Giorgia Sacchetti

Quando mi arrivò il depliant che illustrava la formazione in Pedagogia Clinica, subito stuzzicò la mia curiosità, ma soprattutto si fece più chiara in me la volontà di orientare la mia esperienza lavorativa verso nuovi orizzonti. All’epoca ero istruttore sportivo per disabili, mi occupavo già da anni di relazioni educative “speciali”: lavoro molto impegnativo, che portavo avanti con grande passione e dedizione. Per anni mi sono messa in gioco come educatore e come persona nei confronti dei soggetti diversamente abili, ed ho capito che ero adatta per questo tipo di relazioni, perché mi affascinava capire quali strategie attuare, affinché potessero andare oltre, anche di poco, i limiti imposti dalla loro disabilità.
La possibilità di intraprendere una formazione che mi permettesse di acquisire tecniche e conoscenze per padroneggiare al meglio interventi educativi rivolti a chiunque, mi entusiasmava molto e mi iscrissi al percorso di formazione in Pedagogia Clinica a Padova.
Al termine del percorso cominciai da subito a farmi conoscere e il primo bambino che entrò nel mio studio, la madre ancora oggi mi è grata, aveva una difficoltà legata al riconoscimento delle doppie, direi che come prima esperienza, per una neo formata in pedagogia clinica era perfetta! Con grande dedizione ho affrontato tutto l’iter diagnostico e impostai il percorso educativo per L.
Si era creata una relazione dalla duplice valenza: educativa in primis, ma anche affettiva, perché era inevitabile non lasciarsi coinvolgere dalle emozioni che entravano in gioco durante il setting. L. mi metteva di fronte tutte le sue fragilità, che imparai ad accogliere con discrezione e interesse. Quelle fragilità che lui viveva a scuola con tanto disagio, nello studio non venivano etichettate come errori, indubbiamente era necessario riconoscerle e prenderne atto, ma nella relazione con me si facevano meno ingombranti e L. aveva imparato a prenderne consapevolezza e ad affrontarle. L. non aveva solo fragilità, ma anche punti di forza che non passavano inosservati, anzi, venivano amplificati dall’intervento pedagogico clinico attraverso le tecniche acquisite e diventavano il canale mediante il quale poter lavorare per affrontare i propri punti deboli.
Negli anni dedicati a questa professione ho conosciuto soprattutto bambini, ma anche qualche adulto. Sono stati anni intensi e importanti, mi sono trovata di fronte ad una grande responsabilità: affiancare queste persone in un percorso verso il raggiungimento di uno stato migliore di “essere”, come figli, studenti, o semplicemente essere se stessi in uno stato di equilibrio.
Oggi sono un’insegnante, per la precisione un’insegnante di scuola primaria, formaata in Pedagogia Clinica. Mi ritengo molto fortunata ed in un certo senso privilegiata, ad avere alle mie spalle questo pregresso, perché nella scuola c’è bisogno anche di insegnanti esperti in relazioni umane, oltre che competenti nella didattica. Pensando alle mie classi, ai bambini con cui mi relaziono ogni giorno, alcuni in particolare, hanno bisogno della maestra che punti lo sguardo su di loro, uno sguardo profondo, penetrante, che arriva al cuore, per cogliere quei fardelli che si portano da casa, che pesano come macigni e ostacolano la loro attenzione, la capacità di mettersi in gioco, ed inevitabilmente l’apprendimento.
Essere un Pedagogista Clinico® tra i banchi, inevitabilmente apporta un valore aggiunto all’istituzione scuola, perchè si possono lanciare segnali che nel tempo potrebbero diventare proposte di cambiamento verso un’educazione più attenta alla dimensione affettiva ed emotiva dell’alunno, cioè più umana.