Grafie corporee

di Myriam Perseo

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 L’idea di grafia rimanda immediatamente alla scrittura: quel modo personale ed originale di lasciare traccia, con la penna o altri strumenti traccianti, sopra un foglio. La scrittura, a seconda dei punti di vista e di chi se ne occupa, può ricoprire una pluralità di funzioni e significati. Essa diviene mezzo per “prendere” se stessi, per migliorare la motricità ed esprimere la propria identità, per favorire lo sviluppo e la riflessione, per non dimenticare esperienze, vissuti, incontri. Una traccia che registra graficamente, attraverso una serie di movimenti, un contenuto manifesto o intenzionale, quale è la parola scritta, e un contenuto latente, non visibile, composto da elementi non consapevoli che accompagnano il gesto grafico.

Il tracciato, segnato dalla penna sul foglio, comunica, trasmette, divulga il vissuto corporeo, relazionale, emotivo e affettivo di colui che traccia. Esso rievoca il muoversi del soggetto nello spazio, nell’ambiente. La grafia, quindi, oltre a rivelare idee, opinioni, pensieri è un mezzo per comunicare con l’altro e con l’ambiente una esistente condizione interna.

Il Pedagogista Clinico® si muove sostenendo la persona nel lasciare tracce segniche, immagini di un sentirsi con cui essa chiede di essere riconosciuta: i tratti riproducono i gesti, una scrittura dei gesti indicatori di una storia, ca- paci di metterci in contatto con la formazione dell’Io del soggetto, con il bisogno di comunicazione, con il chiaro desiderio di trasferire in scorie di graffite le proprie abilità e i conflitti, la realizzazione di un mondo interiore.

La persona reclama di essere riconosciuta attraverso il racconto, la conversazione silenziosa, costruita e documentata dalle tracce grafiche. Tali tracce sono, quindi, lo specchio di sé, di tutto il corpo, della grammatica e della sintassi della psiche, dell’emotività, della capacità dell’individuo di rapportarsi al mondo. Lo spazio diviene il luogo dell’azione, spazio del movimento del corpo che, nell’atto di conoscerlo e possederlo, ne fa il proprio campo d’azione.

Il corpo è, senza alcun dubbio, una delle grafìe più importanti della persona; traccia il tempo e lo spazio, come il tempo e lo spazio lasciano segni indelebili su esso. Ogni segno rappresenta e esprime la storia individuale, racconta e testimonia la presenza della persona nel mondo. I movimenti, come anche i non movimenti del corpo, narrano l’autobiografia dell’attore, di colui che agisce.

«Grafia è tutto ciò che lascia una traccia, che la- scia un segno per/in qualcun altro. In questa accezione la grafia può essere tracciata con la penna o con la parola, con il corpo, con i suoni, con le immagini[…] I segni tracciati possono essere stabili o evanescenti, colorati o mono-cromatici, bidimensionali o costituiti da volumi, fissati o fluidi». (G. Staccioli, Ludobiografia: raccontare e raccontarsi con il gioco, Roma, Carocci Faber, 2010, p.10).

Il corpo narra sempre di se stesso e della persona, spesso rac- conta in maniera involontaria comunicando chi è, da dove viene, quali esperienze ha vissuto o desidera vivere. Il modo di camminare, di stare seduti, di offrire la mano a qualcuno, di sorridere o di abbassare lo sguardo, è continuamente un racconto di qualcosa che la riguarda, di qualcosa di conquistato, di raggiunto: un condensato della storia di vita dell’individuo, delle relazioni, degli incontri, della cultura e dei valori della società in cui vive. (G. Staccioli, op. cit. p. 12)

«È inevitabile per noi adulti pensare alle parole per raffigurarci la narrazione. Eppure già il suono della parola “narrazione”, nell’impulso al movimento suggerito dalla rutilanza doppia r, e con più evidenza nella composizione della stessa parola, emerge il ruolo preponderante e costituivo dell’azione» (I. Gamelli, Pedagogia del corpo, Roma, Meltemi, 2001, p. 140).

L’agire attraverso il movimento, prova dell’esistere stesso del soggetto, è, quindi, l’insieme di quelle capacità e competenze corporee e motorie che rendono palpabile e concreta la presenza del soggetto nell’ambiente, il quale con la sua stessa esistenza modifica e influenza l’ambiente in cui si muove. Il movimento parla dell’interezza della persona, testimonia la vitalità e attribuisce concretezza all’essere.

I Corpi si dispongono nello spazio e si muovono “danzando” la propria relazione con il mondo e con gli altri, seguendo dei ritmi di volta in volta differenti. La Pedagogia Clinica  considera il Sé corporeo, luogo di integrazione, vissuto, sentito e partecipato dalla persona che si esprime nitidamente nello spazio e nel tempo connotando emozioni, bisogni e volontà.

I gesti tracciano lo spazio, percorrono il tempo: gesti rotondi che richiamano la relazione di cura, di accoglienza, di protezione simbolo del codice di segnali della madre, gesti verticali che invitano a proiettarsi oltre, a progettare il futuro, a sperimentare e che simbolicamente sono vicini a una gestualità paterna.

Narrare sé stessi con il corpo è quanto di più spontaneo esista; quando, però, il raccontarsi con il corpo da spontaneo diviene consapevole vengono a toccarsi le corde più intime e profonde della persona a cui spesso si ag- giunge l’imbarazzo e il pudore che da sempre attengono alla sfera corporea. La paura di “la- sciarsi andare” alla grafia spontanea è legata a quell’idea di corpo da correggere, controllare, mortificare oppure addestrare attraverso l’esercizio fisico. Ecco che il tracciare, segnare, scrivere i luoghi attraverso il movimento perde molto in termini di spontaneità, facendo acquisire artificiosità e uniformità al muoversi e, di conseguenza, facendo dimenticare la storia unica e irripetibile di ognuno.

Nel  prestare  attenzione  al testo incarnato il Pedagogista Clinico ne comprende l’immediatezza comunicativa, per far emergere intensamente il significato vivo: dentro il testo del corpo è possibile intravedere la storia di una vita e alcuni segni, maggiormente che altri, sono tali da farla intuire e comprendere con maggiore facilità. Tutto ciò non deve, però, far cadere nell’errore che, la lettura del testo corporeo, possa divenire questione puramente tecnica. Non è possibile, in real- tà, ricavare connessioni precise, lineari e, soprattutto, identiche tra tutti i segni fisici e le esperienze vissute. Piuttosto, nel momento in cui ci si dispone a osservare il corpo, per tentare di comprenderlo, non dovrebbe mai esserne trascurata la complessità che lo costituisce, la problematicità che lo caratterizza e le plurime influenze reciproche fra l’ambiente, la persona e forma esterna. Ciò lo rende mutevole e difficilmente spiegabile, ma certamente, interpretabile in quanto testo aperto. Il significato della parola testo è sostanziale per intenderne le relaioni con le narrazioni del corpo.

«Testo vuol dire Tessuto; ma laddove fin qui si è sempre preso questo tessuto per un prodotto, un velo già fatto dietro al quale, più o meno nascosto, sta il senso (la verità), adesso accentuiamo, nel tessuto, l’idea generativa per cui il testo si fa, si lavora attraverso un intreccio perpetuo; sperduto in questo tessuto – questa tessitura – il soggetto vi si disfa, simile a un ragno che si dissolve da sé nelle secrezioni costruttive della tela» (R. Barthes, Il piacere del testo, Torino, Einaudi, 1975, p. 63).

L’idea di tessuto che si va lentamente e inesorabilmente costituendo come intreccio, trama, tela rende il testo corporeo un’opera in continuo divenire, mai data una volta per tutte e, per tale motivo,  non  leggibile se non contestualizzandola in uno spazio e in un tempo. Il corpo per il Pedagogista Clinico si fa pre-testo di ogni forma di dialogo.

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n.31/2014)

 

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