Help, I need somebody. Help, not just anybody

di Luca Fabbri

Nel 1965 i Beatles nella loro canzone Help! Sostenevano “Ho bisogno di qualcuno … non di chiunque”. Oggi nonostante i grandi progressi nel campo dei diritti civili e delle libertà alcune persone vivono questo status come una prigionia. In assenza di libertà o di libertà condizionata diventa poi ancor più difficile scegliere e decidere come affrontare le proprie sofferenze. A dispetto di tanti suggeritori e consiglieri di cui pullula il web, si può ritrovare nelle figure come il  Pedagogista Clinico® quello spazio in cui conoscersi e riappropriarsi della propria autonomia. Essere professionisti in aiuto alla persona richiede infatti un atteggiamento non-giudicante e accogliente.

Riflessione non giudizio

Premessa fondamentale di quest’articolo è che esso è una non-valutazione, un non-giudizio, in linea con i principi della disciplina Pedagogia Clinica. Quello che segue è la condivisione di una riflessione e l’invito a “riflettere insieme”, un far emergere le domande senza aver nessun tipo di presunzione o ardore né alcun tentativo di dare delle risposte. Il ragionamento è nato a seguito di una notizia letta su alcuni media italiani ad inizio giugno 2019, a cui hanno fatto seguito una serie di interrogativi e la necessità di meditare sulla sofferenza – in generale e poi sul caso specifico letto – e su come porsi di fronte ad una richiesta di aiuto eventualmente espressa e proveniente da tali situazioni.

La seconda premessa riguarda il concetto di libertà e il suo surrogato: il conformismo di massa; per non parlare della perdita di senso che si registra nella persona umana. Oggi si assiste al paradosso “dell’affiancarsi” al relativismo etico il fenomeno degli influencer: da una parte si continua ad affermare l’assenza di una verità assoluta e valida per tutti poiché è vera solamente la propria percezione soggettiva; dall’altra dietro all’individualismo osannato si assiste ad un conformismo di massa crescente, dove da narcisisti si diventa spassionati followers degli influencer. Così  «[…] le libertà di cui l’uomo è privato nella società tecnocratica non sono le libertà civili o politiche, ma è la libertà umana nel senso più ampio della parola, la libertà di sviluppare tutte le risorse della propria natura. Ciò che caratterizza la società tecnocratica non è l’uomo schiavo, l’uomo servo della gleba, l’uomo suddito, ma il non-uomo, l’uomo ridotto ad automa, a ingranaggio di una grande macchina di cui non conosce né il funzionamento né il fine. Per la prima volta si guarda con angoscia allo svilupparsi di un processo non di asservimento o di proletarizzazione, ma più in generale di disumanizzazione» (Bobbio, 1995, p. 87).

Di fronte a tale schiavitù e ai grandi disagi presenti nella nostra società la diffusione di notizie imprecise o errate può essere devastante, come per la notizia letta ad inizio giugno dove più quotidiani – ma non solo – riportavano una notizia dolorosa: una ragazza olandese di 17 anni, dopo anni di sofferenze psichiche aveva chiesto e ottenuto il suicidio assistito. In realtà la notizia era ben diversa, Noa Pothoven aveva richiesto l’eutanasia ma non le era stata concessa e alla fine aveva deciso di lasciarsi morire smettendo di alimentarsi e idratarsi. Tralasciando la questione della superficialità con la quale quasi tutti i media italiani avevano diffuso la notizia per poi, prontamente e in sordina modificare i propri articoli, ciò che a me, in quanto professionista in “aiuto alla persona” ha toccato e interrogato è stata la richiesta e la decisione di questa teenagers di concludere la sua vita e quelle parole scritte sul suo profilo Instagram e riportate dai media come l’Huffington Post: «Ho ragionato per un po’ sul fatto di condividere o meno questo post. […] Forse per qualcuno questo gesto sarà una sorpresa, ma non è stata una scelta impulsiva, ci ragiono da tempo. Entro massimo 10 giorni morirò. Dopo anni di battaglie, sono esausta. Ho smesso di mangiare, di bere, e dopo averci a lungo ragionato, ho deciso di lasciarmi andare, perché la sofferenza è insopportabile […]. Respiro, ma non vivo più» (4 giugno 2019).

In particolar modo mi hanno colpito alcuni estratti della sua autobiografia “Winnen Of Leren”; Noa era stata vittima di violenze fisiche e aveva scritto la sua autobiografia per aiutare i giovani più fragili, evidenziando – a suo dire – la carenza nei Paesi Bassi di strutture e di professionisti in grado di aiutare chi soffre. Ora, mi chiedo, davanti ad una tale “denuncia”, davanti ad una tale richiesta di aiuto inevasa (?), come non lasciarsi interrogare? Si può soltanto prendere atto di questa vicenda oppure osservarla e senza cadere nella tentazione di dare giudizi o fare interpretazioni – che esulano dalla professione del Pedagogista Clinico® – provare a rifletterci insieme, come professionisti impegnati nell’aiuto alla persona nel caso in cui domani ci cerchi la “nostra Noa”?

La sofferenza

La sofferenza è insita nella vita tanto che potremmo affermare – riprendendo la nota formula di Cartesio – patio ergo sum; poiché quell’evidenza immediata e spontanea del cogito cartesiano, che conduceva “il pensante” a cogliere la propria esistenza, ritrova nel dolore la certezza di una presenza: la mia.

Freud, parlando delle paure dell’essere umano, suddivideva la sofferenza in tre aspetti: il dolore generato dal nostro corpo – un corpo che “dal momento del concepimento” fino alla morte è condannato ad un declino e che va a braccetto con il malessere –; l’afflizione prodotta dal mondo esterno ed infine le tribolazioni frutto delle relazioni interpersonali (Freud, 2010).

Il dolore generato dal nostro corpo è un supplizio al quale la società contemporanea ha provato a porre rimedio in vari modi (chirurgia, farmaci, droghe etc.) ma «la sofferenza è un male palese e inequivocabile; tutti sanno che quando si prova un dolore qualcosa non va. […] E la sofferenza non è solo un male immediatamente riconoscibile, ma un male che è impossibile ignorare» (Lewis, 2000, p. 79). Non si può ignorare l’afflizione, non si può nascondere, essa va affrontata e vissuta.

Le sofferenze affrontate con maggior difficoltà nella nostra società riguardano soprattutto l’amarezza, il cruccio, i tormenti generati dalle relazioni interpersonali. «[…] La possibilità di soffrire è inerente all’esistenza stessa di un mondo in cui è possibile che delle anime si incontrino. Quando certe anime diventano malvagie, è certo che sfrutteranno questa possibilità per farsi del male, e questa è forse la causa dei quattro quinti della sofferenza degli uomini. […] È per l’avarizia o la stupidità umana […] che abbiamo la povertà e il superlavoro. Ma ciononostante rimane molta sofferenza che non può essere ricollegata in questo modo a noi stessi» (Lewis, 2000, p. 76). Molti disagi dell’epoca attuale nascono da questa difficoltà nel vivere il rapporto io-altro, problematicità che viene estremizzata dall’incapacità di vivere la propria sofferenza. Quante volte di fronte al dolore sentiamo pronunciare la frase: “Perché una tale disgrazia è successa proprio a me?”, “Che cosa ho fatto di male per meritare tutto questo?”, “Perché io devo soffrire tutto questo che sono una brava persona e i delinquenti stanno benissimo?”. Quest’ultima domanda in particolar modo è molto sentita e il concetto di punizione retributiva, l’idea che il cattivo debba soffrire – “perché lui sì che se lo merita” – non fa altro che rendere ancor più difficile la propria sofferenza.

L’arrivo del dolore è destabilizzante, per Lewis esso è un attacco che elimina l’illusione nella quale stavamo vivendo e che ci dice “non va tutto bene”. Non solo, esso «distrugge l’illusione che quello che abbiamo, buono o cattivo che sia, sia veramente nostro o sufficiente per noi» (Lewis, 2000, p. 82).

Quando la sofferenza proviene dall’interno, quando non c’è un colpevole su cui sfogare la nostra rabbia è ancora più difficile andare avanti. Certo è che nemmeno lo spostamento dalla sofferenza alla rabbia verso l’altro ci aiuterebbe ad affrontare realmente il nostro dolore, solo sposterebbe il confronto un po’ più in là. Tutto questo però non elimina il quesito principe, non ci aiuta ad uscire dall’impasse di quel “perché a me?”.

«“Perché non a te?” Ed è vero, perché non a me? La sofferenza non ha un nome, un’età, un sesso o una religione. Davanti alla sofferenza siamo tutti uguali. Che cosa ho io più degli altri per non dover soffrire e avere una vita perfetta? Non esiste la vita perfetta. Siamo noi a renderla perfetta con le sfumature» (Versace, 2013). La pena è insita nell’essere umano. Pensare che soltanto noi stiamo soffrendo qui ed ora ci distoglie dalla realtà Tutti soffrono, tutti hanno i propri dolori. Piccoli, grandi? Ogni tentativo di categorizzazione è sbagliato perché non esiste un dolore più grande di un altro, esiste il mio dolore qui ed ora. Questo è quello che conta. Sarebbe un grave errore condannare l’addolorato perché dichiara il suo patire poiché «non esiste la “somma di sofferenza”, perché nessuno la sperimenta mai. Quando una singola persona ha raggiunto il massimo di quello che può soffrire, ha raggiunto certo qualcosa di orribile, ma ha raggiunto tutta la sofferenza possibile nell’universo. L’addizione di un milione di compagni nella sofferenza non può aggiungere altro dolore» (Lewis, 2000, p. 98).

«Quando consideriamo il dolore in sé […] dobbiamo stare attenti ad attenerci a quello che sappiamo e non a quello che immaginiamo» (Lewis, 2000, p. 91) ecco perché dobbiamo essere meticolosi nell’accogliere l’altro, scrupolosi nell’uso della parola ed evitare rigorosamente di cedere alla tentazione del consiglio. Ciò detto, se è vera la formula patio ergo sum la fuga dal dolore non è altro che la negazione di se stessi. Negare se stessi è come affermare di non esistere e se io non mi riconosco vivente, posso realmente comprendere il senso di una scelta, di un gesto quale il lasciarmi morire? Se intenzionalità «traduce ciò che il soggetto sente dentro di sé» (Pesci e Mani, 20183, s.v. “Intenzionalità”), la domanda è posso sentir-mi se mi sto negando? Se non riconosco la mia esistenza?

La libertà non è uno spazio libero[1]

La libertà è la capacità di decidere, di scegliere; il suo esercizio è un processo consapevole: scelgo la libertà sapendo che sto scegliendo. Epitetto affermava che «nessuno è libero se non è padrone di se stesso» (Frammenti, XXXV) perciò come posso decidere o scegliere qualcosa se non so chi sono? Se non sono “padrone di me stesso”? Come posso esercitare questa libertà?

Il relativismo etico e l’individualismo hanno assunto il merito di riportare in auge il concetto di libertà; ad entrambi – alcuni – hanno riconosciuto il merito di aver emancipato l’essere umano, di averlo svincolato dal giogo delle regole morali, delle norme sociali, dei tabù … da tutti quei limiti alla libertà, dal Panopticon. Vengono considerate conquiste perché finalmente gli uomini possono decidere in autonomia il proprio modo di vivere, decidere liberamente quali principi abbracciare, dar forma alla propria vita in modo personale. Il discredito di tutto quello che veniva considerato un limite alla propria realizzazione ha fatto sì che gli esseri umani perdessero il senso di uno scopo superiore, l’ideale per cui valeva la pena vivere e morire. Vi è stata un’esaltazione dell’“io”, un ripiegamento su se stessi, un appiattimento che è un impoverimento poiché l’essere umano è nella sua essenza un essere dialogico, relazionale; vivere autenticamente è possibile solo in uno scambio, in un incontro con l’altro (Taylor, 2006).

Volgendo lo sguardo all’antichità troviamo nella scuola stoica un’esaltazione della libertà per la persona umana. In questa dottrina si sviluppò l’ideale dell’individuo stoico insensibile al male fisico e capace addirittura di scegliere volontariamente la morte se questa si fosse mostrata come l’unico mezzo per sottrarsi agli attacchi e alla sofferenza provocata dal mondo esterno (Seidl, 1999). Senza recuperare l’ideale stoico della persona insensibile al male fisico oggi è in voga l’idea di scegliere volontariamente la morte come unico mezzo per sottrarsi alla sofferenza del mondo esterno ma anche di quello interno. Una riflessione su questo credo vada fatta, senza voler con ciò interpretare né esprimere giudizi.

Taylor sostiene «che tale relativismo non sia, in realtà, il corollario dell’individualismo moderno, ma piuttosto il cascame del suo fraintendimento, del suo degradarsi da orizzonte di valore – l’orizzonte della libertà individuale, appunto, come auto-realizzazione o “autenticità” – a formula stereotipa utile per giustificare qualunque inclinazione contingente» (Morri, 2004, p. 168). Le pretese del relativismo etico e dell’individualismo hanno pregiudicato la possibilità di realizzare la libertà. Oggi la libertà – citando Giorgio Gaber – non è uno spazio libero. L’essere umano di oggi è un individuo “fluttuante”, “destrutturato”; nella realtà teoretica la possibilità di scelta è talmente ampia rispetto al passato che paradossalmente ha reso la persona meno libera in quanto prigioniera di un altissimo numero di ansie, timori, dove le scelte “concrete” e “troppo impegnative” vengono rimandate, eluse, delegate ad altri mentre vi è il boom delle scelte superficiali. Un problema religioso è che ci sono meno matrimoni e più convivenze ma questo non sarebbe un problema a livello sociale ad esempio, lo diventa però se la scelta della convivenza viene fatta come via per eludere il matrimonio, per scappare da una “scelta” considerata “troppo impegnativa”, “senza via di scampo”. Ecco perché la scelta della morte di fronte alla sofferenza a dei professionisti in aiuto alla persona deve interrogare. Eticamente, moralmente, religiosamente le riflessioni saranno altre ma ad un Pedagogista Clinico una tale scelta può non interrogare? Ripeto, interrogare, far riflettere. Non è un esprimere giudizi. Davanti ad una persona che soffre e non sceglie di affrontare la sofferenza posso chiedermi se la via del “fine vita” è una scelta? Se la potrei aiutare? Se è una persona che ha bisogno di aiuto? Se ha scelto liberamente?

Nonostante lo sviluppo nei vari campi che la nostra società continua profusamente a perseguire, l’essere umano sperimenta lo smarrimento legato alla perdita di senso (Taylor, 2006). L’essere umano deve riscoprirsi soggetto che si determina e non predeterminato. La libertà è autodeterminazione, cioè è la facoltà del soggetto di determinare se stesso, perché egli e non altri sono la causa del suo decidere e agire.  Fuori dall’autocausalità dell’agire vi è il mondo dell’accadere e della necessità (Cozzoli, 2004).  La libertà sta nel poter scegliere e decidere; nel fatto che il soggetto ha la capacità di essere il principio del proprio agire; è l’espressione dinamica dell’autopossesso e dell’autodominio (Cozzoli, 2004).

Il paradosso legato alla libertà è che non posso non scegliere, siamo “condannati alla libertà” secondo Heidegger; ciò nondimeno essere un individuo libero non significa che la persona agisca sempre liberamente. La donna e l’uomo sono ontologicamente liberi perché soggetti e non oggetti ma è nell’esercizio di tale prerogativa che i soggetti ne assumono la consapevolezza.

Osservando le grandi conquiste nel campo dei diritti e delle libertà a cui è giunto l’essere umano non ci dovrebbe sorprendere una dichiarazione di raggiunta autonomia e di piena libertà per ciascun individuo. Le esperienze di una società tenuta assieme dalle sanzioni punitive, caratterizzata dall’uniformità del comportamento e dal conformismo è venuta meno, crollata sotto la spinta riformista e la voglia di essere se stessi. L’autoaffermazione e l’autoformazione sostituiscono l’uniformità, il dover essere uguale agli altri. Tutto questo produce però un “ma”: a seguito della mancanza di certezze e visto l’assenza di rimedi esterni è nata una nuova preoccupazione legata all’inadeguatezza, un’incertezza diversa da quella di prima. Oggi il timore angosciante è quello di non essere capaci di raggiungere l’immagine desiderata; inoltre a tale preoccupazione si aggiunge il peso della responsabilità: in questo percorso solitario l’individuo diviene insegnante e sorvegliante di se stesso, non c’è più chi incolpare dei miei insuccessi (Bauman, 1999). La conquista della libertà è divenuta prigionia nella quale ognuno si è liberamente rinchiuso e che impone a ciascuno di essere sempre in movimento, di non fermarsi mai per non rischiare di soccombere al proprio giudizio (Bauman, 1999).

L’esercizio della libertà richiede responsabilità poiché con tale espressione mi manifesto, le mie decisioni sono un mio prolungamento; io sarò chiamato a rispondere di ogni mio fare e dire in quanto agente e non spettatore. Oggi assistiamo ad un uso delle libertà associato ad una totale deresponsabilizzazione e assenza di riflessione. In nome della libertà ognuno si sente in diritto di poter dire e fare qualsiasi cosa, basta vedere i comportamenti alla guida; i comportamenti nei confronti dell’ambiente; lo scarso senso civico; le diatribe e i vari problemi sui Social.

Siamo così di fronte ad un ulteriore paradosso: si reclama la libertà ma a causa del timore di essere inadeguati o quando le nostre libere scelte e decisioni ci conducono di fronte a delle conseguenze che non sappiamo gestire si rimpiange quella società conformista e coercitiva che lasciava libere le persone dai tormenti delle scelte e delle responsabilità.

Aiuto alla Persona

La libertà è una chiamata a ritornare a se stessi; è un agire impegnativo e faticoso perché richiede di compiere una conquistata e introduce elementi di discontinuità e imprevedibilità. In confronto all’influenza omologante e globalizzante la persona libera è colei che sa esprimere una richiesta di aiuto, ha la disponibilità a compiere un percorso di aiuto.

Ogni libertà di scelta è possibile perché vi è una libertà da condizionamenti sia interni che esterni e che potrebbero influire sull’autonomia della scelta (Cozzoli, 2004); pertanto perché una persona possa realmente esprimere una decisione o esternare una libera richiesta di aiuto deve essere libera da condizionamenti. Contrariamente a ciò assistiamo oggi ad un subdolo serpeggiare di condizionamenti, ad una moral insanity: «una società empia che affidata a esaltazioni, primi piani e fari accesi su chi delinque, sulle deviazioni dalle norme sociali, indifferente e silente sulle vittime e sull’opportunità di un’azione educativa, pur nella consapevolezza che tutto ciò che concorre alla formazione del carattere dell’individuo, idee, azioni, abitudini, si basa e si forma a seconda delle suggestioni ricevute e dall’esempio apportato dagli altri». (Pesci e Mani, 20183, s.v. “Moral Insanity”).

Oggi molte richieste di aiuto non sono sempre ben formulate e molto spesso vengono fatte in contesti non idonei come il web. La rete in fin dei conti non è il professionista in aiuto alla persona e perciò in chi chiede aiuto non fa emergere la paura, il senso di inadeguatezza, perché in rete trovo persone uguali a me: sono utenti; non ho davanti un terapeuta, un medico, un pedagogista clinico, uno psicologo…

L’ennesimo paradosso è che quel web e quei social ai quali affido le mie confidenze, le mie paure, le mie richieste di aiuto non solo non sono in grado di accoglierle ma a differenza di un professionista in aiuto alla persona che realmente ha un approccio accogliente, simpatetico e non giudicante, lì nella rete i giudizi si sprecano e si sprecano soprattutto ad un livello di disprezzo e cattiveria inimmaginabile. Quando poi non si assiste a meschinità, malignità, crudeltà, scelleratezze di ogni genere è facile raccogliere un’infinità di consigli, di soluzioni all’acqua di rose. Spesso poi i rimedi sono bassezze che non vedono la persona concreta, la sua sofferenza, ma cercano di sfruttare tale situazione e il suo essere di pubblico dominio per fini e scopi che non sono certo quello di aiutare la persona ma le proprie mete. Assistiamo oggi a tante “icone” nel campo della sofferenza, di persone prese a modello per portare avanti delle battaglie come l’eutanasia. Non è mia intenzione entrare in merito alla questione né esprimere nessun tipo di giudizio rispetto a tale situazione. Mi limito però a riflettere e a domandarmi: una persona che è in stato di sofferenza, di disagio e ha bisogno di aiuto, rendendola icona di una certa battaglia la sto realmente aiutando? La risposta è legata ad un’ulteriore domanda: quell’individuo è in uno stato di vera libertà? È libero da e di?

«Perché una persona possa essere autonoma e assumere coscienza di questa sua autonomia, scoprire le sue capacità nel compiere atti […] deve aver raggiunto e mantenere un sano equilibrio e un sereno adattamento, altrimenti avremo un soggetto maldestro, impacciato e goffo, abituato a vivere in uno stato di dipendenza, troppo aiutato perché possa crescere senza disagi» (Pesci e Mencattini, 2006, p. 21).

«Quello di “aiuto” è un concetto molto ampio: si va dal cavaliere dall’armatura luccicante che salva la fanciulla dalle fauci del drago al consulente che lavora con un’organizzazione per modificarne la cultura allo scopo di raggiungere nuovi obiettivi strategici o migliorarne la performance» (Schein, 2009, p.3), in Pedagogia Clinica l’aiuto è un «servizio all’autonomia e alla crescita della persona e quindi alla sua libertà» (Pesci e Mani, 20183, s.v. “Educare”). L’aiuto alla persona, per questa scienza è «rispondere ai bisogni dell’altro con attenzioni educative; un aiuto alla persona dunque e non al paziente. Il Pedagogista Clinico®, contrario ai principi che sostanziano ogni espressione riconducibile alla malattia, non interviene su di essa e i numeri con cui è stata codificata, né sulle quantità, né tantomeno sulle classificazioni in base a tipologie. In tale ottica si comprende come anche voci quali “terapia” e “pratica terapeutica”, nel senso di “metodo e cura per alleviare le sofferenze del paziente”, vengano evitate da questo specialista, che invece, nell’intento di offrire un aiuto alla persona, ha ampliato i suoi interessi scientifici e ha raggiunto quella conoscenza necessaria e quella preparazione tale che gli permettono di offrire e garantire ad essa un reale processo globale di crescita. Per la Pedagogia Clinica l’aiuto alla persona è possibile se di essa si conoscono le Potenzialità, le Abilità e le Disponibilità (PAD), premessa per indirizzi e confluenze educative» (Pesci e Mani, 20183, s.v. “Aiuto alla persona”). Pertanto l’approccio proprio del Pedagogista Clinico non solo esula dal giudizio ma rifugge pure qualsiasi tipo di polemica pro o contro trattamenti come l’eutanasia perché il suo scopo è di tipo educativo e di aiuto alla persona. Inoltre il percorso è svolto dal soggetto, è lui stesso che prende in mano la propria vita per assumersi quella responsabilità e vivere a pienezza la sua libertà, senza stati tensionali grazie ad un setting protetto – a differenza del web – e con uno strumentario ad hoc; poiché la persona è piena di risorse interiori. Assicurare la possibilità di sviluppare e affinare le proprie abilità e potenzialità attraverso aiuti educativi è possibile però solo se vi è disponibilità. «Assumere una coscienza della propria individualità significa per il soggetto acquisire la consapevolezza di essere causa di certi cambiamenti che si verificano nell’ambiente come risposta ai sui gesti, alla simpatia e all’“amore nel dare”» (Pesci e Mencattini, 2006, p. 21).

Tale attenzione alla persona evidenziata dagli studi del prof. Pesci ha preso spazio anche in altre scienze dove si è riscoperto il soggetto non più solo come paziente ma come individuo, come si può evincere dall’approccio non più terapeutico ma attento alla natura della relazione di aiuto della Dott.ssa Romanini: «il punto di riferimento non è più la malattia ma la persona nel suo sviluppo e nel suo benessere: quindi, la salute da raggiungere in pienezza. Si tratta, infatti, non di eliminare una patologia ma di portare a maturazione le risorse potenziali, di facilitarne la crescita. In definitiva, di “educare la persona”» (Montuschi, 2012, p. 83).

La valorizzazione della persona in tutta la sua umanità ed integrità psico-fisica oggi non può prescindere da questo tipo di approccio; tuttavia esso non esclude né preclude il fatto che la giurisprudenza e il parlamento rispondano convenientemente alle istanze morali e sociali sempre più pressanti con un sistema di tutele adeguato e rispondente ai reali disagi e bisogni in modo opportuno. 


[1] Gaber G., La libertà, 1973.