Il Pedagogista Clinico in un Centro di Formazione Professionale

La Formazione Professionale è da sempre considerata la “Cenerentola” della scuola anche se i riferimenti normativi, come la legge quadro risalente al 1974 e i diversi  tentativi di riforma, dalla legge “Berlinguer” al d.lgs “Moratti”, fino ai più recenti interventi delle ultime legislature, hanno coinvolto il settore formativo dandogli una più adeguata collocazione e valorizzazione. La sua gestione è demandata dallo Stato alle Regioni ed è diversa, come sono diverse le Regioni.
Nella Formazione Professionale la situazione che si incontra è diversa dall’ambito scolastico; uno dei fattori costituitivi le differenze è la presenza di persone di varie età, con molteplici motivazioni. Pertanto, non è difficile trovare nella stessa aula la ragazza ventenne con  la sola licenza media, la persona adulta sposata e con famiglia a carico così come la persona laureata. Ed è proprio in questa realtà, così complessa, ma estremamente dinamica, che hanno trovato applicazione quei principi ispiratori della Pedagogia Clinica. Alcuni di questi quali, “azioni educative, opportunità di crescita personale, stimoli al cambiamento, stabilità emotiva”, hanno sostanziato il mio progetto presentato alla Regione Sicilia.
Il principio ispiratore, fondato sul concetto secondo il quale ogni singolo individuo debba essere valorizzato ed aiutato nella sua ricerca verso l’equilibrio e l’armonia, ha fatto da sfondo al percorso formativo in un Corso per raggiungere la qualifica di Operatore Sociale  in cui erano stati inseriti due ragazzi diversamente abili.
I due giovani, con un’attestazione pressoché simile, erano diversi in tutto specie nell’aspetto caratteriale: uno era dominante, l’altro gregario.
L’obiettivo principale è stato quello di occuparsi, oltre che dell’aspetto didattico-pratico, anche di quello psico-socio-relazionale, in quanto i corsisti, per il lavoro che avrebbero poi svolto, dovevano essere in grado di operare con persone in difficoltà, così che la presenza in questo corso dei due ragazzi diversamente abili, diventava un buon banco di prova per tutti.
Dopo un periodo di osservazione in compresenza con i formatori dei vari moduli, gli incontri formativi hanno previsto un precorso individualizzato e inoltre un programma facilitato per i due ragazzi avente come obiettivi quelli di integrazione, formazione, recupero, sviluppo e potenziamento di abilità, motivazione, percezione, conoscenza e coscienza di se.
Per quanto riguarda gli aspetti relativi all’integrazione e alla relazione, questi sono stati raggiunti utilizzando la risorsa “gruppo”; infatti sono stati organizzati  dei laboratori che traevano spunto dalle varie esperienze fatte durante il percorso formativo. L’iter corsuale prevedeva inoltre una parte teorica svolta prevalentemente in classe e l’altra pratica da svolgersi fuori presso enti convenzionati, quali una Casa di Riposo per anziani e il Policlinico Universitario della città.
Durante la fase teorica sono state utilizzate simulate  in cui tutti si sono messi in gioco; l’obiettivo era riuscire a capire l’effettiva attitudine al ruolo e, in questo, i due giovani si sono ben distinti: uno era più disponibile a calarsi nel ruolo, l’altro più schivo e taciturno tendeva a non farsi coinvolgere troppo.
Nell’interazione con gli ospiti della Casa di Riposo l’approccio con le persone da parte dei due diversabili inizialmente non era adeguato poiché uno tendeva a non ascoltare l’anziano che in quel momento accudiva, mentre l’altro lo bersagliava di domande delle quali non ascoltava nemmeno le risposte. Anche nelle attività che richiedevano una collaborazione non vi era sincronismo, né quando i due ragazzi lavoravano tra di loro, né quando lavoravano con altri compagni di classe. Successivamente ebbero l’opportunità di verbalizzare le loro esperienze e le giornate svolte precedentemente furono smontate in tante piccole unità lavorative, ognuna delle quali fu analizzata in ogni sua parte: il momento in cui entravano in reparto, le modalità di accoglienza, di accettazione, di accudimento e di ascolto fino ad essere capaci nell’assolvere a piccoli, ma preziosi compiti ricreativi come fare assieme una passeggiata sia dentro che fuori la struttura (il mercato, i negozi, i giardini), leggere il giornale o partecipare ad un evento culturale. Tutto questo ha trovato occasione di collaborazione ed è stato approfondito prima individualmente con i due ragazzi e poi tutti insieme con il gruppo classe.
Una volta interiorizzate e fatte proprie alcune tecniche, esse sono state messe in pratica quando dalla Casa di Riposo i corsisti sono stati spostati al Policlinico dove anche i momenti più difficili, sono stati meglio gestiti grazie al bagaglio di esperienze apprese durante il percorso precedente. Il fatto sorprendente fu quando, al mattino, arrivati  in reparto dopo essersi riuniti assieme alla caposala per assegnare ai ragazzi e alle ragazze  i diversi compiti, uno dei due giovani non c’era poiché andava a salutare i degenti, chiedeva loro come avessero passato la notte e se avessero delle necessità e con semplicità portava una parola di allegria. Era un piacere vederlo lavorare da solo in autonomia, prima ancora che qualcuno gli dicesse cosa fare. Anche l’altro ragazzo, sebbene le sue abilità fossero diverse, riusciva a capire e a sentire i bisogni dell’altro. Terminata l’esperienza del tirocinio esterno i corsisti sono rientrati in classe per concludere l’ultimo periodo corsuale. Ultima fase del nostro percorso formativo è stata la verbalizzazione in classe dell’esperienza complessiva, risultata per ciascuno valida e proficua.
Il riscontro da parte delle istituzioni ha avvalorato una nota positiva da parte del reparto al Direttore Generale sull’andamento del corso che ha ritenuto interessante e produttivo. L’aspetto maggiormente significativo per tutti è stato vedere i due ragazzi perfettamente integrati lavorare in sinergia sia con il personale ospedaliero che con i compagni e a fine corso ricevere ed offrire l’offerta di volontariato presso lo stesso reparto dove avevano svolto il tirocinio. 
Tutto ciò a dimostrazione concreta che il contesto sociale si muove prima della risposta istituzionale.
In genere nel settore socio sanitario lavorano figure professionali “normativizzate” ovvero figure di cui  una legge o un decreto ha già stabilito tutto, la tipologia dei percorsi formativi, materie, numero di anni, scuole o università dove conseguire il titolo, numero delle ore di tirocinio, eventuali esperienze pregresse, lasciando poco o nessuno spazio per quei titoli conseguiti  presso istituzioni private, anche se  queste sono regolarmente riconosciute e godono di fama non solo nazionale, ma anche internazionale. Pertanto chi vuole lavorare nel settore pubblico scuole, ospedali o istituzioni sociali oppure nel mondo giudiziario deve possedere specifiche qualifiche previste dalla legge che ne regolamenta il settore. Capita, però, che, fra le  competenze di una figura e l’altra, si aprano delle falle nella rete degli interventi e come accade da più di trent’anni a questa parte, per esempio, questi sono occupati da figure come quella del Pedagogista Clinico® il quale non si propone come alternativa, ma come possibilità. Il Pedagogista Clinico® quindi nella Formazione Professionale, può trovare posto non solo nella didattica e/o  nei diversi momenti del percorso formativo con il gruppo classe (al momento dell’accoglienza, alla gestione dei rapporti tra corsisti, attività di sostegno individuale e di gruppo, valutazione della motivazione e sostegno della stessa, orientamento, comunicazione facilitata ecc.), ma anche all’interno della struttura formativa come elemento sinergico tra colleghi o come punto di riferimento  per gli utenti che si rivolgono ai centri di formazione per consulenze, e definizione del loro  progetto professionale, mettendo quindi a disposizione non solo competenza e professionalità, ma anche strumenti e metodologie. Il Pedagogista Clinico® , inoltre, nelle varie fasi di costruzione del bilancio delle competenze può aiutare la persona ad acquisire consapevolezza delle proprie capacità ed una nuova disponibilità nella conoscenza di sé.

Lucia Sorrentino
Pedagogista Clinico®