Il bambino e la Gabbia Invisibile

di Alberto Fisher

 

Perché il titolo “La gabbia Invisibile”? Forse perché riflettendo sul tema della solitudine del bambino mi è sembrata la definizione migliore per far comprendere la difficoltà che spesso si ha nell’intercettare i disagi che sono racchiusi all’interno dell’essere bambino, difficoltà a carpire i messaggi che escono dalla gabbia, che rimane invisibile a noi e allo stesso bambino. Eppure, come pediatra avverto al pari di tanti colleghi la necessità di andare oltre alla semeiologia clinica e carpire quella semeiologia psichica che permette in una fase di formazione dell’individuo di prevedere e correggere quei disagi che il contesto familiare,  sociale ed ambientale scatenano agendo come un detonatore.

Il problema della “solitudine” nel bambino è stato oggetto di numerosi studi, anche se spesso si è dato una connotazione negativa poiché si è privilegiato nella concezione della crescita individuale il ruolo della socializzazione e dell’interazione ambientale. L’immagine di un fanciullo che tende ad isolarsi dal gruppo suscita spesso preoccupazione negli adulti e nei familiari, perché appare dissonante con la rappresentazione dell’infanzia come età spensierata ed aperta al sociale. Particolare attenzione verso evoluzioni patologiche, o potenzialmente patologiche, possono esser fornite da stati di solitudine oggettiva, come si hanno nell’isolamento del bambino in età scolare o nell’adolescente da parte di un gruppo o di un contesto come quello familiare o scolastico legato a motivi di non accettazione. In questi casi vi è una indubbia incidenza sui percorsi di crescita, associata d un senso di incapacità e di fallimento. La “solitudine” viene intesa come un rischio di percorso.

La solitudine come rischio. Il ritiro sociale, il social withdrawal  di ricercatori nordamericani, può riflettere la presenza di una patologia. Questi autori distinguono tre tipi di ritiro sociale che il bambino può manifestare. Una forma è definita come “attiva” ed è caratterizzata da una bassa interazione con i compagni, associata a comportamenti chiassosi e turbolenti, da giochi immaturi e ripetitivi ed in qualche caso da giochi rumorosi di drammatizzazione eseguiti in disparte dai compagni. Questa forma di ritiro riflette immaturità cognitiva e sociale ed appare poco gradita ai compagni, anche perché spesso si associa a comportamenti di aggressività. Un’altra forma di ritiro sociale è detta, invece, “passiva” ed è una situazione soggettiva in cui il bambino pur non disdegnando l’interazione coi compagni o col contesto familiare, preferisce il gioco solitario costruttivo, l’oggetto, il libro, la ricomposizione di puzzle, il gioco di costruzioni. Questa forma è quella che permette una crescita ed  è esente da tendenze patologiche anche perché s’interfaccia in maniera alternativa con il gioco collettivo ed in cui non viene rifiutato il contato con i compagni. Almeno in età prescolare non si collega ad indici di disadattamento come la forma precedente. Una terza forma, detta “reticente” è connessa ad inibizione e timidezza e caratterizzata dal tipico atteggiamento dello “spettatore”. Gli studi hanno dimostrato che il social withdrawal presenta una fondamentale stabilità nel tempo che dall’infanzia porta all’adolescenza. I soggetti caratterizzati da ritiro sociale mostrano, soprattutto nell’età scolare, problemi di varia natura ed entità, quali ansia, sentimento di solitudine, rifiuto sociale e aggressività, definibili in ambito clinico come sintomi di interiorizzazione e di esteriorizzazione. Vi è anche da considerare che in situazioni di solitudine oggettiva cioè in condizioni di isolamento come essere più o meno temporaneamente senza amici o stare  a casa senza genitori perché momentaneamente assenti, si possono inserire momenti di sensazione soggettiva che portano a sentimenti di vuoto, di perdita, di isolamento, di esclusione.

La solitudine come risorsa. Non è detto, e non è sempre, che la solitudine debba essere associata a criticità, anche se in molti casi il confine tra “fisiologico” e “patologico” non sia ben definito. Studi di Winnicot e della Buchholz, hanno evidenziato come il concetto di solitudine si realizza sin dai primi momenti della vita, quando il neonato passa dalla “cosa” espressione del suo mondo , alla “non cosa”, il mondo esterno a cui non è abituato ed in cui può avvertire la separazione dalla madre. La capacità di rimanere “soli in presenza della madre” presuppone che il neonato abbia introiettato e metabolizzato la madre e questo processo necessita dell’attiva collaborazione di questa che lungi dal creare separazione attiva un processo diadico, importantissimo per la maturazione psico-fisica del bambino. Quando questa introiezione è avvenuta in maniera congrua si realizza una relazione di fiducia con la madre , che consente di porsi nei confronti di quest’ultima  in una condizione di “separatezza”, di accettazione cioè, sul piano affettivo e mentale, della reciproca separazione. Il gioco solitario del bambino allora può esser visto come l’espressione del bisogno di stare da soli e di distanziarsi dagli altri, istanza fondamentale sul piano evolutivo poiché conduce all’autonomia, ma che è resa possibile soltanto dall’aver parallelamente soddisfatto il bisogno di attaccamento. Il gioco individuale, quindi, già dalle prime fasi evolutive, svolge molteplici funzioni: attraverso l’esplorazione di un oggetto o del proprio corpo, caratteristiche del primo anno di vita, il bambino acquisisce la consapevolezza della distinzione tra sé e gli altri, fondamentale per la costruzione dell’identità individuale.

In conclusione vorrei accennare a quello che dovrebbe in tal senso essere l’obiettivo del pediatra che non si dovrebbe soffermare solo su disfunzioni fisiche (peraltro spesso espressioni del mal di vivere) ma, essendo un riferimento specifico per la famiglia cercare di fare un po’ di semeiologia psicologica. La solitudine positiva, costruttiva, che caratterizza la crescita, l’autonomia e la definizione del se da parte del bambino è quella rappresentata da oscillazioni in cui il voler star da solo si alterna con interazioni con gli altri nel gioco, nella scuola , in famiglia. Una non fisiologica solitudine può manifestarsi attraverso la difficoltà ad entrare in contesti da cui si è allontanati o rifiutati e che realizzano stati di aggressività o chiusura al limite della depressione o chiari segni di disadattamento sociale. E’ opportuno inoltre porre attenzione a quelle forme di solitudine non manifesta che si collega alle dipendenze dalle varie forme che il web ci offre.

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n. 36/2017)

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