La solitudine dei numeri uno

di Laura Gurriera

 

Intorno al fenomeno dello sport, occorre privilegiare una riflessione orientata in senso pedagogico clinico, sostenuto dai valori etici, legati alla tripartizione del bene fisico, psichico e del bene soprannaturale delle persone. Dello sport si proclamano i benefici dell’autodisciplina, dell’ascesi, della relazionalità, ma si sottolineano anche i rischi e le correlate situazioni che possono generare gravi disordini rispetto all’integrità e allo sviluppo armonico delle persone. Negli ultimi decenni lo sport è diventato uno dei più imponenti fenomeni sociali dell’epoca contemporanea. L’imperativo dello sport, di qualsiasi sport, è vincere. Lo sport vive sulla supremazia, sul bisogno di forti e vincenti e spesso condanna i suoi campioni alla solitudine. Da ragazzi, nel gioco del calcio, in porta finisce sempre il più piccolo, che ha orecchie basse, che non osa ribellarsi alla condanna, oppure il più imbranato con i piedi, di quelli che, solo, davanti alla porta vuota, ti sparano un tiraccio sbilenco che sfiora la traversa dalla parte sbagliata. Ma poi c’è l’eccezione: quando in porta ci va uno che lo sceglie, uno che, spalle alla rete, sente di aver trovato il proprio posto nel mondo, e si frega le mani scrutando silenziosamente il campo. L’eccezione, appunto, anzi l’anomalia… Forse, e spesso come ogni matto, il portiere è un solitario anzi, qualcosa in più: è un uomo solo. Calciatori si diventa, portieri si nasce; è dunque una scelta, una vocazione, una missione, non esiste cioè alcun condizionamento esterno. Questa premessa, a significare, come spesso nello sport la scelta, e di praticarlo, e di diventare campioni, è dettata da condizionamenti esterni e lo stesso non è più inteso come il divertimento finalizzato a raggiungere la salute, la competenza sociale e la maturità motoria ma, al contrario, è una via per raggiungere il successo. La sicurezza e l’interesse nello sport, non derivano tanto dalle qualità di cui si dispone o dalle possibilità di raggiungere traguardi prestigiosi, quanto dal sentirsi sempre adeguati e sicuri nei confronti delle richieste. L’approccio educativo del mondo dello sport, è troppo spesso uno specchio attraverso cui si riflettono comportamenti ed atteggiamenti degli adulti; quindi, competitività esasperata, esclusione dei più deboli, accentuazione dell’aspetto fisico ed agonismo. Le pressioni, i desideri, le aspettative, la specializzazione  precoce, la ripetitività degli allenamenti e l’eccessivo carico di lavoro, l’agonismo esasperato, ci informano come si attribuisca alla vittoria, piuttosto che al successo, inteso in termini di obiettivi a breve, medio e lungo termine, una valenza eccessiva. Da qui i numerosi casi di burnout e conseguente dropout , con il rischio di rendere lo sport uno spazio di disagio, favorendo il manifestarsi di comportamenti ansiosi, di insicurezza, senso di scarsa auto-efficacia o di colpa per non poter o saper far fronte alle eccessive aspettative. Sono state individuate le cosiddette “sindromi specifiche da sport”, di cui una è appunto la “sindrome del campione”, riconoscibile per alcuni comportamenti critici: atteggiamenti paranoici e recriminatori, perdita del controllo emotivo, eccessiva ricerca di attenzioni, comportamento deviante, instabilità dell’umore, egocentrismo, senso grandioso di importanza, bassa tolleranza alla frustrazione. Tutto questo sintetizzabile in un unico denominatore comune: “la solitudine dei numeri uno”. I sentimenti di inferiorità derivanti da una scarsa valutazione di sè, possono compromettere la stabilità personale e l’adattamento caratteriologico. Un bambino insicuro è figlio di genitori che riversano su di lui le aspettative e i bisogni che hanno nella loro mente, l’idea di un figlio perfetto a cui sono disposti a dare tutto ma da cui esigono anche tutto.

Nella “sindrome del piccolo campione” un figlio deve riuscire in ogni ambito della vita, ed in questo caso nello sport, non è ammesso errore o fallimento. L’unico obiettivo è quello di raggiungere il successo, poggiando sulle spalle dei figli un peso ingestibile: quello dell’inaccettabilità del fallimento. Ne consegue lo sviluppo di una personalità narcisistica che è spesso da ricondurre alla mancanza di cure da parte di genitori anaffettivi  nei confronti dei figli, i quali , per difendersi da questa situazione, sviluppano una percezione grandiosa di sé. Non è un caso che spesso, queste persone, immaginano di avere un talento speciale o che venga riservato loro un futuro esclusivo o di essere superiori agli altri, per attutire un mondo familiare anaffettivo.

Da ciò ne conseguono casi di auto-emarginazione, auto esclusione, drop out che, dallo sport, si trasferiscono all’intera esistenza. E dunque…la solitudine, la solitudine di chi, ad ogni costo, deve fare i conti con un numero, il “numero uno”. Solitudine…che è non sentirsi parte del mondo. È vincere, sì, perdendo la sfida più importante: quella con se stessi. Solitudine che deriva da una grande sproporzione tra aspettative e quotidianità, e a salire sul podio, è l’incomunicabilità in un deserto di relazioni superficiali. Il mondo si è ristretto emotivamente, e sullo sfondo appaiono sempre più adulti egoisti e lontani dalle giovani generazioni. Adulti che sognano i loro desideri, che disegnano il loro futuro, che incoraggiano fantasie di grandezza, arrogandosi il diritto di decidere al loro posto. Nani, sulle spalle di giganti… Solo, per questo si riesce a vedere un po’ più avanti… Traguardi irraggiungibili. Per vincere ci vogliono gambe, testa e cuore e qui entra in campo la Pedagogia Clinica  che, dinamicamente aiuta ad avere tutte e due le gambe nella corsa verso il successo, tutte e due le braccia nella scalata verso la vetta della montagna. Promuovere lo sport a partire dalla promozione della persona che lo pratica, rappresenta il punto da cui partire per rendere significativa l’esperienza sportiva, restituendo alla stessa il suo significato profondo che è quello culturale; e lo sport diviene fatto culturale quando riesce a rivelare l’uomo a se stesso, il volto sotto la maschera, l’uomo al di là dell’atleta. Pedagogia Clinica e Sport dunque, un binomio possibile ed oserei dire imprescindibile, dove il professionista sarà guidato dal primario interesse per l’atleta in quanto prima di tutto soggetto, ricordano che non è la persona ad essere al servizio dello sport, bensì lo sport al servizio della persona. Un Pedagogista Clinico® che saprà dare alla spinta agonistica il giusto orientamento, trasformandola da semplice ricerca di  risultati tecnici, che comunque bisogna tenacemente perseguire, a nostalgia di traguardi più lontani, sconosciuti a giudici e tifosi: gli orizzonti più ampi dello sviluppo integrale della persona, favorendo lo svelamento della stessa. L’uomo è competizione, è vittoria e sconfitta, è tensione alla perfezione e abisso di incertezze, e come tale vuole essere accettato, capito, amato. E la Pedagogia Clinica, guardando all’uomo nella sua globalità, rilevandone potenzialità, abilità e disponibilità specifiche, considerando il soggetto unico ed irripetibile, può incondizionatamente porsi in una relazione di accettazione e comprensione, incidendo positivamente e concretamente nel vissuto soggettivo. La disciplina sportiva, se analizzata in un’ottica pedagogico clinica rappresenta un importante strumento di crescita personale dell’essere umano, rivelando la dimensione essenziale dell’uomo sia come essere “finito” (sconfitte, infortuni, incapacità di altruismo o di accettare un verdetto negativo), sia come essere “in-finito”’ capace di risorgere in ogni tentativo di superare i propri limiti. È ciò è fattibile attraverso l’approccio olistico di cui la Pedagogia Clinica si sostanzia, vedendo e considerando la persona nella sua interezza e globalità.

Unico ed irripetibile… Infinito… Come l’infinità dei numeri… Come un numero zero, che non è un numero, perché non vuole fare numero.

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n. 36/2017)

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