questo poi non si riflette nella pratica; infatti lamentano insufficienze, affermando che “non sono creativi”, che “sono stonati” o che “hanno 2 piedi sinistri” e nutrono forti sentimenti, forse negativi, nei confronti di bambini con disabilità in generale, o hanno paura della propria inabilità nel trattarli in modo efficace.

Gli insegnanti hanno bisogno di maggiori conoscenze, oltre che sui disordini e  disagi, sulle reali necessità dei loro allievi, sulle manifestazioni e sui comportamenti e su come affrontarli per strutturare programmi finalizzati e mirati ad aiutare ciascun bambino affinché possa raggiungere successi.

Insegnanti equipaggiati con effettive pratiche educative e abilità sono sicuramente più capaci ad individuare e gestire i veri bisogni degli studenti e quindi affrontare le diverse e critiche situazioni. Dare loro il motivo di sperimentare un più creativo approccio, la possibilità di superare disagi socio-relazionali, rafforzare autostima e valorizzare le loro potenzialità, è solo attraverso questo “nuovo status”, che potranno apportare un significativo cambiamento. Questo potenziamento professionale può essere raggiunto solo attraverso un personale accrescimento, accettazione, esperienza, riflessione e riconcettualizzazione. A tal fine il dipartimento di educazione della mia città ha messo a disposizione delle scuole una lista di specialisti da contattare per rispondere con più offerte formative.

In qualità di libero professionista, Pedagogista Clinico®, coordinatrice e responsabile di un centro ricreativo per bambini con disabilità tra i 5 e i 18 anni sono stata chiamata dalle scuole. Oltre a dirigere il centro, collaboro con il Dipartimento della Salute, le scuole, i servizi sociali e organizzo percorsi formativi personali e professionali.

Quello che ho previsto in queste formazioni e che viene offerto con i workshop pedagogico clinici, non è una semplice risposta al complesso problema dei comportamenti difficili, ma è una base di valori, di suggerimenti pratici, di strategie per promuovere un durevole cambiamento che minimizzi gli effetti negativi dell’integrazione; un percorso mirato su un approccio olistico, centrato sulla persona e sul supporto al comportamento positivo, che offra diversi tipi di conoscenza, adattabilità, flessibilità, fiducia in se stessi, iniziative e lavoro di gruppo.

Oltre ad usare metodologie e strategie specifiche, gli insegnanti avranno modo, per mezzo di queste esperienze, di esplorare tutte le abilità comunicative, emozionali e percettivo-corporee.

Poiché la maggior parte dei partecipanti cercano risposte alle loro inadeguatezze e alle loro difficoltà, uno dei principali scopi è quello di identificare e potenziare le competenze che vengono richieste ad un insegnante di sostegno nelle classi inclusive come, rintracciare una propria autodeterminazione, autostima ed individuare e rafforzare proprie potenzialità, assumere poi abilità nel conoscere i reali bisogni dello studente, nel saper valorizzare tutti i tipi di talenti che gli studenti mostrano alla classe, nel collaborare in stretta connessione con genitori, altri insegnanti e terapisti, essere più flessibili ed avere una alta tolleranza alle ambiguità.

Gli insegnanti che vengono indirizzati al mio centro devono frequentare attività specifiche di esperienze pratiche per dieci giorni e partecipare attivamente a sei ore di workshop o atelier. Durante le attività i partecipanti, seguiti e supportati da uno staff specializzato, acquisiscono pratici modalità di interazione e sperimentano i diversi canali comunicativi.

Quello che viene supportato è un approccio multisensoriale che vede attivamente coinvolti tutti in un contesto professionale favorito dalle tecniche del metodo InterArt® e supportato da quell’importante e prezioso elemento quale è l’arte, o meglio, le arti. Un’area in cui non c’è né il giusto né lo sbagliato, ognuno può nella spontaneità esprimere i propri pensieri, sentimenti, emozioni, idee, fantasie ecc. , dare forme in libertà permettendo l’esplorazione dell’immagine corporea, di una piacevolezza tattile e della relazione tra parte e tutto, pensare ed agire in modo creativo circa le variazioni sui temi e far sì che il gruppo si possa aprire ad una interazione che può generare una eccitante esperienza di apprendimento.

Includo in questo percorso, anche una introduzione del concetto di movement education, (Edumovement®), che prevede attività pratiche realizzate per mezzo di spostamenti nello spazio, gesti e movimenti ed ogni opportunità di esperienza cinestetica che assume il valore di dichiarazione e di espansione oltre che di espressione, alla quale l’intero gruppo risponde in una atmosfera solidale, coesa, non minacciosa, neutra. Gli elementi fusi in questo percorso, come la memoria, il processo sensoriale e la sequenza permettono una fluida transizione all’esplorazione coinvolgendo il gruppo a considerarsi un tessuto ricco di intese e scambi. 

Nel workshop sono previste inoltre esperienze tratte dai metodi Musicopedagogia® e MPI® (Memory Power Improvement), con la lettura di brani di prosa e composizioni poetiche, ossia l’utilizzo di specifici libri che aiutano a migliorare la comprensione, accrescere capacità analitiche e discernitive, trovare una maggior abilità di adattamento a rintracciare strategie e soluzioni.

Il successo di questi workshop è largamente correlato all’interazione del gruppo e alle dinamiche del gruppo che si generano e che diventano la chiave per riflettere su bisogni e sentimenti riguardanti i bambini con i quali gli individui andranno a lavorare.

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n. 19/2008)

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