Il Disturbo da Deficit d’Attenzione/Iperattività

ADHD è l’acronimo inglese di Attention Deficit Hyperactivity Disorder, il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività. L’ADHD, benché rappresenti uno dei più frequenti disturbi neuropsichiatrici, nella maggior parte dei contesti sociali, scolastici e scientifici del nostro Paese, viene ignorato e, addirittura, in alcuni casi, messa in dubbio la sua reale esistenza. L’ADHD è  un’alterazione neurobiologica dei circuiti preposti all’autocontrollo e di questa  se ne parla da oltre cent’anni, da quando Gorge Still nel 1902 (Still G. Some abnormal psychical conditions in children -The Lancet 1902) parlò di bambini fortemente disturbati, ipercinetici, irrefrenabili, affetti da una turba neuropsichiatrica organica e da quando Wiliam James, padre della psicologia americana, sostenne che i deficit dell’inibizione della volizione, del controllo morale e della viva concentrazione erano tra loro legati da un sottostante difetto neurologico.
Negli ultimi dieci anni, numerosi studiosi hanno dimostrato che, utilizzando le tecniche neuropsicologiche per la valutazione delle funzioni della parte anteriore della corteccia cerebrale e le tecniche neurofisiologiche tese a misurare l’attività elettrica cerebrale,  e quelle di neuroimaging rivolte alla misurazione dell’attività metabolica e del consumo di ossigeno di specifiche aree del cervello, queste persone presentano significative alterazioni funzionali di specifiche regioni del Sistema Nervoso Centrale rispetto ai soggetti di controllo. Dagli anni 60 sono  ben oltre settemila gli studi che compaiono in med-line sull’ADHD, ciò che rende questo  disturbo neuropsichiatrico uno fra i più studiati.
Il problema ADHD è che si tratta di una malattia “che non si vede” dal momento che si manifesta esclusivamente come un disturbo di tipo comportamentale in soggetti  generalmente intelligenti, con QI normale se non addirittura superiore alla media, e questo è il motivo che spinge le persone comuni a ritenerli solo dei grandi sfaticati o male educati o considerati come il risultato di un ambiente familiare poco strutturato. I genitori di questi soggetti iperattivi, impulsivi e con grosse difficoltà attentive e scolastiche, vengono così additati come incapaci di educare o perfino colpevoli del  comportamento altamente disturbante (R. D’Errico, E. Aiello, Vorrei scappare in un deserto e gridare… De Nicola Editore, Napoli 2002).
La stima epidemiologica più bassa ci rivela una triste realtà e cioè che oggi vivono nel nostro Paese circa centomila bambini con disturbo da deficit di attenzione e iperattività, numero che sale fino a quattrocentomila se prendiamo in considerazione anche le forme più lievi ma significative. Almeno un bambino con queste manifestazioni è presente in ogni classe di 25 alunni. Tali dati si allineano con quelli internazionali perché, laddove adeguatamente ricercato, l’ADHD mostra una frequenza intorno al 4% nei bambini in età scolare (Gallucci et al. Symptoms of attention deficit hyperactivity disorder in an Italian school sample: finding of a pilot study. J. American Academy Child Adolescent Psychiatry 32: 1051-1058; 1993 1993).
L’ADHD è raramente diagnosticata e inadeguatamente curata. Per ricevere una diagnosi, i genitori sono spesso costretti a lunghi, estenuanti e costosi “viaggi della speranza” presso i rari centri o specialisti che abbiano dimostrato esperienza, e le terapie di comprovata efficacia sono quasi sempre a totale carico dell’assistito, poco conosciute e praticate. Si tratta di  bambini, ragazzi, adolescenti e adulti che, oltre ad essere iperattivi, impulsivi e con grosse difficoltà attentive, soffrono di sintomi secondari quali bassa autostima, ansia e aggressività che peggiorano con l’avanzare dell’età e dell’emarginazione cui loro e le loro famiglie sono inevitabilmente sottoposti; adulti che, se non trattati nell’età della faciullezza e adolescenziale si troveranno a convivere con situazioni psichiatriche talvolta gravi e in realtà sociali instabili e degradate. Il problema – afferma Barkley – è che questi atomi di comportamento vanno a formare molecole di vita giornaliera e queste molecole giornaliere più grandi composti di esistenza sociale settimanale e mensile e questi composti sociali strutture e passi di una vita da giocare su più anni, a significare che ogni principio che si basa sull’attesa è iniquo. All’iperattività o alla distraibilità, presenti fin da piccoli, ogni consiglio di aspettare ad intervenire all’età di  7-10 anni è spesso un grave errore anche se molto consolante per i genitori. La vita di un bambino in cui l’ADHD non è diagnosticato né affrontato con modalità idonee e tempestive, sarà probabilmente segnata dal fallimento, da una scarsa capacità funzionale e da gravi risvolti futuri.
Soggetti non identificati e non adeguatamente curati sono il 70% , di cui il 30% , oltre ai sintomi perduranti del disturbo, delle “cicatrici” operate da un ADHD durato anni, mostrano: alcoolismo, tossicodipendenza, disturbo della personalità antisociale, il restante 40% “non guarirà” continuando a mostrare anche da adulto i segni della disattenzione, iperattività e impulsività, che si esprimeranno con ampie difficoltà lavorative, sociali e familiari tali da compromettere la vita di relazione. Un lavoro di diagnosi, prevenzione e  intervento si impone anche in ragione di quanto si apprende dagli studi di follow-up su campioni clinici: il 32-40% dei soggetti ADHD tendono all’abbandono scolastico, il  5-10% non terminano gli studi, il 50-70% hanno pochi amici o a rimangono isolati, il 70-80% hanno uno scarso rendimento nel lavoro, il 40-50% attivano comportamenti antisociali e fanno uso di tabacco o droghe vietate, il 20-30% sperimentano la depressione, il 18-25% presentano disturbi della personalità. Le ragazze tendono ad avere esperienze di gravidanza precoce (40%) e maggiore incidenza di malattie sessualmente trasmesse (16%).
Le Linee guida formulate dalla Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’adolescenza (SINPIA), per fronteggiare questi problemi, dichiarano: Gli psicostimolanti sono considerati a tutt’oggi la terapia più efficace per bambini, adolescenti e adulti con ADHD. L’efficacia e la tollerabilità degli psicostimolanti è stata descritta per la prima volta da Bradley nel 1937, ed è stata documentata da circa 60 anni di esperienze cliniche. Su med-line sono citate circa 2400 pubblicazioni (250 nell’ultimo biennio) di studi condotti su diverse migliaia di soggetti. Dal 1996 sono stati pubblicati 161 studi controllati e randomizzati, di cui 5 su soggetti in età prescolare, 150 su soggetti in età scolare, 7 su adolescenti e 5 su adulti con ADHD. Gli psicostimolanti rappresentano la classe di farmaci maggiormente studiata in età evolutiva.
Nella sostanza questi farmaci non curano, migliorano solo temporaneamente i sintomi e, seppur permettono di prestare attenzione, non aumentano la conoscenza nè migliorano le capacità apprenditive. Da soli i farmaci non possono aiutare i soggetti a raggiungere un equilibrio interiore, né favorire motivazioni e disponibilità nell’affrontare i problemi della vita. Per raggiungere risultati positivi che durino nel tempo, oltre al trattamento farmacologico,  sono necessarie forme di sostegno e di aiuto, quell’intervento multimodale che è stato oggetto di un importante e recentissimo studio, coordinato negli Stati Uniti dal National Institute of Mental Health (NIMH). I risultati di questo studio hanno portato alla conclusione che il trattamento farmacologico incide solo sui sintomi del disturbo ma che i risultati più significativi si possono ottenere se contemporaneamente si garantiscono sollecitazioni psicoeducative. Se ne deduce che, per favorire il soggetto con ADHD occorre un approccio multimodale.
In Italia, il problema è particolarmente sentito e l’AIFA -Associazione Italiana Famiglie ADHD- denuncia ogni giorno i gravi episodi che derivano dall’ADHD: denunce penali e civili contro i genitori; espulsione del soggetto dalla scuola, dal circolo sportivo, dai corsi di catechesi; emarginazione nel contesto scolastico a causa della presenza di insegnanti di sostegno incapaci; bocciature perfino in prima elementare; separazione dei genitori; maltrattamento fisico e psichico; isolamento delle famiglie dal contesto sociale; disturbi psicologici nei fratelli; consigli e terapie inutili, dispendiose e prolungate nel tempo sia rivolte alla famiglia che al bambino, senza alcun beneficio. Oltre a tutto questo, la nostra Associazione ha potuto rilevare  un uso maggiore di sostanze stupefacenti e episodi di autolesionismo in adolescenti ADHD che presentano altri disturbi neuropsichiatrici associati. L’importanza di questi eventi ha sollecitato l’AIFA nella stesura di un documento (Aiello E. Europa e ADHD – Approvato dal CD AIFA il 13 maggio 2003) che illustra lo stato e le prospettive dell’ADHD in Italia ed in Europa. In tale documento l’AIFA esprime la convinzione che oggi, in Italia, il problema non sia solamente quello della formazione e dell’aggiornamento professionale degli operatori e della creazione di Centri in grado di diagnosticare e mettere in atto una terapia multimodale, ma pure di diffondere le conoscenze scientifiche sull’ADHD tra le famiglie e gli insegnanti per poterli aiutare a riconoscere le tantissime realtà di sofferenza e orientarli verso idonei scambi e sollecitazioni indispensabili per vincere gli stati di disagio e di malessere dei figli e degli scolari.
L’AIFA con il suo Progetto “Parents for Parents” sta attivando ogni possibile collaborazione sia con le categorie professionali che con il mondo politico, chiamati unitariamente a scelte impegnative nell’ambito di un serio programma che potrà
apportare benefici ai tanti bambini e alle loro famiglie, nella prospettiva di una vita sicuramente migliore.

Raffaele D’Errico
Medico
Renzo Aiello
Medico