Imperfetto: Storia di un’identità scelta in adeguamento ad un modello disfunzionale

di Antonella Gazzellone

 

Emanuele (nome di fantasia) sette anni quando ho occasione di incontrarlo  per la prima volta. La sua mamma ha deciso di chiedere una consulenza pedagogico clinica in seguito alle lamentele protratte  delle insegnanti della scuola primaria: il bambino non partecipa con interesse alle lezioni, non interagisce con i compagni e con le maestre, non ha un rendimento soddisfacente, tende ad isolarsi. Come di consueto invito a partecipare al primo colloquio l’intera famiglia, per avere la possibilità di leggere la costellazione familiare, attraverso la disposizione nelle sedute, nella prossemica, nelle espressioni dichiarative, nei silenzi. Nelle presenze e nelle assenze.

La visione d’insieme iniziale è sempre molto eloquente. La famiglia che incontro è composta dalla madre e da un bambino. Il bambino è Emanuele. Silenzioso, osservatore, prudente: nonostante le insistenze della genitrice non vuole togliere il piumino, per poter tenere il cappuccio calato sulla testa e intorno al volto, e lasciare scoperti solo gli occhi, come i cavalieri medievali durante l’assedio arroccati sulle torri, pronti a scoccare frecce lungo le feritoie, attenti a non farsi né vedere né colpire.

La madre introduce rapidamente il motivo della richiesta di aiuto, relativo alla condotta del piccolo, preoccupante, a detta delle maestre,  a tal punto da esprimere persino il timore che sia affetto da autismo. Le comunicazioni spontanee della signora avvengono in presenza del figlio che rimane in silenzio per molto tempo e che manifesta con chiarezza un atteggiamento corporeo di chiusura e di disinteresse ostentato con una mimica parossistica, fatta di gesti caricaturali: guarda le pareti roteando gli occhi, accenna un lieve dondolamento (SINPIA (2006). Linee guida per l’autismo.Trento: Erickson). Ciò che rende plateale la gestualità di Emanuele, e soprattutto la differenzia dalla stereotipia autentica e dunque patologica, è la capacità di agganciare il mio sguardo tra una scarica mimica simulatoria e l’altra. Mostrando scarso interesse nei confronti della sua rappresentazione stereotipata di sé e minimizzando le sollecitazioni della madre che lo incita a comportarsi normalmente, riesco nell’intento evocativo della sua autenticità: uno sguardo grigio verde, acuto e seccato, che mi fissa per pochi secondi.

Un altro elemento interessante per la storicità del primo incontro è la documentazione clinica portata in visione dalla madre, momento cruciale per la nostra reciproca conoscenza. È un insieme corposo di referti diagnostici relativi ad interventi chirurgici correttivi sul canale vertebrale, referti ecografici su diversi distretti corporei (addome, vie urinarie), ed appartengono al fratello maggiore di Emanuele,

Pietro, che ha 11 anni e fa la prima media. Rifletto sulla comunicazione che sto ricevendo in merito all’anamnesi e al colloquio storico, e la riflessione mi riporta al mio essere un medico ed  un Pedagogista Clinico®, professioni convergenti nell’ aiuto alla persona.

Nelle parole della madre, fin dal primo incontro prende forma Pietro, come persona e come presenza nella famiglia. Pietro, il figlio maggiore, l’ammalato, è nato affetto dalla sindrome di Vater, nota anche con l’acronimo VACTERL, un’associazione di difetti congeniti, caratterizzati tipicamente da almeno tre di questi segni: difetti vertebrali, atresia anale, cardiopatie, fistola tracheo-esofagea, anomalie renali e degli arti con un’incidenza annuale in 1/10.000-1/40.000 nati vivi. È una malattia invalidante: il ragazzo deve sostenere interventi correttivi alla spina dorsale almeno una volta all’anno, deve sopportare il dolore conseguente alla neurochirurgia, tanto da dover assumere antidolorifici ad alte dosi per intere settimane. Soffre inoltre di una seria difficoltà nella continenza intestinale che lo costringe ad interrompere le attività scolastiche quasi quotidianamente, in seguito a sollecitazioni anche lievi, e le conseguenze sociali sono insopportabili quanto il malessere somatico.

Con gradualità, la costellazione familiare si manifesta con chiarezza in tutte le sue componenti nel corso degli incontri, delineando un quadro che presenta delle evidenze rilevanti. Una figura paterna non collaborativa, ma presente nel vissuto della prole, nei racconti, nelle tracce grafiche. Una figura materna che ha assunto il pieno carico gestionale dell’accudimento dei figli, in particolar modo del figlio maggiore. Un figlio maggiore gracile, provato dalla disabilità fisica e dalle conseguenze emotivamente severe del peso socio­-relazionale che ne deriva. Ed infine Emanuele, un bambino che, nel racconto della madre, non è ammalato, ma fa cose strane. Il caso si presenta come un emblema archetipico, con tutti i caratteri della contraddittorietà esistenziale della scelta: il bambino dal corpo afflitto e dall’intelletto conservato, Pietro, in contrapposizione al bambino dal fisico integro e dalla mente alterata, Emanuele.

Date le circostanze, ho deciso di procedere con un approfondimento metodologico, ovvero tramite l’utilizzo di elementi strumentali, solo in seguito ad una serie di incontri esplorativi che non prevedessero stimolazioni evocate con l’uso di materiale. L’unica sollecitazione attuata nei confronti di Emanuele nelle prime fasi del percorso è stata di tipo verbotonematico, cinestesico, prossemico e prosodico, al fine di non sovraccaricare di stimoli indagatori un bambino già contemporaneamente sottoposto alle indagini strumentali testali neuropsichiatriche richieste dalle insegnanti e dalla famiglia, in una evidente attitudine collusiva alla ricerca della patologia sanitaria (Baron Cohen, S. (1997). L’autismo e la lettura della mente. Roma: Astrolabio.1997).

Tanti gli elementi dichiarativi impliciti ed espliciti emersi all’interno dello spazio esperienziale pedagogico clinico rivolto a  questa costellazione: la volontà del figlio maggiore di rivendicare il proprio diritto ad essere accondisceso in ogni richiesta, in un’ottica autorisarcitoria della propria invalidità impugnata con forza come espressione di sé; la consuetudine del bambino più piccolo alla coartazione nell’esprimere le proprie abilità e competenze e la tendenza all’autocensura nell’affrontare percorsi esplorativi finalizzati alla piacevolezza. Al centro di tutto questo, una madre che seppur in evidente sovraccarico emozionale, conserva sotterraneamente la spinta motivazionale necessaria per affrontare insieme ai propri figli e al loro padre una ricerca esistenziale finalizzata all’emersione dalla profondità abissale della malattia come flagello inevitabile per la famiglia che ha scelto di avere.

La verifica delle PAD (Potenzialità, Disponibilità, Abilità)  ha confermato la presenza di una produzione espressiva delle abilità non ancora adeguata alla messa in atto delle potenzialità, a causa di un frenamento derivante da uno stato tensionale a carattere di cronicità (Pesci, 2012). Attraverso l’abbattimento della tensione emotiva costante  la produzione espressiva dichiarativa di Emanuele ha lasciato emergere con chiarezza le abilità adeguate negli apprendimenti per età anagrafica. I rallentamenti produttivi documentati dal materiale scolastico in visione erano senza dubbio da considerarsi  un artefatto dell’atteggiamento di evitamento posto in essere nei confronti della collettività scolastica, e nel costituirsi  di una circolarità non funzionale all’interno della relazione discente docente.

I metodi pedagogico clinici e la creazione di un percorso simpatetico hanno consentito la strutturazione di un momento conoscitivo particolarmente efficace, in particolare sulla sfera comportamentale del bambino, rigidamente strutturata a verosimiglianza autistica.

Con il test di Luscher e i graphonage prima, il Bon Geste®, l’ InterArt®, il Prismograph® poi in fase di intervento vero e proprio (Pesci, G. e Mani, M.(2001). Prismograph. Roma: Magi), Emanuele ha intrapreso la conoscenza del gesto come atto creativo e ricreativo, si è lasciato avvicinare dalla potenza delle vibrazioni cromatiche e ha sperimentato la bellezza dell’espressività in ogni sua forma. Cosa ancora più importante e significativa, ne ha vissuto la percezione positiva e ne ha constatato l’assenza di potere distruttivo.

Con i metodi dialogico-corporei, l’Edumovement® ed il Touch Ball ® (Pesci,2008) Emanuele ha finalmente avuto accesso al piacere della percezione spaziotemporale della corporeità come strumento della piena e consapevole gestione di sé attraverso la fluidità dei canali sensoriali somatici, in contrapposizione al rigido schematismo cinestesico controllante preesistente.

La linearità metodologica ha mostrato un quadro degno di interesse, in cui il bambino più piccolo ha attuato una modalità risolutiva intrafamiliare di tipo compensatorio. In un contesto familiare  dominato dalla presenza della malattia del figlio maggiore,  che ne scandisce il vissuto quotidiano con la ripetitività degli interventi chirugici semestrali e delle attività assistenziali di cui si fa carico la genitrice, il piccolo Emanuele ha scelto  un assetto comunicativo in analogia con il fratello disabile, con lo scopo di conquistare uno spazio di ascolto  per le proprie istanze, ed in una sorta di spartizione territoriale ha voluto cedere al maggiore il terreno della disfunzionalità prettamente fisica, scegliendo per se stesso il campo del disagio psichico. In questo modo, Emanuele ha legittimato le proprie richieste di cure parentali rivolte alla figura materna, prostrata dal carico fisico ed emotivo della gestione esclusiva del figlio disabile, e ha raggiunto una sorta di simmetria familiare, accettandone la radice patologica.

In seguito ad un percorso clinico intenso che ha visto il coinvolgimento di tutti i membri della famiglia,  delle insegnanti e di una equipe polispecialistica di neuropsichiatria e logopedia, intervenuta in seguito alla sollecitazione scolastica ad esaudire un rapido accomodamento degli apprendimenti, rallentati in conseguenza dell’atteggiamento introversivo protratto, al fine di renderli maggiormente produttivi nel minor tempo possibile,  Emanuele  sta finalmente raggiungendo una percezione soddifacente di se stesso, della propria corporeità, delle infinite potenzialità creative e della volontà di esprimersi liberamente in assenza di vincoli coercitivi e vessatori che lo volevano interprete di un teatro triste e inevitabile.

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n. 37/2017)

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