Il fenomeno degli “haters”

Intervista a Claudio Rao del giornalista Samuele Mattio della testata Cuneo Dice

 

Dott. Rao

Lei è uno stimato Pedagogista Clinico® , abbiamo pensato a lei per capire meglio un fenomeno che, dall’avvento dei social network in poi, ha una diffusione sempre maggiore: quello dei cosiddetti haters, ovvero coloro che dietro un falso profilo o, anche con il loro nome e cognome reale, insultano la vittima di turno. Il bersaglio delle aggressioni on-line è spesso protagonista di qualche episodio di cronaca o un personaggio noto reo di aver espresso un’opinione fuori dal coro.

Qual è la sua opinione su questi fatti?

  1. Effettivamente “haters” è un termine inglese che significa “odioso” e che è usato per indicare coloro che detestano personaggi particolarmente famosi come cantanti, youtubers, attori e musicisti. Insomma, persone che passano il loro tempo a “denigrare” celebrità servendosi dei socialnetworks o commentando degli articoli su internet. Si tratta di un fenomeno relativamente recente, almeno sotto la forma che conosciamo noi oggi. Mi pare che si tratti di individui che sono vittime della propria voglia di contraddistinguersi e di “fare presa” su altre persone, delle quali sperano di influenzare le opinioni. Approfittando del web che consente loro di esprimersi senza prendere in considerazione il pensiero altrui, sfogano probabilmente sentimenti di invidia e gelosia… quando non d’inferiorità attraverso parole ed azioni piuttosto aggressive, direi.

 

Qual è la relazione tra la vita reale delle persone e il loro comportamento on-line?

La diffusione indiscriminata e acritica della dimensione virtuale della vita, alla quale nessuno è stato preparato né tantomeno educato, rischia di portare alcuni di noi (almeno in certi momenti) a smarrire il senso della realtà. Uso la parola smarrire per significare che talora possiamo farlo a nostra insaputa, senza rendercene veramente conto. Una vera e propria trappola che può scattare in qualsiasi momento, specie se critico (a seguito di un lutto, per esempio) rendendoci letteralmente dipendenti dal virtuale, legati mani e piedi ai socialnetworks che rischiano di sostituire la realtà con “amici” mai visti né conosciuti e magari inesistenti. Con rischi per la nostra personalità che i colleghi psicologi ormai purtroppo conoscono bene. Allora, per venire al succo della sua domanda, lungi dall’abbandonare l’uso del pc o la navigazione su internet, mi pare indispensabile coltivare e alimentare con regolarità la propria vita reale e tangibile: ritrovandosi con amici “in carne ed ossa” e godendosi tutta la corporeità della relazione interpersonale. Perché i veri problemi iniziano quando incomincio a crearmi un’identità virtuale, una vita per procura, facendo dei socialnetworks i miei unici interlocutori.

 

Chiaramente finché la discussione non sfocia nell’insulto, ognuno è libero di esprimere la sua opinione, ma che cosa ci spinge a cercare continuamente la polemica? 

Bella domanda! Quanto spazio abbiamo a nostra disposizione? Non credo di possedere tutte le risposte, tuttavia credo che siano diversi i fattori che spingono una persona a “trasformarsi” in un hater. La sensazione d’impotenza, magari coniugata con una forte dose di timidezza. Un sottomesso carico di rabbia interiore. Oppure un individuo con un’irrefrenabile voglia di poter dire tutto quello che pensa, senza contraddittorio e senza limiti. Che magari nella vita si sente ingabbiato e impossibilitato ad essere se stesso. O magari qualcuno che vuole offrirsi il brivido di superare i limiti della decenza e del rispetto umano. Anche una buona dose di egocentrismo è sicuramente una caratteristica comune a molti haters. Sicuramente ricorderà il caso di Emma Marrone quando ha accettato di incontrare faccia a faccia un suo hater all’interno di un servizio di “Le Iene” con Mary Sarnataro. Si trattava di un ragazzo che, in diverse occasioni, aveva scritto sui social network commenti piuttosto offensivi. Ricordo le parole dell’hater: “Non c’è un modo per giustificarmi. Sono stato molto leggero. Era una cosa per scherzare. Ho scritto una cosa per la quale volevo approvazione, consenso […]”.

 

Anche nella nostra città c’è la tendenza a polemizzare sui gruppi social. Abbiamo notato che, mentre sui grandi temi c’è generalmente il silenzio e le discussioni sono riservate a pochi, la bagarre si scatena sugli argomenti di poco conto. Come legge questo dato empirico?

Conosce la citazione: “I grandi spiriti discutono delle idee, gli spiriti medi degli eventi e i più piccoli delle persone”? Viviamo in un’epoca di mediocrità che segna chiaramente il tramonto della civiltà occidentale, almeno così come l’abbiamo conosciuta finora. Ma lei si rivolge a me come Pedagogista Clinico®, non come filosofo o come sociologo. Abbiamo appreso che il funzionamento della nostra mente

include l’oblio. Secondo gli specialisti della memoria, le dimenticanze sarebbero dovute da una parte al declino delle nostre capacità cognitive e dall’altra a delle “interferenze”. Queste interferenze distrarrebbero il nostro cervello con altre informazioni che occuperebbero lo spazio mnestico utilizzando per così dire i ram o i giga disponibili. E renderebbero meno accessibili altri ricordi immagazzinati nella nostra memoria. Quando osservo i media e i telegiornali italiani, mi viene malignamente da pensare che questo “silenzio su grandi temi e bagarre su argomenti di poco conto”, per riprendere le sue parole, non sia del tutto casuale. Siamo messi in modalità emotiva e viscerale piuttosto che su modalità intellettuali e critiche.

 

Mi viene da sorridere pensando che colui che ha “sdoganato” l’insulto libero e la polemica, questa volta in televisione, è senza dubbio Vittorio Sgarbi. Persona, a detta di molti, con un alto livello d’istruzione. Quanto influisce il livello culturale su questo tipo di comportamenti? C’è un nesso tra la televisione e internet?

Per rispondere a questa domanda, riprenderei quanto accennavo prima, ma in positivo. È chiaro che più elevato è il livello d’istruzione, più sviluppato è (o dovrebbe essere) lo spirito critico. Cultura non ha mai rimato con accettazione passiva e acritica. Chi ha studiato, ancorché animato da alti ideali, è a mio avviso più disincantato rispetto a chi affida ad altri il compito di pensare per lui. Ergo, più critico e magari più reattivo all’indifferenza e alla passività generale. Altra cosa sono i toni con cui si esprime. Prendiamo l’esempio di Sgarbi. Se durante la Prima Repubblica i suoi toni aggressivi e irriverenti potevano sedurmi perché, uscendo dal coro, scuotevano dal torpore e richiamavano a una naturale rivolta verso una certa ipocrisia travestita da perbenismo, ora mi urtano e mi infastidiscono. Sarà l’età (eh, eh, eh!), ma li vivo come l’espressione di una Intellighenzia che per sedurre il popolo e non avendo più nulla da proporre e prospettare, al tramonto delle ideologie e al crepuscolo della nostra civiltà occidentale, si rifugia nello stomaco e nei visceri in luogo di ossigenare il cervello. Se vogliamo inoltrarci nelle sfere della psiche (che esulano dalla mia formazione), ricorderemo tutti le parole di Freud sull’istinto di morte, la destrudo che ci svela le componenti aggressive e talora violente della nostra identità profonda. In una civiltà intrisa di perbenismo, dove perfino certe parole ci sono vietate (come se eliminando un termine, potessimo amputare una dimensione psichica, ammaestrare un istinto, soffocare un’appartenenza identitaria) è possibile che certi individui sentano imperiosa la voglia di urlare il proprio disagio, significare il proprio malessere. Relativamente alla comparazione tra la televisione e internet, se l’una è passiva, l’altro è decisamente interattivo! Tant’è che ormai la tecnologia sta unificandoli in un solo apparecchio. Non che questo sia garanzia di maggiore criticità e libertà intellettuale: se i nostri nonni asserivano “Lo ha detto la televisione” per certificarne la verità, oggi i nostri figli e nipoti ribattono “L’ho trovato su internet”!  Il che ci riporta al ruolo fondamentale dell’educazione all’immagine che lascia ancora molto a desiderare nelle nostre scuole. Non so se ho risposto alla sua domanda, ma mi rendo conto che le mie riflessioni ci stanno forse portando un po’ troppo lontano. E io rischio di perdermi in mille rivoli o, peggio, di “andare fuori tema”, come dicono i prof.

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n. 38/2018)

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