Il problema della solitudine nella logopedia di Viktor Frankl e nell’opera dello psichiatra Eugenio Borgna

di Salvatore Latora

 

XVI  Simposio Rosminiano di Stresa. Quest’anno il tema del Simposio  all’insegna del pensiero Rosminiano è stato:  “Persona, psiche e società. Sulle tracce dell’umano”, perché si è voluto intrecciare un dialogo tra le Scienze umane e le altre discipline scientifiche come le Neuroscienze e le Scienze Biologiche.

”L’uomo di oggi, ha sottolineato padre Muratore, direttore del Centro Internazionale di Studi Rosminiani di Stresa, attraversa un momento particolare, si trova nella situazione paradossale dove più si scopre in campo scientifico, più si sa di non sapere.” Le Neuroscienze e quelle biologiche oggi ci sanno dire  dove si manifesta, in quale parte del cervello, il dolore, però la scienza da sola non è in grado di dirci cos’è il dolore, cosa sono i sentimenti umani. Lo  psichiatra, professore Eugenio Borgna, primario emerito di Psichiatria dell’Ospedale Maggiore di Novara e libero docente in malattie nervose e mentali presso l’Università di Milano, ha trattato in quella sede il tema: la psichiatria come ricerca dell’umano dolore. Egli ha esposto il suo intervento dividendolo in quattro punti: a) Che cos’è la psichiatria? b) Gli aspetti dicotomici tra i dolori dell’anima e i dolori del corpo. c) Il senso del dolore e della sofferenza. d) La consapevolezza che la vera conoscenza non nasce senza la sofferenza come sosteneva il greco Eschilo. Ma, tra la sua ricca  bibliografia, il testo in cui egli ci fa comprendere con metodo fenomenologico i vari aspetti del tema che ora ci riguarda, è il volume Eugenio Borgna, La solitudine dell’anima, Feltrinelli, Milano 2011. Qui  si enunciano i caratteri di una nuova psichiatria, forse utopica, che però ha cambiato le strategie di cura molto più rispetto a quella strettamente medico-farmacologica, che è consapevole che dolore e malattia danno la misura dell’uomo e aprono delle prospettive anche dove la speranza sembra morire.  In questo volume si è in cammino verso il linguaggio delle solitudini su cui si distinguono principalmente due aspetti: La solitudine interiore, quella dell’anima, che  è essenzialmente creatrice; e La solitudine dolorosa, negativa, la solitudine-isolamento. La prima  nasce da esigenze di riflessione e di meditazione, di serenità e di speranza che derivano dalla profondità e radicalità del vissuto. «Nella solitudine dolorosa, invece, nella solitudine-isolamento, si distinguono le forme determinate dalla malattia, dal dolore del corpo, dalla indigenza, dal franare di ideali, dalla perdita di umane relazioni, e quelle causate dal volontario distacco dal mondo, dal mondo delle persone e dal mondo delle cose, dalla intenzionale ricerca di motivi e di desideri unicamente individuali: sigillati dalla indifferenza, dalla noncuranza e dal disinteresse verso il destino degli altri-da-sé» (Idem. P. 11 ). D’altra parte, sono quasi inevitabili certi sconfinamenti dall’una nell’altra forma di queste solitudini anche perché viviamo sommersi  dalla paura o dall’angoscia, la paura della diversità, della stranierità o la paura del retaggio immemorabile, della follia: il dolore del corpo ci trascina in una solitudine-isolamento, ma anche il dolore dell’anima, «quello che sgorga dalla coscienza depressiva, o quello che è stato definito con parole inenarrabili da Simone Weil come sventura, si rispecchia in una solitudine lacerante e, quasi, insostenibile che è la solitudine interiore» (Ivi p. 12). L’Autore esamina pure, oltre alle esperienze emozionali della paura e dell’angoscia, le altre due esperienze di vita che sono la felicità e la infelicità, e qui analizza una particolare solitudine che è volontario distacco dal mondo e insieme comunità di destino con un Altro-da –sé e « che è la premessa alle esperienze mistiche di Angela da Foligno, di Maria Maddalena de’ Pazzi, di Teresa d’Avila, di Thérése de Lisieux, ma anche di quella di Teresa di Calcutta, che si è realizzata mirabilmente non chiusa in un monastero ma nelle frontiere aperte e sanguinanti di una vita consumata dal dolore, nei luoghi della sofferenza estrema in una città come Calcutta: divorata dalle malattie e dalla povertà»(p.1). Il volume si articola in 4 capitoli tutti interessanti, basta vederne i titoli e i sottotitoli: Gli enigmi della solitudine; Dalla paura alla solitudine;Alla ricerca della felicità perduta; La solitudine e la vita mistica; La solitudine e le esperienze psicotiche; o quella in una condizione di malattia: nel lato oscuro della malattia! ( Qui torna opportuna la esortazione di Umberto Galimberti «Bisogna curare le persone, non solo le malattie. Se i medici fossero più attenti al paziente con il suo vissuto, le sue ansie e le sue speranze, potrebbero evitare molte sofferenze inutili. E intervenire con l’umanità, quando la scienza non ha più risorse» (Allegato D, in “la Repubblica”,28-11-2015). Borgna ritiene importante  e quasi complementare il rapporto tra La poesia e la psichiatria; tra La poesia e la filosofia, perché la sola conoscenza razionale non ci porta molto lontano; e sono le pascaliane ragioni del cuore, la intuizione, che aprono brecce nel castello interiore.    Noi richiamiamo alla nostra memorie la poesia di Eugenio Montale: Spesso il male di vivere ho incontrato:/era il rivo strozzato che gorgoglia,/era l’incartocciarsi della foglia/riarsa, era il cavallo stramazzato. Bene non seppi, fuori del prodigio/che schiude la divina Indifferenza:/era la statua nella sonnolenza/del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato. Di fronte alla negatività di tutto il reale: inanimato, vegetale, animale, il poeta trova rifugio in un atteggiamento di rinuncia: di Indifferenza, lucrezianamente divina (perché propria degli dei) e della stoica indifferenza della statua, del meriggio, della nuvola e del falco alto levato,  che richiamano alla mente certi quadri “metafisici” di De Chirico. Un’altra profonda sensibilità ritroviamo nella poesia “La Capra”, di Umberto Saba: Ho parlato a una capra./Era sola sul prato, era legata;/ sazia d’erba, bagnata/dalla pioggia, belava./Quell’eguale belato era fraterno/al mio dolore; ed io risposi, prima/per celia, poi perché il dolore è eterno,/ha una voce e non varia; questa voce sentiva/ gemere in una capra solitaria./In una capra dal viso semita,/ sentiva querelarsi ogni altro male,/ogni altra vita.

                In quel Simposio  di Stresa la prolusione sul tema: L’umanesimo della fragilità fu affidata al prof. Vittorino Andreoli (Verona 1940), neurologo e psichiatra di fama mondiale;  della sua numerosa produzione, conosciamo ed apprezziamo, per averli letti, i seguenti volumi: Principia. La caduta delle certezze, BUR 2007; Preti. Viaggio fra gli uomini del sacro, Piemme, 2009; Lettera a un insegnante, Rizzoli 2006. E, da ultimo, il recente: La gioia di vivere. A piccoli passi verso la saggezza, Rizzoli Milano 2016. Per Andreoli la religione è l’architettura che permette di rispondere alle domande esistenziali dell’uomo, che supera il limite della morte con la risposta della resurrezione, il limite della nascita con quella della creazione. Tra le sofferenze una delle più diffuse nella nostra società è la depressione, caratterizzata da due aspetti fondamentali: l’impressione di non saper più far nulla, neppure quello che prima si sapeva fare in modo automatico; e senso di colpa che gli fa credere di non poter più fare nulla e può finire nella solitudine-isolamento e, aggiungiamo noi, nella chiusura solipsistica. Ma le fragilità sono parte dell’uomo ed è grazie a questi limiti che due fragilità messe insieme danno la forza di vivere (Ma in algebra la somma di due negativi, dà un numero maggiore ma negativo! Qui però non si tratta di numeri razionali, ma dello slancio vitale della vita che è positivo, quando è positivo!). Inoltre, per Andreoli il potere è una malattia sociale che non interpreta correttamente l’uomo, è il fare perché posso, non perché servo. Potere e autorevolezza sono ben diversi: la seconda non sale al potere. Gesù è stato un esempio eclatante di fragilità, mai un esempio di potere. Si parla sempre di felicità, la si ricerca legata all’io, alla gratificazione, ma l’uomo saggio non persegue la felicità, ma la gioia che è uno stato d’animo che tiene conto dell’altro. Fondamentale è la relazione, noi siamo nati per relazionarci. L’esistenza vera è quella dell’io che va verso il mondo, inteso, non soltanto dal punto di vista geografico, ma soprattutto umano. La crisi attuale non ha solo una dimensione economica, su cui viene principalmente posta l’attenzione, ma anche una dimensione esistenziale che coinvolge il rispetto per l’altro, la consapevolezza della fragilità dell’uomo.

La logoterapia di Viktor E. Frankl: Viktor Frankl, psichiatra austriaco, nato a Vienna il 26 marzo 1905 e morto a Vienna il 2 settembre 1997 è il fondatore della Logoterapia, o cura medica dell’anima mediante il “logos”, basata cioè sul dialogo e il ragionamento col paziente.

Fin da giovane studente di medicina egli seguì le teorie di Sigmund Freud e di Alfred Adler con cui collaborò. Specializzatosi in neurologia e psichiatria (1936), diresse dal  1938 la divisione di Neurologia dell’Ospedale Rotschild, inaugurando un’intensa attività, sia clinica come primario della clinica psichiatrica del Policlinico viennese, sia didattica come docente nella medesima università. Dal 1942 al 1945 fu internato come ebreo in vari lager nazisti, nei quali notò che meglio riusciva a sopravvivere chi aveva fede in qualche valore (Uno psicologo nei lager, 1946). Frankl prendeva allora le distanze dal “ principio di piacere” di Freud  come dalla “volontà di potenza” di  Adler. Egli pensa che la salute psichica dipenda dalla coscienza di un  significato della vita e dal perseguimento di esso, invece di insistere sulla scoperta dei desideri inconsci e delle dinamiche pulsionali come invece propone la psicoanalisi freudiana (Cfr. Alla ricerca di un significato della vita, 1972).  L’opera sua più importante, in cui confluiscono molte delle sue ricerche, è: Logoterapia e  analisi esistenziale, prima edizione tedesca del 1948 poi tradotta dalla Morcelliana, Brescia 1953.  Se si scorrono gli argomenti dei vari capitoli: dalla psicoterapia alla logoterapia; dalla psicoanalisi  all’analisi esistenziale; il medico come confessore laico e come logoterapeuta, con  tutta la ricchezza dei vari sottotitoli, possiamo trovare indicazioni significativi anche per il nostro tema.

Prendendo ad esempio il caso della solitudine-isolamento ( per gli altri casi di solitudine positive il problema si pone diversamente) può essere illuminante il seguente testo: «Personalmente, scrive Frankl, sono dell’idea che per l’uomo è un fattore essenziale il trovarsi nel campo polare di tensione tra l’essere e il dover essere, e pertanto di fronte a significati e a valori la cui realizzazione si esige da lui. Fuggire dinanzi ad una tale esigenza denota un’esistenza neurotica, ed è chiaro che la psicoterapia deve contrastare in ogni modo tale “fuga” neurotica, invece di favorirla,tentando di tenere  lontano il più possibile da tensioni, nella paura di disturbare il suo equilibrio omeostatico, e cercando così di risparmiargli il confronto con il significato e con i valori» ( Logoterapia e analisi esistenziale, cit. p.99). Nella terminologia logoterapeutica, in contrasto con qualsiasi altra di psicodinamica, si parla di “noodinamica”, con la quale si indica, continua Frankl, la dinamica che viene a stabilirsi nel campo polare di tensione tra l’essere e il dover-essere: e qui si pone il problema della libertà di scelta tra le condizioni biologiche, sociologiche o psicologiche e la possibilità di realizzazione dei valori. Un’altra opera fondamentale di Frankl, che segna una differenza tra gli altri due psichiatri, Borgna e Andrioli, è “Dio nell’inconscio, Morcelliana, Brescia 1975, in cui si comprende la differenza tra la Logoterapia e le psicoanalisi classiche, quando si leggono, come scrive Eugenio Fizzotti, uno  dei più assidui studiosi di Frankl, le due seguenti integrazioni proposte: «a) Il più profondo dell’uomo non è l’Es, ma la spiritualità; b) l’inconscio non è relativo soltanto alle pulsioni, ma anche alla spiritualità: esiste cioè un inconscio spirituale che viene collegato con l’esperienza religiosa.. Si parla di “ Dio Nell’inconscio” e l’espressione viene rapportata alla tradizione biblica del Dio presente, ma nascosto e ignoto, e alle tesi della teologia negativa, tipiche della tradizione culturale ebraica. Per evitare ogni fraintendimento, Frankl si affretta a precisare che la sua tesi non ha nulla a che vedere con il panteismo, con l’intuizionismo del divino, con l’innatismo dell’idea di Dio e neppure con la tesi junghiana della religiosità, concepita come archetipo dell’inconscio collettivo. Tanto meno egli intende dimostrare l’esistenza di Dio a partire dall’inconscio o  qualificarne la natura in termini di inconscio. La sua esigenza resta sempre quella di trarre conseguenze teoretiche dall’esperienza clinica»  (Eugenio Fizzotti, Dio nell’inconscio di Viktor Frankl, in “Ermeneutica” 1994,p.285). Frankl ha fatto propria un rilettura della realtà umana che tiene in considerazione la svolta antropologica  operata dal pensiero fenomenologico esistenziale e personalista e anche nel caso della Solitudine,  egli parla di inconscio obbligatorio e superiore, nei cui confronti le scienze  psicologiche restano mute, dal momento che si muovono sul piano ontico e non su quello  ontologico. E’ stata mossa alla Logoterapia l’accusa per una certa tendenza a sermoneggiare  del suo autore e  forse più ancora a sopravvalutare la libertà umana nelle sue possibilità e, da parte di alcuni psicoanalisti, che gli fanno l’appunto di ignorare la prima infanzia. Bisogna ricordare però che nella quotidiana esperienza clinica Frankl  ha  introdotto alcune pratiche come il senso nuovo del  Principio dell’omeostasi, oppure La dereflessione (tecnica di distrazione e dimenticanza dei sintomi), o L’intenzione paradossa (desiderando paradossalmente l’oggetto della propria paura)e la Capacità di auto trascendersi, che continuano ad essere usate con un certo successo dai suoi seguaci come la Dott.ssa Elisabeth Lukas: basta esaminare i risultati della sua esperienza clinica nei tre volumi, editi ora anche il italiano: Psicoguide di Cittadella Editrice di Assisi: Elisabeth Lukas, Dare un senso alla sofferenza, Assisi  1983; id., Dare un senso alla vita, Assisi 1983; id., Prevenire le crisi- Prefazione di Eugenio Fizzotti, Assisi 1991. E  ancora in Italia e all’estero, gli Istituti ALEF Associazione di Logoterapia e Analisi Esistenziale Frankliana.                                        

Conclusione

I tre Autori, grandi neuropsichiatri di larga fama, che ho conosciuto personalmente (i primi due a Stresa) e che ho voluto studiare anche in vista di ulteriori approfondimenti, credo si completino a vicenda sul tema affrontato in questo Convegno. In Borgna troviamo la descrizione analitica delle diverse forme di solitudine; in Andreoli è prevalente il tema della fragilità dell’uomo e quindi del malato. In Frankl invece abbiamo una antropologia integrale, strutturata per dir così dall’alto, dall’anima, che sola può dare senso alla vita; contrariamente all’impostazione freudiana che parte dall’inconscio.

Alla luce di questi scienziati, il problema delle solitudini va affrontato pedagogicamente in tutti i settori e istituti dove si può pervenire a una vera sintesi operativa vitale.

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n. 36/2017)

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