La latenza pedagogica. Viaggio verso  i luoghi nascosti della formazione

La Pedagogia Clinica è una branca disciplinare della pedagogia generale il cui scopo principale è di educare (dal lat. exducere, “trar fuori”, “far emergere”) e aiutare la persona in difficoltà ad avere Cura di sé: a trovare dentro di sé le risorse necessarie per raggiungere un livello di autonomia sempre più elevato.
L’obiettivo è di consentire alla persona di pervenire ad una condizione di salute, di armonia, di benessere generale e di equilibrio psicofisico. Il Pedagogista Clinico®, con metodi e tecniche proprie, rivolge la sua azione preventiva a persone di ogni età, con qualunque tipo di disagio psicofisico; siano esse bambini con disordini comportamentali e di apprendimento; adulti con disarmonie a livello cognitivo, affettivo e socio-relazionale; anziani con difficoltà psichiche e motorie ecc. Ciò che caratterizza questa nuova scienza, inoltre, è la vastità del suo campo di azione.
In qualunque ambito istituzionale, essa interviene, oltreché nei casi di difficoltà individuale, nelle situazioni di conflittualità che possono riguardare la coppia, la costellazione familiare e i gruppi sociali. In quanto scienza educativa, la Pedagogia Clinica riscopre il senso profondo della pratica clinica, riappropriandosene e sottraendola al dominio esclusivo della scienza medica. Se fin dai tempi di Ippocrate (V-IV sec. a.C.), clinica, klinikè (tèchne) (“arte relativa a chi giace a letto”) stava ad indicare la relazione che si stabiliva tra chi non stava bene e chi si prendeva cura, e la modalità con la quale questa cura avveniva per giungere ad conoscenza e ad un processo di cambiamento dell’altro, significa che anche il Pedagogista Clinico®, che si prende cura di una persona, individua nel setting pedagogico lo spazio idoneo che gli consente di “chinarsi” e di “flettersi” nei rispetti della persona sofferente coinvolgendola in un rapporto continuo di ri-flessione e di esplorazione tridimensionale, globale ed olistica, di se stessa.
La parola “clinica” deriva infatti dal greco klinikè (tèchne) (“arte relativa a chi giace a letto”) e sta ad indicare, sin dai tempi di Ippocrate (V-IV sec. a.C.), il rapporto esclusivo che lo specialista instaura con la persona curvandosi sul suo “letto” (da klino), al fine di conoscerla nei suoi aspetti più reconditi: “mettendo a fuoco” ed esplorando in profondità la sua storia di vita intesa come storia unica e irripetibile. Il Pedagogista Clinico® individua pertanto nel setting pedagogico lo spazio idoneo che gli consente di “chinarsi” e di “flettersi” ai piedi del letto della persona, coinvolgendola in un rapporto continuo di ri-flessione e di esplorazione tridimensionale, globale ed olistica, di se stessa.
L’azione clinica del pedagogista pone dunque al centro della relazione educativa la storia di vita della persona, nella convinzione che l’approccio clinico debba configurarsi innanzitutto come analisi in profondità della sua autobiografia, con l’obiettivo di promuovere in essa l’attitudine ad avere Cura di sé, a rileggere e a riscrivere il canovaccio della propria esistenza in piena autonomia, in vista di nuovi orizzonti sistenziali. Da questo punto di vista, essa si configura come “clinica” proprio perché consente, attraverso un lungo percorso anamnestico (dal gr. anàmnesis, “ricordo”, “reminiscenza”), di narrazione e racconto, il passaggio da ciò che è visibile, manifesto, superficiale, esteriore della storia di vita della persona a ciò che è invece invisibile, nascosto, profondo e interiore; da un livello di a-stanza ad uno di substanza (dal lat. substanzia, “ciò che sta sotto”); dalla trasparenza all’ essenza; in definitiva, da un livello di evidenza ad uno di latenza.
La consapevolezza che ogni storia di vita sia da intendersi come romanzo di formazione personale (Bildung), quale mediazione continua e rielaborazione teatrale degli eventi di vita – siano essi tecnicamente intesi come “formativi” o, all’opposto, come “evenemenziali” – è del tutto evidente. D’altronde ogni esistenza (dal lat. ex-sistentia, “stare fuori”) è sostanzialmente viaggio, vagabondaggio perenne, in cui ogni passo è vita e ogni passo è morte, ma pur sempre novità e proiezione; “esperienza” (dal lat. ex-perior) nomadica, de-situante, i cui significati sono destinati ad affiorare ogni volta nel linguaggio individuale; cammino perenne in cui ogni essere umano “prende forma” e si tra-sforma. La storia di formazione di ogni persona (dal gr. prosopon, “maschera”), quotidianamente impegnata in recitazione spontanea sul palcoscenico della propria vita, può essere dunque intesa come un lungo processo di edificazione: di continua decostruzione e ricostruzione di sé. Una metafora in grado di mettere in luce la dimensione cunicolare e buia, impensata e aggrovigliata delle formazione; ruvida e complessa, visitabile ed esplorabile, che fa da contraltare alla dimensione apparente, alla facciata liscia e semplice dell’“edificio formativo”. Si evince così, a questo punto, il compito supremo della Pedagogia Clinica: effettuare una diagnosi (dal gr. diàgnosis, “riconoscere attraverso”) per giungere ad esplorare i “mattoni” (dal lat. lateres) interni che costituiscono le (sub)stanze e i “luoghi interiori” dell’edificio autobiografico di ogni persona. Si tratta di una dimensione “nascosta” (dal lat. lateo) e profonda, da considerarsi come “rifugio” (latebra), come “luogo protetto e appartato” che sta a latere rispetto a ciò che è fenomenologicamente visibile, che ha una sua specifica “lateralità” (latus) e profondità rispetto a ciò che, da un punto di vista comportamentale, è osservabile dall’esterno. Una dimensione che sarà traducibile in termini di disponibilità e di potenzialità latenti, conoscibili e attivabili. Definire cosa sia la latenza pedagogica, pertanto, è il compito preliminare che conferisce senso ad ogni approccio pedagogico che voglia definirsi “clinico”. Uno scambio proficuo e una sintesi creativa tra la Pedagogia Clinica e la clinica della formazione ci consentirebbe una tematizzazione dell’oggetto di studio in questione. In tale ottica, la latenza rinvierebbe a quel dispositivo simbolico di elaborazione, cuore e nucleo generativo profondo della propria storia di formazione, attraverso cui ogni persona, filtra, decodifica e interpreta, rielaborandolo, ogni evento di vita vissuta. Un codice pedagogico personale, dunque, in grado di determinare una strutturazione di significato contingente, particolare e irripetibile della propria esistenza. Una tale idea di latenza ci impone una analisi ulteriore relativa alla complessità crescente, labirintica, del mondo interiore della persona e alla sua stratificazione nei seguenti livelli tra di loro interconnessi. La latenza cognitiva, in particolare, concerne il “codice cognitivo” a partire dal quale la persona attualizza ogni volta una categorizzazione e classificazione dell’esperienza di vita. La latenza affettiva riguarda invece la fantasmatica inconscia e il funzionamento del “codice affettivo” attraverso cui la persona proietta i modelli interiorizzati attualizzandoli nei legami personali. La latenza emotiva rinvia al “codice emotivo” attraverso cui ogni persona gestisce i propri vissuti e alle modalità secondo cui li veicola in direzione di una azione comportamentale positiva. La latenza referenziale (o contestuale) ci rimanda alla comprensione del “codice sociale” attraverso cui la persona, a livello intersoggettivo, viene direzionata nei rapporti interpersonali all’interno del proprio contesto di vita. La latenza resistenziale rinvia infine al “codice analitico” attraverso cui la persona riesce a filtrare criticamente gli eventi di vita, a smascherarne, attraverso una lettura impegnata, acuta e critica, i dispositivi interni. L’azione clinica in pedagogia assume dunque estrema rilevanza in ambito educativo proprio per questa sua propensione a promuovere un lavoro di scavo interiore nella persona. In quanto tale, essa riesce a svolgere la sua azione maieutica consentendo di dedurre gli aspetti latenti della storia di vita della persona e di tradurli su di un piano di visibilità immediata, riassumendoli in quell’enorme bagaglio di disponibilità e potenzialità latenti che occorre ad ogni individuo ad accrescere la propria area potenziale di sviluppo e a divenire sempre più resiliente. Un percorso clinico che consente alla persona di direzionarsi verso una Cura di sé autentica e globale, consistente nella definizione attiva del proprio progetto (dal lat. pro-iacio, “gettare avanti”) di vita e nella prevenzione dei propri disagi attraverso una sorta di praemeditatio malorum. Essa sarà così sollecitata ad intraprendere un lavoro autobiografico di (ri)lettura e di (ri)scrittura di sé, di analisi interminabile, di continua trasformazione e riorganizzazione sistemica di sé nel proprio ambiente di vita. Se si assume questa visione come chiave di lettura dell’apprendimento, d’altronde, ci si accorge come ogni processo di conoscenza – da intendersi come en-attivo, ossia come azione incarnata, emergente cioè da uno sfondo relazionale sistemico – rinvia sempre a dinamiche latenti che necessitano di essere costantemente estrinsecate in vista di una maggiore consapevolezza di sé. L’azione clinica in edagogia, proprio in quanto processo volto a slatentizzare potenzialità e disponibilità  tenute bloccate nella sofferenza, consente dunque di lavorare alla continua ridefinizione della propria autobiografia, all’interno di un processo ermeneutico in cui ogni vissuto deve essere ri(ac)cordato e ri-assunto all’interno del progetto ultimo della propria esistenza. La figura del Pedagogista Clinico®, la sua centralità assoluta nel percorso di educazione di ogni essere umano, il senso profondo della sua azione maieutica – magistrale e ministeriale insieme –, volta a far emergere abilità, disponibilità e potenzialità latenti della persona, ricollocandola “al centro” della propria esistenza nella direzione del progetto di vita e della Cura globale di sé, risuona nelle dolci note della frase seguente, da cui pure emerge la preziosità, nella società complessa e caotica in cui viviamo, di un’azione autenticamente educativa rivolta su misura di ogni singolo essere umano: “Il maestro che cammina all’ombra del tempio tra i discepoli non elargisce la sua sapienza, ma piuttosto la sua fede e il suo amore. E se davvero è saggio, non vi invita ad entrare nella dimora del suo sapere, ma vi guida alla soglia della vostra mente” (Gibran K . 1999, p.113). Solo a quel punto, al di là di ogni argine o barriera, “la sorgente sotterranea della vostra anima dovrà venire alla luce e scorrere mormorando verso il mare. E il tesoro della vostra infinita profondità sarà rivelato ai vostri occhi”.

 Gerardo Pistillo
Pedagogista Clinico ®

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