La mano di Chirone Il mito e le radici della Pedagogia Clinica

di Gerardo Pistillo

La Pedagogia Clinica affonda le sue radici in un passato molto lontano. Ispirata ai principi della Paideia vigente nella Grecia classica, si nutre infatti, come ha osservato Guido Pesci, delle suggestioni e degli apporti provenienti dalle più svariate discipline: filosofia, teologia, medicina, ecc. Procedendo a ritroso, inoltre, è possibile rinvenirne il substrato epistemologico e metodologico nelle antiche pratiche sapienziali originate dalle narrazioni mitologiche e dai racconti epici. È infatti attraverso i mitologemi che le figure del mito continuano ad esprimere – secondo quanto evidenziato da R. Graves in The Greek Myths (1955), e da J. Hillman in Mythic Figures (2007) – la loro efficacia formativa (Wirksamkeit). Partendo da tali premesse, intendo offrire in questa sede una rilettura in chiave pedagogica della vita del centauro Chirone, definito da Platone (427-347 a. C.) “educat i tutta la Grecia”. Nel tentativo di dipanarne i fili, cercherò di porre in rilievo la trama di elementi simbolici che contribuiscono a definirne l’identità. Infine, nel far seguire una pars construens alla pars destruens del presente lavoro, proverò a mettere in luce, in chiave clinica, l’importanza detenuta dalla mano nel processo di formazione dell’essere u o. Il centauro Chirone (Χείϱων) nasce dall’unione di Filira, ninfa del mare, figlia di Oceano e di Teti, e di Crono, il quale ebbe a sua volta da sua sorella Rea sei figli, di cui fu ultimo Zeus. Si narra in proposito che un giorno Crono volle unirsi a Filira. Al fine di rendersi irriconoscibile agli occhi di sua moglie Rea, decise quindi di assumere le sembianze di un cavallo. L’espediente, tuttavia, non sortì gli effetti desiderati: Rea si accorse ugualmente del tradimento. Crono fuggì così al galoppo, mentre Filira si ritirò sul monte Pelio, dove riuscì a partorire il frutto della nuova unione. Esiste tuttavia un’altra versione del mito, secondo cui fu invece Filira, con l’intento di sottrarsi alle continue avances di Crono, a trasformarsi in giumenta. Il dio, assunte anch’egli le sembianze di un cavallo, riuscì tuttavia a possederla. Pudicamente addolorata per l’oltraggio subito, la ninfa implorò dunque Zeus di farle assumere una diversa natura: fu così da questi trasformata in tiglio, pianta dal potere curativo e simbolo di coniugalità. Abbandonato tra i boschi della Tessaglia, il centauro visse per lungo tempo in una grotta, dove anni più tardi, ad aiutarlo nell’educazione di intere generazioni di dei e di eroi vi saranno sua madre e Cariclo, ninfa – secondo alcune fonti figlia di Apollo – destinata a diventare sua moglie. Differentemente dagli altri centauri, nati dall’amore tra Issione e una nuvola, dotati di natura selvaggia e bruta, Chirone si mostrò sempre di indole buona e pacifica: un saggio filantropo. Esperto di musica e di caccia, di medicina e di morale, ecc. fu maestro di Peleo, di Achille, al quale giunse in aiuto per curare le ferite riportate in battaglia da Patroclo, e di Giasone; ma anche del dio Asclepio, nel mentre – si narra – gli stessi Apollo e Dioniso avrebbero giovato dei suoi insegnamenti. Il centauro Chirone nasce dunque – come ha osservato U. Curi in Le parole della cura (2017) – nel segno della duplicità: figlio di un essere immortale e di un essere mortale, è il frutto di un rapporto di amore ottenuto con l’inganno. La sua nascita, al pari di quella di tanti altri eroi, segue inoltre lo schema classico dell’abbandono-salvifico. Ibrido, a tutti gli effetti, sarà anche il suo corpo. Sin dalla notte dei tempi, infatti, egli è universalmente raffigurato nella sua natura bi-fronte e bi-forme: nelle varie rappresentazioni iconografiche, una metà del suo corpo – la parte posteriore e/o inferiore – è raffigurata con le sembianze di un cavallo, mentre l’altra metà ha la forma di essere umano. La “matrice generativa” di tale figura è perciò quella del χιασμός – simbolo di un vero e proprio “incrocio” –, come è ben espresso dal grafema da cui prende origine il suo stesso nome. Dotato di caratteristiche siffatte, d’altronde, Chirone appartiene al tempo stesso al regno dell’“inferiorità”, “infero” e ctonio, e al mondo della “superiorità”, quello emerso della logica e della ragione; motivo per cui egli detiene in sé i tratti di una natura insieme selvaggia ed elegante, binomio di rudezza e di sensibilità (cfr. ivi, pp. 113-135 e passim). L’aspetto che maggiormente colpisce del suo modo d’essere, tuttavia, è l’agonismo – e quindi, potremmo anche dire, il portato agogico – che anima il dinamismo congiunto di pensiero e azione, connesso, nella cultura greca arcaica – si pensi a quanto affermato da W. Jaeger nell’opera Paideia (1933-1947) – all’esercizio ritmico di pratiche musicali e ginniche. La vita di Chirone ci consente inoltre di riflettere sulla sua “doppia duplicità”. Si narra che un giorno Eracle, nel corso della caccia al cinghiale di Erimanto, giunto nella regione di Foloe, fece visita al centauro Folo. Ad un certo punto, i due decisero di condividere l’orcio di vino che tempo addietro Dioniso aveva donato a Folo, raccomandandogli però di aprirlo solamente nel caso in cui, all’arrivo di Eracle, i centauri si fossero ritrovati tutti insieme. Attratti dall’odore di vino, questi ultimi ne furono quindi turbati: adirati, armati di rocce e di abeti, giunsero presso Foloe per dare battaglia. Dopo aver ucciso Anchio ed Agrio, Eracle costrinse tuttavia i centauri a riparare presso Capo Maleo; località in cui si era nel frattempo ritirato, a seguito della lotta contro i Lapiti, Chirone. Il destino volle che nel corso di un nuovo scontro, una freccia scagliata da Eracle, intrisa del veleno (φάϱμαϰον) dell’Idra di Lerna, dopo aver trafitto il braccio di Elato, colpisse accidentalmente il ginocchio di Chirone. Benché lo stesso Eracle si fosse premurato di curarla, la ferita si rivelò purtroppo insanabile. A causa del dolore lancinante, Chirone giunse quindi alla conclusione che soltanto la morte avrebbe potuto placare la sua indicibile sofferenza. Su proposta di Prometeo (Πϱομηϑεύς, “colui che riflette prima”), il centauro decise così di barattare con quest’ultimo la propria immortalità. Prometeo – lo si ricorda – era stato punito da Zeus per aver donato, all’insaputa di questi, scaglie di fuoco agli esseri umani: condannato a rimanere legato ad una rupe del Caucaso, in attesa che ciclicamente un’aquila – o forse un avvoltoio – sopraggiungesse per divorargli il fegato, fu alla fine liberato da Eracle. Il centauro Chirone da immortale diviene dunque mortale. Ferito da un amico, è colui che nel donare la vita si dà la morte (cfr. Curi, op. cit.). La sua natura, insieme “apollinea” e “dionisiaca”, esprime un vero e proprio paradosso: egli è colui che ha cura della vita fino al punto di cederla. Ma è proprio nella reciprocità che la duplicità del suo potere incrocia quella dei suoi limiti: da un lato egli esercita il diritto di porre fine alle sue sofferenze attraverso la morte – concepita nel caso specifico quale “sommo rimedio” e “unica vera cura” –, mentre dall’altro esercita il dovere di salvare un mortale, donando la propria immortalità (cfr. ibidem). Nel corso di tale “scambio”, come si evince, vita e morte assumono, l’una rispetto all’altra, il valore di “rimedio”. Tale dinamica consente tuttavia di estrapolare un ulteriore nucleo tematico custodito dal mito: Chirone, il quale era già stato un tempo maestro di maestri – di Asclepio e del padre di questi, Apollo –, nell’atto di farsi curare da Eracle giunge ad incarnare l’ideale del vero educatore, di colui che si accinge a divenire allievo del suo allievo. A ben vedere, infatti, la trama fitta del mito è in grado di restituirci l’immagine archetipica dell’educatore come “sanatore-ferito”. La figura di Chirone è come un fantasma che si agita e ogni volta si ri-presenta nella dinamica della relazione educativa. La sua “presenza” sollecita il maestro a visualizzare ogni “ferita” – ogni punto di “debolezza” – dell’allievo come una nuova “apertura”: una “feritoia” – come la definisce R. Mondo, nel suo saggio intitolato Il guaritore ferito e la sua ombra (2012) – attraverso cui poter “intra- vedere” i vissuti dell’altro diversamente da come li si “vedrebbe” assumendo lo sguardo freddo dell’osservatore imparziale. È infatti nel corso di tale dinamica “finzionale”, a partire dalla co-costruzione di una nuova trama narrativa, che educatore ed educando, indossando la “maschera” (πϱόσωπον) suggerita dal “gioco”, giungono a tras-formar-si nel loro divenire-persona: ad operare specularmente un mutuo “scambio” di percezioni e a ri-vedersi sotto punti di vista altri ed inediti. Si tratta, come si evince, di una relazione dinamica in cui i corpi rischiano di confonder-si tra le “ombre” del loro essere-molteplici (cfr. ibidem): il “maestro-allievo” in qualità di “sanatore” e di “ferito”, l’“allievo- maestro” in qualità di “ferito” e di “sanatore”. Il nome “Chirone” deriva dal termine χείϱ, “mano”, e rinvia all’ἔϱγον: all’“azione”, al “lavoro” e all’“opera” di chi (ha) “cura con le mani”. La sua figura custodisce da tempo immemorabile il senso profondo attribuito alla “χειϱ-ουϱγία” – al lavoro della mano come “fare operoso” – nel processo di antropogenesi. Un tema importantissimo che solo lentamente, a partire da Anassagora (499-428 a. C.) di Clazomene, la filosofia giungerà ad affrontare debitamente. È infatti l’atto originario del “levare la mano” che ha consentito ad Homo sapiens di ri-generare l’apertura – da C. Sini definita, in più occasioni e in L’uomo, la macchina, l’automa, (2009), “vuoto che è potenzialità di ogni pieno” – che permette di operare consapevolmente il contatto con le cose del mondo: di generare la giusta distanza da esse, per sollecitarne, a partire da ciò, l’emergere delle potenzialità in nuova morfo-logia. In quanto tale, il lavoro della mano potrebbe dirsi alla base di una ϰλινιϰή τέχνη che è da intendersi in primis come μαιευτιϰή τέχνη. L’uso laborioso della mano – nella sua intrinseca circolarità ri-pro-duttiva – consente infatti di ex-ducere e “far emergere”, quindi di estrapolare e sbloccare il bagaglio di potenzialità custodite nel tessuto del reale: un ordine di latenza che rinvia sempre a ciò che “sta a latere” e a ciò che “sta sotto” (substantia). In quanto artificiale, il lavoro della mano può essere in tal senso riconducibile ad un’azione “doppia”, destinata ogni volta a produrre dei “resti” sul piano simbolico (cfr. ibidem) e a trasferire nel mondo il senso della progettualità umana. Nel corso di tale processo poietico (dal gr. ποιέω, “fare”, “fa sì che”, “dare origine”) ciò che la mano pro-muove, nel favorire la sintesi creativa tra cultura e natura, è infatti la ri-creazione di un nuovo ordine di cose (cfr. Curi, op. cit.) destinato a retroagire sulla formazione dell’uomo (cfr. Sini, op. cit.). Nel mito in questione è per l’appunto la mano, in quanto dotata di una sua intrinseca δύναμις, ad essere concepita nel suo movimento “plastico” (dal gr. πλάσσω, “formare”, “plasmare”) – al di là di ogni logica maneggiante ed usante – come ciò che consente di aver cura della φύσις del mondo. È infatti rimettendosi “nelle proprie mani” che l’essere umano trascende la sua forma ed “esce fuori da sé e dal mondo”. Azione magistrale e automaieutica che fa dello stesso Chirone l’essere “antropoforo” per eccellenza, latore (dal lat. lator, nome d’agente di ferre “portare”) di istanze umane profonde ed incondite. Come ha osservato – sulla scia di M. Heidegger – G. Agamben, nell’opera L’aperto. L’uomo e l’animale (2002), è infatti da uno sfondo di animalità che l’umanità, nel suo ciclico formar-si, continuamente ri-sorge e rinnova il suo portato neotenico. Ed è appunto nel “riprender-si per mano” che è custodito il nucleo di una Cura hominis che è sempre cura dell’umanità e del proprio divenire-umani. Nel nostro caso, ad essere in gioco è la profonda umanità di Chirone, per volere di Zeus destinato a divenire, tra le stelle, la costellazione del Centauro