Il Movimento Autentico

di Liliana Luccini

 

Siamo corpi, ma abbiamo difficoltà a viverci come una totalità: la realtà quotidiana favorisce la frammentazione. Così come fatichiamo ad instaurare relazioni soddisfacenti, incapaci spesso di utilizzare al meglio ciò che abbiamo di più prossimo agli altri per comunicare: il nostro corpo.

Eppure in ogni esperienza, in ogni tipo di contatto del soggetto con il mondo, in ogni forma di esplorazione della realtà, si produce un apprendimento implicito che si condensa e si oggettiva in un contenuto, nell’incorporazione di una informazione, nello sviluppo di una particolare abilità, nell’interiorizzazione di una norma o nell’utilizzo di un codice di comunicazione.

 La nostra struttura corporea, la postura, i gesti, il linguaggio, così come le immagini o i sogni che ci contraddistinguono, sono un riflesso della nostra storia e del nostro processo interiore.

Ogni forma di apprendimento si realizza in un contesto emozionale, relazionale, affettivo, lasciando un’impronta dentro di noi e conferendoci una modalità particolare di selezionare, organizzare e simbolizzare le nostre esperienze. Un apprendimento implicito, un modo di imparare che in ogni situazione, in ogni atto di conoscenza va a rafforzare la nostra matrice di apprendimento, che è diversa da tutte le altre e che ci fa agire e rapportare in un modo del tutto personale, di cui spesso non siamo soddisfatti o addirittura coscienti. Per questo è importante raggiungere una certa consapevolezza della propria matrice di apprendimento, per analizzarla  con spirito critico e chissà, per cambiarla.

Le tecniche corporee vengono utilizzate a questo proposito: esse ci permettono di riprendere contatto col nostro corpo e sperimentarlo attraverso il movimento, la distensione immaginativa, la respirazione, il suono, i sogni, o l’arte, la scrittura e altre forme di lavoro creativo. Con questi strumenti si cerca di unire l’esperienza attuale della persona con le strutture emozionali passate che hanno avuto un impatto importante sul proprio corpo, nel senso della percezione di sè e della sua abilità nel relazionarsi con gli altri; da qui emergono storie profondamente radicate in sentimenti e credenze, storie che cercano il modo di esprimersi per poter essere delicatamente accolte, sperimentate coscientemente, e reintegrate alla identità della persona.

Parlando nello specifico del movimento, esistono diverse modalità di approccio: forme di esplorazione del movimento che seguono precise istruzioni e forme più autogestite, più libere, dove lo scopo diventa il movimento autentico e spontaneo.

Naturalmente gli interventi possono cambiare direzione durante lo svolgimento della tecnica, via via che la persona sviluppa più coscienza di se stessa; quando questo accade il lavoro con l’individuo si sviluppa da una prospettiva programmata verso una più aperta e autogestita.

La scelta del metodo da usare dipende dalla stabilità della struttura dell’Io del soggetto e dalle proprie risorse, ma va tenuto anche conto di ciò che più si adatta alle sue necessità in quel momento.

Quando per esempio l’Io è fragile, le difese sono basse, la persona si sente schiacciata dalle proprie pulsioni interne o dagli stimoli esterni , e i movimenti del corpo, così come il livello delle risposte sono limitati, è opportuno orientare la persona verso movimenti più strutturati. Questo tipo di approccio può aiutarla a sentire più sicurezza nella misura in cui incrementa la percezione di sensazioni corporee prima sconosciute o represse,  ad ampliare il repertorio dei movimenti e ad espandere lo spettro della propria vita emozionale. La Gestalt dance, la grafodanza per esempio rispondono a queste esigenze.

All’estremo opposto ci sono persone che sono separate dalla loro vita interiore e si sentono di conseguenza insoddisfatte della loro incapacità a relazionarsi con gli altri in modo genuino, pur essendo capaci di confrontare le proprie fantasie, i propri pensieri e sentimenti repressi in un contesto non strutturato. Per questi soggetti può essere di grande aiuto il movimento autentico, destrutturato.

Mary Starks Whitehouse sviluppò per prima questa modalità, che ha radici nella danza e nei principi dell’immaginazione attiva di Carl Jung, e che, essendo libera, permette alla persona di percepire più pienamente sentimenti, sensazioni corporee, impulsi di movimento e immagini che potrebbero essere latenti.

All’inizio questa disciplina fu chiamata dalla sua creatrice “movimento in profondità”.

 Il suo interesse era rivolto a quella forza dentro l’individuo che dà vita al corpo.
Tutto il suo lavoro fu influenzato dagli studi junghiani condotti a Zurigo e al  suo personale percorso analitico. Basò la sua teoria appunto, sulla tecnica dell’immaginazione attiva creata da Jung.

Jung  disse“ Se possiamo riconciliarci con quella misteriosa verità per la quale lo spirito è la vita del corpo contemplata da dentro ed il corpo è la manifestazione esterna della vita dello spirito, ed essendo le due cose realmente una, allora possiamo comprendere perché la lotta per trascendere il livello di coscienza attuale deve dare al corpo il suo posto”. (C.G.Jung, L’io e l’inconscio (1928), in Opere –vol.VII-Boringhieri  Torino 1983).

Uno dei contributi più importanti di Jung è quello che lui ha chiamato” processo di individuazione”, un percorso per divenire una totalità, per arrivare ad essere ciò che veramente si è.

Egli utilizzò anche il concetto di funzione trascendente per definire e spiegare  a cosa porta questo processo e lo descrisse come “…un processo naturale, una manifestazione di energia che emerge dalla tensione degli opposti e consiste in una serie di fantasie o accadimenti che fanno la loro comparsa spontaneamente in sogni e visioni” (Joan Chodorow, Encountering Jung: Jung an active Imagination –Princeton (NJ),UniversityPress,1977). Jung, quindi, focalizza la sua attenzione sulla necessità dell’essere umano di confrontarsi con l’inconscio come modalità per arrivare alla piena espressione ed espansione del proprio potenziale.

Per facilitare la funzione trascendente, egli sviluppò un metodo meditativo: l’immaginazione attiva, come strumento che rende possibile l’integrazione dei contenuti inconsci con quelli consci. Questa integrazione  può avvenire in differenti modi. Uno di questi, è appunto attraverso il corpo ed il movimento.

La Whitehouse, asserisce che il metodo della immaginazione attiva attraverso il movimento implica “ seguire una sensazione interiore, permettendo all’impulso di assumere la forma di azione fisica.

La disciplina del movimento autentico ci invita a scoprire in modo personale e diretto come ci relazioniamo, attraverso lo sviluppo del vincolo tra colui che si muove, chiamato con il termine inglese “ the mover “ ed il  testimone  (conduttore/terapeuta).

Tina Stromsted dice che le aggressioni/ferite accadono nel contesto delle relazioni ed è in questo contesto che devono essere guarite.

Tanto nel lavoro individuale che di gruppo, le persone iniziano l’attività con gli occhi chiusi, in presenza del conduttore /testimone.

Chiudere gli occhi invita ad uno stato di distensione che facilita l’accesso a stimoli – immagini, suoni, sensazioni, movimenti – dall’inconscio.

Gradualmente certi schemi di movimento emergono in ogni persona; Janet Adler li ha chiamati “movimenti idiosincratici”.( J. Adler, Who is the witness? Contact Quarterly, Winter 1987)

Questi schemi inizialmente risultano essere incomprensibili per l’individuo, eppure, attraverso successive ripetizioni cominciano a rivelare il loro significato.

Riflesso di attitudini, memorie ed emozioni che sono rimaste cristallizzate, fissate nella memoria cellulare del corpo, gli stessi hanno senso solo per chi li vivifica; sono espressioni genuine di qualcosa di unico, ma ancora non riconosciuto, l’ombra in termini junghiani.

E’ importante sapere che la proiezione è uno dei meccanismi attraverso cui ci si dissocia dal corpo. Ognuno proietta ciò che ancora non può riconoscere in se stesso.

Questa dissociazione interiore determina il modo nel quale ci si relaziona con il mondo esterno.

Se non  si può accettare “ il diverso” in noi stessi , lo giudichiamo, lo censuriamo e lo condanniamo anche fuori.

L’altro non è “ altro”, ma una proiezione di noi stessi.

A partire dall’emergere dei movimenti idiosincratici, uno dei temi che sorgono da questo lavoro, riguarda proprio la possibilità di riconoscere ciò che inizialmente appare come diverso e che poi pian piano si trasforma in qualcosa che invece ci distingue.

Essere guardati da un testimone che accetta questi aspetti senza giudicarli, né interpretarli, ci insegna ad accettare la nostra ombra; da nemica essa si trasforma in alleata. Attraverso questa ri-appropriazione, la persona scopre gradualmente la radice di questo meccanismo proiettivo, quell’esperienza/emozione motivante.

In tutto questo processo la coscienza si espande, la coazione a ripetere lo schema proiettivo si blocca lasciando spazio allo svolgimento di nuove azioni.

I passaggi e l’evoluzione caratterizzanti il movimento automatico avvengono attraverso due aspetti di esso che sono intimamente legati. Uno implica l’evoluzione da una forma di lavoro individuale verso una forma di lavoro di gruppo; l’altro si riferisce al passaggio dall’esperienza come “mover” verso l’esperienza di “testimone”, processo che comprende a sua volta lo sviluppo di un “testimone “interno.

Il “mover” inizia un percorso verso la propria essenza, attraverso l’esplorazione di impulsi che emergono dal proprio mondo interno e si manifestano corporeamente in presenza di un testimone esterno.

Durante questo processo si sviluppa per gradi la presenza di un testimone interno; lo sguardo del testimone/maestro funziona come specchio della connessione tra “mover” ed il suo testimone interno, quando ancora non è sviluppata.

Quando questa connessione si produce ed il testimone interno è sufficientemente sviluppato, l’individuo può cominciare ad essere testimone di qualcun altro.

Uno ad uno, i differenti membri del gruppo sperimenteranno tanto il ruolo di “mover” quanto quello  di ”testimone” Questo passaggio riflette il salto dall’individuale al collettivo.

Nella pratica tutto ciò avviene attraverso una modalità denominata grande cerchio; tutti i membri del gruppo cominciano da testimoni seduti in cerchio, contemplando lo spazio vuoto. Poi ognuno, secondo la propria necessità ed i propri tempi, chiude gli occhi e se lo desidera entra nel cerchio ed inizia a muoversi, poi quando lo ritiene opportuno apre gli occhi e torna ad essere testimone, fuori dal centro ….

Rituali individuali e collettivi incominciano ad emergere indicando una nuova istanza nello sviluppo della coscienza individuale e di gruppo.

A partire dal contatto di ognuno/a con la propria totalità, una nuova ne viene creata, quella che ci comprende a partire dalla nostra più genuina individualità.

Nel movimento autentico, il passaggio dal vecchio al nuovo, dal conosciuto allo sconosciuto, implica anche una morte simbolica, il ritorno temporaneo al caos, al non-sapere, che si manifesta attraverso immagini come l’oscurità, la notte, l’utero della terra, la caverna, simboli che esprimono il ritorno ad un modo di essere rimasto latente.

Tollerare, sostenere questo momento, implica fidarsi dello sconosciuto, del mistero , del femminile come archetipo;  anticamente, la persona che attraversava un esperienza simile, si ritirava in un luogo protetto, isolato che doveva offrire quella privacy essenziale a tutto il processo di transizione, una crisalide dove potesse avvenire la trasformazione.

Nel presente, molti cercano questa crisalide in spazi terapeutici, in pratiche meditative o attraverso l’arte.

Nel movimento autentico, noi troviamo nel cerchio, simbolo millenario, questo spazio protettivo, sacro, contenitore attraverso il quale discendere ed entrare nella fertile oscurità; spazio che ci permette di esprimere la nostra vulnerabilità di fronte al non-sapere, ma principalmente luogo dove avverrà la nostra metamorfosi ed un nuovo riemergere più consapevole.

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n. 9/2004)

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