La relazione nei Vangeli Sinottici

Le competenze comunicativo-relazionali del Gesù dei Vangeli Sinottici, analizzate in un articolo di Emanuela Spinella e Laura Vitali apparso nel n.7/2003 della presente rivista, mi hanno fortemente stimolato a portare avanti l’indagine su questo  argomento. Muovendo da un personale approfondimento e da una riflessione sapienziale dei Vangeli Sinottici mi sono inoltrato in un percorso storico che mi ha condotto ad un’attuale pastorale dell’educazione.
Il ministero educativo svolto dal Signore nell’aiuto donato alle persone sofferenti nel corpo e nello spirito si basa sul principio dell’offrire all’altro un «puntello umano» su cui appoggiarsi; un’azione efficace che provoca slanci di speranza e conferisce pienezza interiore e qualità ai rapporti sociali. Negli atteggiamenti e nelle parole di Gesù, che si oppone alla sofferenza e cerca di liberare da questa l’uomo-vittima, si trovano le fondamenta di ogni spirito del servizio alla persona.

Cristo educatore
Il Divino Maestro con la sua testimonianza ha ben dimostrato che per ottenere un valido risultato «bisogna agire», consapevoli che ogni moto di aiuto, se adatto a risvegliare desideri e volontà, può far giungere al miracolo. Cristo ha dunque offerto all’uomo le linee guida per poter aiutare l’altro, suggerendo con l’esempio i modi più idonei a intrecciare e strutturare validi rapporti con gli altri.
Si può senza dubbio affermare che la dottrina di Gesù è altamente formativa, Egli non consiglia mai atteggiamenti coloristici, non predica rassegnazione, ma svela all’uomo la sua altissima vocazione e gli mostra quanto sia indispensabile che raggiunga quella maturità ed equilibrio necessari per andare incontro a chi è ferito con una partecipazione non neutra, ma carica di una forte intensità affettiva, come nella parabola del buon samaritano. Il precetto che ci giunge è il rispetto dell’individuo, l’opportunità di considerarlo con molta concretezza, come «uomo  fenomenico», persona umana in tutta la sua realtà psico-fisica, un essere che pensa, ama, lavora, che è testimone delle sue origini e delle sue condizioni esistenziali, per poter così far breccia nella sua «anima» che rappresenta il suo «io» più intimo.
L’impegno di Cristo si è rivelato attraverso la sua persona come azione educatrice; non dobbiamo quindi pensare a un Cristo docente, come suggerisce erroneamente l’iconografia più comune, in cui il Figlio dell’Uomo è raffigurato seduto, col braccio destro alzato nel gesto tipico dell’eloquenza, col libro o il rotolo, dispiegato sulle ginocchia, gli occhi profondi e l’aspetto grave del saggio, ma a un Cristo Maestro di vita.
Il Maestro, dice  Sant’Agostino, non insegna, assolve al compito di testimonianza che gli è stato richiesto, Egli per mezzo di ogni sua azione offre all’uomo significativi contributi, che sono altresì preziose occasioni di far apprendere senza insegnare.
Il suo amore per l’individuo, ogni atteggiamento abituale di accoglienza, ogni rapporto con la gente, ogni parola, ogni gesto, è una testimonianza di quanto l’uomo, «totalità vivente la cui anima si esprime per mezzo del corpo», sia in grado, comportandosi nello stesso modo, di promuovere fiducia ed offrire aiuto all’altro.
Dove passa, si dice di Cristo, semina sempre il bene. Egli è Maestro ed ha educato l’individuo ad incoraggiare il bene negli altri. Il messaggio è chiaro: bisogna stare vicino alla persona in difficoltà, volerle bene, farla sentire circondata da un afflato di vero amore, entrare per simpatia in una idonea mediazione umana.
Il valore si scopre nello stare insieme, nell’aiutare l’individuo ripiegato sul proprio disagio ad uscire dall’isolamento. A tal proposito ci viene in mente Giobbe, solo nel suo letamaio, e Cristo, che abbandonato dagli uomini e, nella sua coscienza, anche dal Padre, grida: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato!» (Mt 27,46).
La persona in difficoltà ha bisogno di attenzione e amore, di vivere una forte carica di simpatia, di sentirsi ascoltata e compresa, di avere l’altro vicino, solidale e disponibile all’ascolto.
Ascoltare è più importante che parlare, tutto ciò che può essere detto con la parola spesso è inutile e talora può addirittura suonare irrisorio o esasperato, perciò è meglio condividere nel silenzio il disagio dell’altro.

Gesti e segni sensibili
I gesti di salvezza, i segni sensibili utilizzati da Cristo nella relazione con l’uomo, come il toccare (Mc 1,41) o l’imporre le mani (Mc 8,32-33) assumono un forte rilievo, scuotono tutte le fibre dell’essere e orientano a pensare.
La dimensione in cui ci si muove però è dialogica, per cui dal signum si passa alla res. Questi due fattori entrano in gioco come protagonisti dell’azione e, pur nella cornice più generale, si richiede che il tono delle ammonizioni sia incisivo, che il segno abbia chiarezza e visibilità e sia attuato con  la consapevolezza di un’efficacia intrinseca. Il gesto è un atto educativo, un’occasione di scambio che sostanzia l’aiuto all’altro; esso non deve mai essere furtivo e banale, deve creare un’atmosfera di calda umanità, di fede luminosa, di coraggioso ottimismo. L’ampiezza e la dignità del gesto manifestano un intervento liberatore, un saluto coinvolgente, dialogico, una pratica che offre conforto e fiducia.
Gesù ha messo al centro la persona nella sua piena identità, nella sua inviolabile dignità, nella sua unitarietà, una testimonianza, la Sua, da imitare con il suggerimento di prestare attenzione ad ogni singolo individuo, alla quotidianità  della sua esperienza, alle sue relazioni concrete e molteplici, impegnandoci in un dialogo liberante orientato alla promozione umana.

Agape
L’agape è l’amore verso l’altro, un amore  che accoglie e rivitalizza  germi che già esistono, ed è rivolto a  chi è bisognoso e devastato nel suo essere, lontano e smarrito. Un principio, questo, che riteniamo debba essere alla base della relazione pastorale di aiuto che poggia su fondamenti educativi ancorati alla capacità di ascolto e di stimolo.
L’uomo, quindi, può essere un mediatore, con acquisita capacità e disponibilità a riconciliare e promuovere la crescita verso la pienezza della vita. Una missione che egli, cosciente  della propria e altrui comprensione e accettazione, e prendendo a modello l’atteggiamento di Gesù, quale archetipo della relazione interpersonale, deve perseguire per aiutare l’altro a superare i conflitti che ostacolano il suo cammino.
È nell’«evento Cristo» che si sono manifestate l’empatia e l’accettazione incondizionata, presenti in ogni forma significativa di relazione di aiuto; una dossologia, una lode a Colui che si è fatto conoscere attraverso la sua trascendente accettazione.

Camminare insieme
Ogni uomo deve saper camminare insieme all’altro, proprio come in quel passo del testo di Luca che narra dell’apparizione di Cristo ai discepoli di Emmaus. L’uomo che, come il Signore precede nel cammino (Dt 1,33) che  conduce ad acque tranquille e pascoli erbosi (Sal 23,2), cammina assieme alla persona bisognosa di aiuto, desiderosa di crescita. Il modo di camminare insieme all’altro conferma l’importanza della relazione, che è la pietra angolare su cui si basano tutte le risposte generatrici di aiuto.

Guido Pesci
Pedagogista Clinico®