La conoscenza di sé nell’esperienza della corporeità

di Mauro Carboni

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Noi tutti siamo attori e testimoni di un’evoluzione sociale e culturale: siamo le generazioni che vedranno la realtà virtuale e le nanotecnologie mettere in crisi le  certezze su ciò che realmente esiste in quanto esperibile attraverso i sensi.

E’ un lento dissolversi del confine che separa un dato oggettivo da un’esperienza o semplice  vissuto soggettivo che porta a chiederci: Quanto è reale qualcosa che il tatto o la vista non possono vedere o nemmeno concepire?  E quanto di ciò che crediamo di constatare fisicamente corrisponde veramente alla realtà dei sensi? 

Ciò che è in gioco è la percezione di una equilibrata dimensione esistenziale, in altre parole il senso della nostra identità.

In questa situazione il dualismo corpo/mente assume nuove ed inusuali valenze e, mentre le culture più antiche hanno cercato di elaborare una concezione dell’essere come armonia e dinamica vitale delle nostre diversità interne ed esterne, oggi emerge una percezione assai diversa della corporeità, dove il corpo tende a riconoscersi sempre più in un’immagine che trova pochi riferimenti con una più profonda costruzione dell’identità personale.

Una discrepanza fenomenologica e culturale che s’impone quale tratto distintivo dell’odierno senso di identità, in una dimensione dell’esistenza più vicina all’apparire piuttosto che all’essere o al divenire.

Al contrario, noi sappiamo la persona giunge a definire quell’entità che viene denominata schema corporeo proprio attraverso l’integrazione dei vissuti emotivi con l’insieme delle esperienze sensoriali, unitamente alla dimensione propriocettiva, ed è nell’unione della dimensione percettiva con quella rappresentativa che si può costituire una immagine di sé nel senso della corporeità, come atto dinamico destinato a modificarsi nel tempo in una continua ricerca e adattamento.

Non è semplicemente un’altra metafora affermare che ciascuno di noi vive “sulla propria pelle” il senso di questo disagio, tanto che all’origine del nostro senso d’identità psicologica  c’è proprio una dimensione somatica fondata sul tatto e sulla cenestesia.

La pelle, non soltanto il derma, è il tramite di una comunicazione osmotica, quindi differenziale, tra qualcosa d’esterno verso qualcosa d’interno e viceversa, ed è allo stesso tempo l’idea di un confine sensibile, una demarcazione che ci distingue ed insieme definisce il luogo privilegiato della relazione affettiva, del piacere e del dolore, dell’incontro e della perdita.

Noi possiamo tentare di dimenticare il nostro corpo ma il nostro corpo non può dimenticarsi di noi.

Nell’epoca della globalizzazione dei saperi e delle economie, l’umanità, ciascun singolo soggetto umano, vive suo nonostante un impercettibile impoverirsi del senso della propria dimensione unitaria e globale.

Alla dimensione metaforica meccanicistica del corpo come macchina, si aggiunge l’idea di un cervello come hardware, processore di dati, e di una mente come software, programma finalizzato allo svolgimento di compiti determinati.

A ciò si affianca un decadimento della dimensione etica della corporeità, un processo riduttivistico che oggettifica i valori di cui il corpo umano è tramite.

 

La mediazione non-verbale e corporea nella Pedagogia Clinica

A fronte di ciò la Pedagogia Clinica ricerca e ricrea uno spazio d’incontro, scambio e conoscenza, specificamente rivolto al recupero di una consapevolezza di sé che può contribuire ad integrare la personale esperienza della corporeità.

In particolare attraverso quattro metodi che esplicano proprio nell’ambito della mediazione corporea e non-verbale le loro peculiari qualità d’intervento.

Ci riferiamo ai metodi: BodyWork®, Touch Ball®, Trust System®, Discover Project®.

Nel Body-Work il Pedagogista Clinico® interagisce con la persona mediante una stimolazione tattile diretta, non è affatto riconducibile ad una tecnica di massaggio, è piuttosto un’interazione esplorativa di tipo non verbale che si gioca nello scambio tra la sollecitazione del Pedagogista Clinico e la rielaborazione del soggetto interessato.

Scopo primario del Body-Work è fornire alla persona un’attivazione sensopercettiva e un rinforzo ergico.

Il Touch Ball accede alla relazione tattile per mezzo di un intermediario: la palla vibrocromatica, caratteristica che lo rende indicato per l’attivazione di una dinamica comunicativa corporea e non verbale con le persone che trovano disagio in rapporto alla relazione tattile o in senso ampio nell’interagire mediante la corporeità, e infine in soggetti che evidenziano ridotte sensibilità o inibizioni al contatto.

Il Trust System è sostanziato da una tecnica che si avvale di una precisa sequenza di mobilizzazioni passive, movimenti che mirano ad un adattamento progressivo della risposta tonica del soggetto mediante una ritmicità cadenzata, isoritmica e isotonica.

Un approccio di mediazione non-verbale che, regolando i flussi tensivi ed energetici, predispone così la persona ad una rinnovata dimensione di consapevolezza del proprio sé corporeo.

Il Discover Project interviene con una particolare tecnica che avvia la persona a scoprire o ritrovare un’efficace e positiva attenzione alla propria dimensione esistenziale e corporea, attraverso esperienze guidate di contrazione e decontrazione muscolare, integrando un’azione sul substrato tonico a livello segmentale con una rielaborazione globale in termini di processi di controllo funzionale e d’organizzazione spazio-temporale. 

 

Modalità operative

BodyWork

La stimolazione tattile nel Body-Work avviene direttamente secondo diverse modalità: scivolamento, leggera digitopressione, pressione localizzata, rotazioni e torsioni a livello cutaneo. In particolare ogni singolo movimento-contatto effettuato dal Pedagogista Clinico procede dall’interno verso l’esterno, sempre ribadendo l’atto dinamico nella forma di una triplice ripetizione (traccia, definizione, conferma). Ciò permette alla persona di cogliere in senso propriocettiva la propria definizione assiale in virtù di una ‘lettura’ costante e continua derivante dalla circolarità innescata dall’azione del Pedagogista Clinico e dal feedback sensopercettivo del soggetto stesso.

Touch Ball

Una significativa peculiarità è data dal fatto di procedere nell’azione sul corpo della persona senza creare alcun tipo di sorpresa. L’interazione del Pedagogista Clinico è di tipo accomodante, di fatto, la palla vibrocromatica segue ed asseconda le forme del corpo. La sonorità delicata generata dall’azione della palla assume funzioni molteplici, è veicolo di un rassicurante contenimento sonoro e relazionale, tende ad equilibrare la disponibilità tonico-posturale del soggetto e agisce in totale sinergia con la qualità pressorio-tattile della palla vibrocromatica e con il movimento rotatorio impresso dal gesto del Pedagogista Clinico. Tutto ciò contribuisce a creare un setting relazionale altamente induttivo in termini immaginativi e simbolici.

Trust System

L’effetto di rilievo delle mobilizzazioni passive è senza dubbio un progressivo abbattimento degli stati tensionali. Qualcosa che per la persona assume il senso di una “liberazione” da una molteplicità di stati tensionali da tempo residenti nelle qualità gestuali e posturali. Ne consegue una canalizzazione sensopercettiva delle componenti energetiche che il soggetto vive nella forma di un flusso energetico che induce un risveglio, una riappropriazione della propria sensibilità corporea, attuando una regolazione distributiva degli stati tensivi.

La peculiare condizione d’ascolto e accoglienza attivata nel Trust System favoriscono l’emergere di un’interazione dialogica, per dare avvio ad un processo di consapevolezza della dimensione emotiva e affettiva della riorganizzazione propriocettiva verso una rielaborazione olistica della relazione d’aiuto.

Discover Project

Il dinamismo contrattivo-decontrattivo procede con una precisa sequenza: contatto e mobilizzazione dell’arto o del segmento corporeo, azione dialogica di contenimento e frenaggio del Pedagogista Clinico in corrispondenza ad un’attivazione motoria e resistenza oppositiva da parte della persona,  contestuale rilascio articolare del soggetto e abbandono della presa, sosta pausativa. La sequenza genera un’intensificazione del tono muscolare a cui succede una scarica, un rilascio e svuotamento che approda infine ad un momento di recupero e ricarica.  Una dimensione dialogica retroattiva e circolare che esplica una funzione di riequilibrazione, sia nei soggetti caratterizzati da ipertono dominante sia in quelli dove la condizione esistenziale è quella ipotonica. Questo significa implicitamente che il Discover Project tende all’equilibrio poiché tende verso l’omeostasi. In altre parole la nuova condizione tonica sarà rispettivamente, superiore all’ipotonia iniziale o inferiore all’eventuale ipertono di partenza.

Il setting pedagogico clinico nella mediazione non-verbale e corporea

Nella relazione d’aiuto pedagogico clinica è individuabile una particolarità dell’approccio alla corporeità e delle modalità d’attuazione della mediazione non verbale: il mantenimento della dimensione relazionale  educativa, dove il Pedagogista Clinico assume uno status d’accoglienza e contenimento, favorendo allo stesso tempo la persona nell’organizzazione e nello sviluppo delle proprie autonomie.

I quattro metodi qui presentati hanno affinità e progettualità comuni, in un setting definito da costanti operative e relazionali come: silenzio attivo, ascolto interagito, reciprocità attentiva.

Silenzio attivo: un agire comunicativo in uno spazio/tempo, in una distanza che permette di “essere con” l’altro senza ricadere in processi d’identificazione; per accogliere prima di valutare, scoprendo le sfumature nella sensibilità di un’attesa non impaziente, un manifestare la propria presenza nella scelta di una sosta consapevole.

Ascolto interagito: il mantenimento di una costante duplice attenzione verso la persona e verso sé, attivando un feedback interno e una retroazione esterna, implica inoltre, metaforicamente e in senso reale, una riduzione delle interferenze e dei “rumori di fondo” che saturano la relazione, permettendo il prendere forma dell’area di sviluppo potenziale.

Reciprocità attentiva: emersione progressiva di una dimensione dialogica della relazione d’aiuto che, nella ricchezza della mediazione non-verbale, prende la forma di uno scambio silente, riverberando contenuti inespressi e aprendo nuove possibilità di riflessione e di conoscenza di sé.

Nella definizione del setting caratterizzante la mediazione non verbale e corporea nel contesto operativo della Pedagogia Clinica, vi sono variabili connesse a ciascuno dei metodi e diversamente correlate ai diversi contesti e ambiti d’intervento e progettualità pedagogico-clinica:

Interazione esplorativa

La dimensione dialogica non verbale, attivata nei diversi metodi, procede mediante un continuo rinnovare dell’incontro conoscitivo. In tal senso la mutua esperienza dell’altro non si esaurisce nella tesaurizzazione di dati e conoscenze, anzi sviluppa nuove possibilità di crescita e scambio comunicativo, senza dare nulla per scontato o definitivamente acquisito.

Modello comunicativo di tipo “nutrizionale”

Lo scambio che caratterizza l’interazione tra Pedagogista Clinico e persona, si colloca entro una dinamica comunicativa “nutrizionale”, sia in termini di supporto energetico ed affettivo sia in quanto forma d’arricchimento gratificante della propria percezione di sé.

Contenimento ritmico isocrono

La scansione ritmico-temporale dell’azione del Pedagogista Clinico è sostanzialmente isocrona (a volte isotonica e altre modulata), favorendo nella persona la possibilità di strutturare l’esperienza in modo rassicurante e secondo vissuti di carattere “contenitivo”, permettendo un’autoregolazione della respirazione e un adattamento progressivo del tono corporeo di base.

Progressione a “basso profilo” di reattività inibitoria

Un elemento essenziale delle variabili operative, che integra variamente i diversi approcci a mediazione corporea nella Pedagogia Clinica, deve essere individuato nel mantenimento di un livello minimo nelle sollecitazioni propriocettive e tattili, una condizione d’omeostasi che permette alla persona di rapportarsi alla propria reattività inibitoria in modo non conflittuale, anzi sollecitando una personale capacità di rielaborazione dell’esperienza sensoriale e relazionale.

Induzione immaginativa e simbolica

Le diverse tecniche di mediazione corporea hanno tra loro in comune una variabile che può, di fatto, essere riferita a diversi aspetti operativi dell’azione e del contatto, ci riferiamo alla sonorità, alla figuratività melodica delle sequenze gestuali, alla ritmicità cadenzata dell’intervento, al regolare intervallare di pause e movimenti posturali del Pedagogista Clinico, alla presenza di una sonorità indiretta ma essenziale (nel Touch Ball), alla qualità tonico/timbrica del contatto stesso realizzato dal Pedagogista Clinico, insomma da una molteplicità di caratteristiche gestuali, motorie e tattili, che funzionano strutturalmente come elementi sonori musicali che inducono una delicata e profonda sensazione di rassicurante contenimento, creando così l’opportunità di una significativa azione induttiva verso la persona, tale da sollecitare produzioni  immaginative e simboliche.

Interazione di tipo accomodante

Un’altra importante variabile operativa di questi metodi va colta  nella dimensione relazionale implicita nel susseguirsi dell’azione del Pedagogista Clinico in rapporto alla persona, caratterizzata appunto da isocronia e ipotonia e modulazione progressiva e continua del contatto, un’interazione accomodante che  tende ad abbassare la soglia delle resistenze della persona, evitando sollecitazioni impreviste o interventi che si possano collocare fuori dell’intenso contesto relazionale attivato.

Attivazione dinamica nelle inibizioni al contatto

L’interazione accogliente, simpatetica e attenta alle necessità dell’altro, dà luogo alla persona che vive una concreta difficoltà nell’accettare il contatto, o anche la semplice vicinanza relazionale, di giungere con i propri tempi all’evoluzione e la riconquista della propria disponibilità.

Siamo consapevoli che tentare di opporsi alla tendenza culturale di un’epoca equivale a sperimentare le drammatiche vicissitudini e conseguenze del noto eroe di Miguel Cervantes, e l’idea di immolarsi contro i mulini a vento del mondo informatizzato e del corpo cibernetico non è certo negli intendimenti della Pedagogia Clinica. 

E’ vero, però, che la goccia può scavare la pietra più dura e che le radici di una piccola pianta possono arrivare nel profondo e incrinare il fianco di una montagna.    

Siamo infatti convinti che l’aiuto dato anche ad una singola persona possa essere un nuovo inizio per l’intera umanità. 

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n. 17/2007)

 

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