Giuseppina Pascucci

Mi racconto. Ero una giovane studentessa universitaria, prossima alla laurea, che si accingeva a introdursi nel mondo del lavoro grazie a un contratto a tempo indeterminato che mi era stato offerto a seguito del tirocinio svolto presso il servizio di riabilitazione psichiatrica della USL dell’allora zona Valdarno. Venni assunta, difatti, con la qualifica di educatrice professionale e all’interno del servizio mi occupavo di giovani-adulti psichiatrici e, dopo qualche anno, anche di bambini e adolescenti afferenti all’UFSMIA del Valdarno.
Quel lavoro mi appassionava molto, avevo studiato per fare ciò che avevo sempre desiderato fare, fornire un valido aiuto a una certa categoria di persone che necessitavano di supporto, di sostegno, di ritrovare equilibri e riuscire a dare una direzione nuova alla propria vita. Seguivo queste persone nei propri contesti ambientali, li accompagnavo per inserirsi o per reinserirsi all’interno del mondo del lavoro, concordavo con loro attività e azioni da compiere per sentirsi persone in grado di vedersi capaci, accompagnavo i bambini a raggiungere conquiste scolastiche e a superare difficoltà legate a certe insicurezze.
Quell’esperienza è durata per 15 anni. All’interno di quel contesto sono cresciuta professionalmente e ho avuto l’occasione di imparare tanto, ma più mi sentivo sicura del mio fare professionale, del mio ruolo in qualità di professionista in aiuto dell’altro, più affiorava dentro di me un tenue fastidio per certi condizionamenti che, nonostante tutto, vivevo all’interno di quella realtà. Le persone venivano supportate lungo il percorso di vita e di crescita, ma vi era sempre un motivo di arresto lungo quel loro percorso di emancipazione, un conteso che da una parte tendeva a fornire un aiuto, dall’altra evidenziava la condizione di pazienti psichiatrici che continuavano a subire il peso dello stigma sociale: il “matto” restava “matto”, malgrado i progressi e le tante conquiste, in pochi riuscivano a spogliarsi di quella veste.
Allora mi resi conto che il mio desiderio era ben altro, avevo la necessità di uscire da quell’ambiente che da, una parte, mi aveva insegnato tanto, dall’altra mi faceva indossare una divisa che mi stava fin troppo stretta, volevo essere di aiuto per gli altri e volevo, anche e soprattutto, potere far sentire le persone sostenute e libere di potere scegliere per se stesse in maniera autonoma e senza condizionamenti.

Esperienza formativa
Maturai, allora, la necessità di dovermi formare, avevo bisogno di strumenti pratici per potere rendermi autonoma dal punto di vista pratico-professionale. Mi documentai e tra le varie opportunità trovai un percorso formativo  da potere seguire all’interno di ISFAR: mi iscrissi al corso di Pedagogia Clinica che avevo intuito potere essere il corso migliore e che rispondesse a pieno alle mie necessità.
Non fu semplice, continuavo a lavorare a tempo pieno, seguivo le lezioni del corso il fine settimana, avevo due bambini piccoli da gestire, ma tanto da imparare e da volere approfondire. Ebbi, comunque, la certezza di avere preso la giusta decisione fin dal primo incontro del corso condotto dal Prof. Guido Pesci insieme alla Dott.ssa Marta  Mani. Mi riconobbi in ogni singolo pensiero espresso in quell’occasione dal Professore Pesci, mi innamorai soprattutto del concetto per il quale era necessario, in un’azione educativa, riconoscere l’unicità della persona e, soprattutto, far in modo che sia la persona stessa a trarre forza, risposte, energia dentro di sé.
Appena concluso la formazione e acquisito il titolo di Pedagogista Clinico®, la vita mi mise davanti una dura sfida da affrontare: per un grave problema familiare fui costretta a chiedere un anno di aspettativa dal lavoro in riabilitazione psichiatrica. Contrariamente a quanto mi sarei aspettata, il grave problema che mi si era presentato, si dimostrò essere una grande opportunità. Mi potevo dedicare al problema che si risolse fortunatamente prima del previsto e, per tale motivo, mi ritrovai, essendo ancora in aspettativa, ad avere tanto tempo libero a disposizione.

Dalla formazione alla professione
Colsi l’occasione al balzo e iniziai a propormi ai conoscenti in qualità di pedagogista clinico®. Iniziai a ricevere i primi bambini presso casa mia, avevo una stanza libera dove ricavai un piccolo studio. Due conoscenti mi avevano concesso la loro fiducia e mi dettero l’opportunità di seguire i propri bambini, una bambina con difficoltà nell’apprendimento scolastico, l’altro con una diagnosi ADHD che necessitava di ritrovare uno stato di equilibrio. Potei così applicare fin da subito la pratica pedagogica clinica e avere la conferma della validità della formazione: dai riscontri positivi che osservavo nei bambini che stavo seguendo era chiaro che la metodologia appresa portava a concreti e tangibili risultati.  Quando il periodo di aspettativa terminò, ripresi anche a lavorare nel contesto riabilitativo, decisi però di rientrare part-time proprio perché volevo impegnarmi per far crescere la mia attività privata. Dopo pochi mesi maturai il bisogno di presentare le mie dimissioni e dedicarmi interamente alla mia professione di pedagogista clinico®. La mia professione era avviata, avevo lasciato la mia stanza e dopo varie perenigrazioni tra diversi spazi, mi si propose l’opportunità di avviare un mio studio in collaborazione con una psicologa.
Ricevevo bambini, adolescenti, mi confrontavo con insegnati, collaboravo con pediatri e con l’amministrazione comunale che mi coinvolgeva nelle iniziative sociali-comunitarie. Presa sicurezza nell’affrontare questioni relative l’infanzia-adolescenza, mi decisi anche a seguire percorsi di aiuto in favore di genitori e di adulti, le occasioni non mancavano.
Oltre queste collaborazioni, con gioia e entusiasmo accettati la proposta del Prof. Pesci che, contattami telefonicamente, mi propose docenze nel corso di Pedagogia Clinica: due docenze relative gli interventi di aiuti da proporre in aiuto a soggetti con difficoltà negli apprendimenti scolastici e la docenza di InterArt® che mi ha permesso di affiancare, per lungo tempo, la prof.ssa Anna Pesci nei suoi incontri di formazione e di potere ulteriormente crescere e formarmi come docente-formatrice grazie al suo supporto.
Da quel momento credo di avere spiccato veramente il volo: se prima affrontavo i miei impegni in punta di piedi e sempre con il timore di non riuscire a sentirmi del tutto sicura in qualità di libera professionista, successivamente ho sentito una forza che ancora oggi sento e che mi conferma di avere, in passato, fatto le scelte giuste.
La Pedagogia Clinica è stata il motore che ha dato avvio al tutto, mi sono formata per fornire concreto aiuto, per sostenere le persone senza invaderle, ma soprattutto ho realizzato un percorso che, in primis, ha dato coraggio a me.
Oggi grazie alla Pedagogia Clinica sono titolare della mia attività in libera professione che mi vede impegnata presso il mio studio nel fornire risposte alle richieste di intervento che mi giungono oramai in maniera costante, sono impegnata all’interno della comunità nella quale vivo come specialista che divulga, attraverso incontri di gruppo per genitori, mamme, educatori, famiglie, insegnanti, orientamenti educativi e realizza progetti per offrire momenti di scambio, di riflessione, di aggiornamento, sono coinvolta in vari contesti come formatrice, mi occupo di supervisione per i colleghi che freschi di formazione necessitano di supporto nell’avvio della professione, collaboro, infine, in qualità di Pedagogista Clinico® con il Tribunale per i Minorenni per la tutela minorile, in conclusione mi ritengo una professionista pienamente soddisfatta