Il Reflecting® nella Pedagogica Clinica in aiuto alla persona non vedente

di Valentina Borella

Nella relazione d’aiuto con un soggetto o un gruppo di persone non vedenti, il Reflecting® perde alcuni dei suoi aspetti peculiari: la pluralità di linguaggi espressivi gestuali, posturali, cinestesici, gli di strumenti sollecitatori quali i dinamismi figurativi; ma perde, prima di tutto, la relazione di sguardo. Il linguaggio dello sguardo è un linguaggio ricchissimo, pieno di sfumature, flessibile, articolato e immediato e assai meno suscettibile del linguaggio verbale alla falsificazione e alla censura inconscia (Simone Pesci, 2011).

What I’m looking for is not out there, it is in me. Quello che sto cercando non è là fuori, è in me. Hellen Keller

Il silenzio

Anche il silenzio assume una dimensione nettamente consapevole nel suo utilizzo, al fine di non mettere la persona in una condizione di smarrimento e di disorientamento più che di sollecitazione. Se per la nostra professione il silenzio rappresenta lo stato di disponibilità della persona alla riflessione, per il non vedente il silenzio assume una rilevante connotazione negativa quando questo diventa “troppo”, troppo in termini di tempo prolungato o di luogo dove egli regna. Per il non vedente il silenzio, spesso è legato alla solitudine e a quell’attenzione tesa dell’orecchio a captarne qualcosa che lo interrompa. Ciò di cui si arricchisce il Reflecting nella relazione con soggetti non vedenti sta nell’attenzione che il Pedagogista Clinico® deve avere nell’osservare la persona che ha di fronte. Captare segni di disagio, ciechismi (pressione con le dita nei bulbi oculari, strofinamento ritmico e ripetuto di una parte del corpo, dondolamento del corpo, ciondolamento del capo) o ipercinetismi, permette al professionista di identificare segnali inequivocabili di uno stato di malessere e disorientamento della persona. Alla base del possibile utilizzo del metodo Reflecting con un soggetto o un gruppo di persone non vedenti, sta la riflessione necessaria a comprendere quanto in una persona priva della vista, un silenzio prolungato possa essere più destabilizzante che sollecitatore.

Il silenzio, pertanto, va parcellizzato durante il percorso di aiuto alla persona, in una modalità che tiene conto del ruolo e di ciò che esso, rappresenta nella vita dei ciechi.

Lemmi dichiarativi

Allo stesso tempo la riflessione fatta, al fine dell’utilizzo funzionale del metodo Reflecting nella pratica della Pedagogia Clinica  in aiuto alla persona con deficit visivo, è stata quella di poter fare come per il silenzio, una ricerca al fine di avviare un uso consapevole e corretto dei lemmi dichiarativi, analizzando da un punto di vista della letteratura scientifica esistente, la costruzione a livello cerebrale dei concetti semantici nelle persone non vedenti. In uno dei testi di psicologia della visione più noti e influenti degli ultimi cinquant’anni, Richard Gregory scrive: “L’occhio è un semplice strumento ottico. Con le immagini interne proiettate da oggetti che si trovano nel mondo esterno, esso è simile alla caverna di Platone, con l’aggiunta di una lente. L’autentico motore della comprensione è il cervello” (Richard L. Gregory 1998).  La percezione visiva, così come pure le altre percezioni sensoriali, non sono processi passivi, ovvero, semplici registrazioni di segnali provenienti dal mondo esterno della persona, bensì sono processi attivi, che coinvolgono operazioni intellettive basate sui dati sensoriali acquisiti, per loro natura, limitati, parziali e discontinui. Quello che vediamo è il prodotto della nostra mente: gli oggetti che vediamo sono una costruzione del nostro cervello. L’esperienza percettiva della vista rappresenta solo il primo passo del complesso processo che porta a vedere, inteso come vedere con la mente. Quello che vediamo è il risultato di una elaborazione operata dal cervello sugli input dei segnali visivi, operazione basata crucialmente sulla separazione e messa a fuoco di figure, che, all’interno del campo visivo, si tagliano su uno sfondo. Una volta riconosciuta una figura, può completarsi nella mente anche per le parti che non sono visibili; in questi casi si parla di completamento amodale, in quanto la porzione nascosta e completata dalla mente non è presente, sotto forma di stimolazione o di esperienza sensoriale, in alcuna modalità percettiva (Bressan, 2007). In parallelo, le illusioni ottiche, dimostrano come la percezione visiva sia potentemente condizionata dalle ipotesi interpretative che il cervello, non l’occhio, elabora di fronte ad un’immagine ambigua. La percezione umana è certo condizionata fisiologicamente, ma è nel contempo guidata dall’esperienza pregressa e dalle aspettative che da essa derivano. I segnali sensoriali, basandosi sulle evidenze scientifiche e il paradigma epistemologico attualmente dominante nella neurofisiologia della vista, per quanto elementi primari, veri e propri triggers del processo percettivo, non sono sufficienti a costruire direttamente i precetti e le categorie semantiche. La vista è normalmente considerata l’esperienza sensoriale primaria per la costruzione della struttura concettuale umana. In parallelo, il contenuto semantico delle espressioni linguistiche, sembra essere pesantemente basato sulle proprietà sensoriali e motorie delle entità fisiche.

Gli studi con le tecniche di functional neruoimaging

Eşref Armağan, John Bramblitt sono due famosi pittori non vedenti, la loro capacità pittorica, testimonia in modo evidente che sono in grado di costruire rappresentazioni del mondo, seppur in assenza totale di percezione visiva e di esprimerle attraverso la pittura. I loro quadri sono ricchi di particolari e di colori, prova tangibile che l’esperienza visiva possa non essere necessaria per generare rappresentazioni mentali complesse. Ciò sta a dimostrare che la modalità e l’approccio con il quale ci si orienta a considerare il limite, determina la sua evoluzione o la sua involuzione.

Tali artisti, Armağan, cieco assoluto dalla nascita e Bramblitt divenuto cieco in età adulta, sono stati studiati recentemente con le moderne tecniche di Functional Neuroimaging. Nello specifico, lo studio attraverso la Functional Magnetic Resonance Imaging (fMRI) condotto da Amedi et al. (2008) sui correlati neuronali associati alle capacità pittoriche di Armağan ha messo in evidenza una forte attività cerebrale in uno specifico circuito di aree corticali, ivi incluse quelle di norma associate con la visione. Questo circuito comprende la corteccia frontale, le regioni parietali, e, piuttosto sorprendentemente, ampie aree di corteccia occipitale. All’interno della corteccia occipitale, una marcata attivazione in associazione alle attività di disegnare e dipingere è stata osservata nelle aree occipito-temporali e nella scissura calcarina, corrispondenti alle aree primarie e secondarie della corteccia visiva. 

Nello stesso studio, è stata inoltre, evidenziata, l’assenza di tale robusta attività cerebrale nelle aree visive corticali in corrispondenza con le altre attività motorie diverse dal disegno, ma sempre connesse all’uso della mano, come lo scarabocchio o la manipolazione di un oggetto in cui non vi sia un’attenzione sostenuta da parte del soggetto. Il duplice tipo di evidenza empirico-sperimentale sopra illustrato, ovvero, attivazione delle aree corticali visive in associazione al disegno, ma non in corrispondenza di altre attività manuali non rappresentazionali, indica che le competenze pittoriche, in questo caso del pittore Armağan, sono possibili, nella misura in cui si ammetta una massiccia plasticità crossmodale del cervello, che rende possibile il trasferimento di informazioni e la loro gestione in aree specifiche e distribuite dalla corteccia. L’esperienza tattile, anche in associazione alla percezione senso-motoria, non sarebbe in grado di render conto delle complesse rappresentazioni mentali che sono alla base dei quadri di un artista non vedente quale è Armağan. Soltanto il ricorso alla plasticità neuronale e a una qualche rappresentazione astratta e simbolica del mondo sensibile, rendono possibile interpretare la sua attività artistica, che resterebbe altrimenti inspiegabile. La ricerca negli ultimi anni in ambito neurofisiologico e neurocognitivo ha sostenuto l’ipotesi di una distribuzione e integrazione dell’elaborazione e delle rappresentazioni concettuali in vaste e varie aree della corteccia cerebrale. Nella rassegna scientifica compiuta da Noppeney (2007) si fa riferimento alle varie ricerche compiute in relazione ai mutamenti che possono accadere nel funzionamento della corteccia cerebrale, in risposta alla privazione della vista. In particolare, va sottolineato, che gli studi condotti con fMRI hanno rilevato come aree cerebrali normalmente attive in presenza di input visivo siano in grado di processare informazioni provenienti da altri canali sensoriali.

In particolare, la corteccia laterale occipitale elabora informazioni concettuali relative ad oggetti concreti, sia quando l’oggetto viene percepito da un vedente tramite la vista, sia quando venga percepito mediante il tatto, da parte di soggetti, sia non vedenti che vedenti (Marotta, Meini, Donati, 2013)

Mental imagery

La letteratura internazionale denomina questa capacità cognitiva tipicamente umana, Mental Imagery, vale a dire la capacità di generare e creare un’esperienza percettiva anche in assenza di input retinico. Il riferimento a questo complesso processo cognitivo corrispondente alla Mental Imagery, possiamo quindi affermare che le persone non vedenti sono dotate di capacità visiva, nella misura in cui vedere significa dar vita a immagini mentali, le quali possono, ma non devono necessariamente, essere dotate di attributi visivi. Il cervello, in assenza di una informazione sensoriale specifica, inizia a mettere in atto alcuni meccanismi di riorganizzazione plastica che possono portare alcune aree della corteccia a specializzarsi funzionalmente in modo diverso e a svolgere nuove funzioni. È stato dimostrato, ad esempio, che le aree corticali visive primarie vengono impiegate nell’ambito della percezione tattile complessa: esse, infatti, non sono impiegate nella esplorazione nel riconoscimento di strutture o forme semplici, ma soltanto nell’elaborazione di stimoli complessi come le lettere dell’alfabeto Braille (Sadato, 1998). Ma se è vero che alcune regioni visive che vanno incontro a fenomeni di riorganizzazione plastica in seguito alla deprivazione sensoriale, l’aspetto forse più interessante è l’osservazione che una gran parte della corteccia visiva elabora le informazioni in modo indipendente dal canale sensoriale tramite il quale raggiungono il cervello. Queste aree, definite sopra modali, sono infatti associate ad una rappresentazione astratta e concettuale dell’informazione. In altre parole, le regioni cerebrali sopramodali elaborano un’informazione sulla base del proprio contenuto, e non della modalità sensoriale che fornisce tali informazioni al cervello. Per questa loro caratteristica, tali aree rispondono in modo simile, non vedenti, stimoli visivi e non uditivi e tattili per esempio e, nei non vedenti, a stimoli non visivi. Ad esempio, la corteccia laterale occipitale (denominata LOC), elabora le informazioni sugli oggetti e si attiva sia quando tale oggetto viene percepito con la vista nel vedente, sia quando tale oggetto viene esplorato con le mani dal vedente e dal non vedente (Pietrini, 2004).

La semantica lessicale nei non vedenti

Gli studi neuro-cognitivi, hanno messo in evidenza similarità forti e robuste, oltre che affascinanti, nelle competenze sia strettamente linguistiche che metacognitive tra persone non vedenti e persone vedenti. Per quanto riguarda la semantica lessicale, gli studi dimostrano che le proprietà visive degli oggetti fanno parte della competenza semantica di una persona non vedente (Pietrini, 2009; Lenci, 2013). Quanto alla cognizione spaziale, le persone non vedenti sono in grado di utilizzare non solo strategie seriali, ma anche prospettive di tipo globale non sequenziale. Come hanno dimostrato numerosi studi empirici (Pietrini, 2004; 2009), le persone non vedenti possono fare affidamento sugli stessi meccanismi neurocognitivi delle persone vedenti: l’esperienza percettiva proveniente da canali sensoriali diversi dalla vista è in grado di fornire informazioni sufficienti a generare una rappresentazione mentale interna. Le neuroimmagini indicano che il cervello umano può processare informazioni percettive indipendentemente dalla sorgente sensoriale originale, suggerendo da un lato che l’esperienza sensoriale costituisce la base per la formazione della conoscenza e dall’altro che nel cervello, a qualche livello, la connessione è di tipo sopramodale, in qualche misura simbolica, e non semplicemente incorporata o incarnata, essa è più astratta dell’input proveniente dalle diverse modalità, pur mantenendo un canale bidirezionale  con la percezione (Marotta, Meini, Donati, 2013). Alcuni studi recenti hanno mostrato la stessa capacità discriminatoria tra soggetti vedenti e non vedenti in riferimento a stimoli visivi da un lato e stimoli uditivi dall’altro: vedere una persona che usa il martello o sentire il rumore di un martello produce la stessa risposta a livello neuronale. In entrambi i casi lo stimolo è in grado di attivare i neuroni specchio, anche in riferimento a schemi di azione che non sono stati appresi attraverso la modalità visiva (Rizzolatti e Sinigaglia, 2006). Il dato consequenziale più affascinante è che questa attività neuronale non è mediata dalla vista, ma dalla capacità del cervello di creare immagini visive anche in assenza di input visivo. Le neuroscienze hanno dimostrato che la cecità riorganizza profondamente il circuito cerebrale deputato al sistema visivo, nei ciechi congeniti, la corteccia occipitale contribuisce in maniera rilevante a processare le funzioni cognitive di alto livello, come ad esempio, il linguaggio (Bendy, 2012), suggerendo che la cecità oltre a modificare l’input sensoriale, possa nel contempo lasciare in gran parte invariati i circuiti legati alle rappresentazioni concettuali. Si può concludere che gli effetti dell’esperienza percettivo-sensoriale sulla formazione dei concetti, pur non essendo irrilevanti, siano comunque non essenziali, in virtù della neuroplasticità del cervello e dal possibile feedback di ordine deduttivo, amodale o polimodale. La concettualizzazione umana si basa su una informazione che deriva da due canali essenziali due punti esperienze senso-motorie interazioni linguistiche (Vigliocco, 2009), senza che questo implichi necessariamente inutile ridondanza nel processo dell’informazione. Nell’ambito delle esperienze percettive sensoriali, la vista occupa senza dubbio una posizione predominante, sia per quanto concerne gli oggetti concreti, che nel rapporto e la cognizione dello spazio. I processi di rappresentazione dello spazio del mondo esterno al soggetto, sono infatti formati in primis sulla base della vista, perché di norma la percezione del mondo esterno si basa sull’ input visivo. Soltanto la vista permette la percezione anche a distanza, ha un alto grado di precisione e si applica a qualsiasi ente della realtà, purché dotato di attributi concreti. Ma accanto all’informazione che deriva direttamente all’individuo dai canali percettivi deve essere considerato il linguaggio, potente vettore di informazioni, su vari piani di cognizione. Diventa fondamentale chiedersi quale ruolo giochi la lingua nella formazione delle strutture concettuali umane, nel momento in cui si sceglie di avvalersi del metodo ausiliario Reflecting® in una relazione di aiuto con persone non vedenti. Che il linguaggio sia un potentissimo strumento di conoscenza, è dimostrato proprio dal comportamento sia strettamente verbale che cognitivo delle persone non vedenti: persone con cecità congenita sono in grado di costruire spazi concettuali del tutto comparabili a quelli di persone dotati di vista (Pietrini, 2009); nel contempo, si dimostrano capaci di gestire lo spazio circostante e di muoversi in ambienti di diversa scala senza difficoltà insormontabili (Tversky, 1993; Noordzij, 2006). Le persone non vedenti, sono in grado di formare modelli mentali dei concetti, così, come le strutture spaziali simili a quelli dei vedenti. Con questo, non si intende certamente sostenere che le rappresentazioni mentali costruite dai non vedenti, siano perfettamente identiche a quelle dei vedenti. Alcuni studi hanno infatti messo in evidenza prestazioni almeno in parte diverse, o comunque basate sull’utilizzo di strategie cognitive non totalmente identiche. In sintesi, il quadro che si può ricavare dal complesso e dalla letteratura esistente sul tema, suggerisce che la vista non sia necessaria per sviluppare le capacità cognitive che consentono di sviluppare rappresentazioni mentali astratte relative ai concetti come pure le strutture spaziali, allo stesso tempo, l’assenza di input visivo può determinare alcune differenze sia a livello delle rappresentazioni stesse che nella sezione delle strategie cognitive che gestiscono le informazioni. Nell’espressione verbale delle proprietà semantiche connesse con i concetti, le differenze sono minime tra vedenti e non vedenti, a conferma del ruolo cruciale svolto dalle informazioni linguistiche in caso di cecità congenita. La similarità, diventa invece minore, nel caso delle proprietà associate nomi concreti che rinviano a referenti reperibili mediante la vista. Lo studio dei cambiamenti strutturali e funzionali che avvengono a livello cerebrale come conseguenza della deprivazione sensoriale è diventato un importante filone di ricerca delle neuroscienze nell’ultimo decennio. Una cospicua parte della superficie corticale svolge funzioni collegate, in qualche modo la percezione visiva. Per questo, lo studio di persone privi di vista fin dalla nascita ha fornito un nuovo informazioni riguardanti non solo la capacità della corteccia di riorganizzarsi, ma il funzionamento stesso della precessione e della gestione dell’informazione in condizioni fisiologiche in soggetti vedenti. La presenza di regioni che mostrano capacità di rispondere in maniera indipendente dalla modalità sensoriale con cui si acquisisce le informazioni esterna solleva alcuni interrogativi riguardo l’organizzazione del linguaggio e ruolo della vista nella formazione del sistema semantico. Un sistema di rappresentazione semantica costruito senza l’approdo di informazioni sensoriali e, specificatamente, visive, può svilupparsi in maniera uguale o simile a come si sviluppano i soggetti vedenti? Fino ad oggi pochi studi hanno esaminato l’argomento quasi tutti però, suggeriscono la presenza di un complesso di regioni neuronali che sarebbero comuni a ciechi e vedenti.

Pratica pedagogico clinica con la persona non vedente

L’analisi della letteratura scientifica sullo sviluppo dei concetti semantici dei non vedenti permette al Pedagogista Clinico® di utilizzare in maniera cosciente i lemmi dichiarativi avvalendosi di un vocabolario che appartiene sia al mondo dei vedenti che a quello dei non vedenti, assaporandone e apprezzandone le sfumature che gli permettono di ampliare i significati legati ad una sola parola. Saranno i contributi delle persone non vedenti ad arricchirne il significato, poiché in loro, le parole, abitano intrise di esperienza. È fondamentale conoscere i processi neurocognitivi alla base dei concetti semantici dei non vedenti al fine di poter dare sollecitazioni funzionali alla persona. Relativamente ai concetti semantici legati al concetto di verticalità, il quale risulta alterato negli aspetti sensopercettivi del soggetto non vedente rispetto alla persona vedente (Marotta, Meini, Donati, 2013), è consigliabile fornire una sollecitazione supportata da un metro di paragone, per esempio “grande come una montagna”, “alto come una porta”, “casa a due piani”, “alto come il bordo del marciapiede”, “profondo come una pozzanghera”, “profondo come il mare”, relativamente al concetto che si intende trasferire.

Di fronte ad un non vedente, il Pedagogista Clinico dovrebbe sentire proprie le parole di Hellen Keller, cambiando e ribaltando il punto di vista, non verso la persona che si ha di fronte ma prima di tutto verso se stesso.