La solitudine nasce da un difetto di ascolto e di dialogo

di Aurelia Patrizia Billa

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Forse mai come in questi ultimi dieci anni si è parlato di comunicazione, di scambi, di interattività, e forse mai come a partire dalla seconda metà del XX secolo si è tanto sentito parlare  di isolamento, di solitudine. La sensazione di sentirsi soli fra la gente deriva dalla nostra difficoltà ad aprirci, ad instaurare un’intimità con l’altro, perché ne abbiamo paura. Temiamo che i nostri spazi vengano invasi,  che il nostro essere venga messo a nudo attraverso domande, curiosità, richieste, che in fondo, rientrano in quello che dovrebbe essere un normale approccio per dare inizio ad una conoscenza più approfondita. Siamo affetti dalla cosiddetta “sindrome da ascensore”, cioè ci troviamo quotidianamente a stretto contatto con persone che magari conosciamo da anni, eppure in loro presenza il sentimento che prevale è l’indifferenza o l’imbarazzo. Il fatto è che ogni conoscenza più approfondita porta via del tempo, tempo che è sempre più prezioso nell’ambito della nostra frenetica quotidianità, per cui ci costringiamo ad una selezione delle energie da destinare, che frequentemente porta a tralasciare l’approfondimento dei rapporti.
E  così, affidiamo le nostre parole, l’espressione dei nostri stati d’animo, a strumenti come il cellulare, gli sms, le mail … in cui la corporeità è assente e con essa anche la parte più vera della persona. Si tratta spesso di una comunicazione falsa e mascherata, che rischia di favorire l’isolamento e l’incapacità di sostenere un autentico rapporto con gli altri. Uno dei periodi più a rischio di solitudine è l’adolescenza. E’ un periodo molto complesso, fatto di cambiamenti a livello sia fisico che psichico. E’ una delicata fase di passaggio da un mondo fatto di giochi ed illusioni, ad uno caratterizzato da responsabilità e frequenti delusioni. In questo passaggio la creazione di un’identità forte e sicura gioca un ruolo fondamentale. “I giovani di oggi apparentemente sembrano avere tutto, ma in realtà manca loro qualcosa,  un’identità sicura, in un mondo pieno di input, un mondo veloce ed esigente che viene sollecitato continuamente dai mass media, dalla tecnologia, da modelli che mutano incessantemente e che confondono.” (Lo Iacono, 2003).  Essere adolescenti oggi è reso ancora più difficile dal fatto che la società e la stessa famiglia non sempre costituiscono saldi punti di riferimento. Da una parte, infatti, la società è esposta a continui mutamenti che coinvolgono vari livelli, politico, economico, culturale, valoriale; dall’altra la famiglia ha ormai una struttura fragile che le rende difficoltoso il ruolo di guida. A questa fragilità fatta di separazioni, divorzi, assenze, mancanza di tempo e di dialogo, si cerca di sopperire magari con l’indumento alla moda, il motorino, l’ultimo modello di computer o di cellulare, l’oggetto cioè diviene il surrogato dell’affettività genitoriale. Così, quando la solitudine si trasforma in vera patologia, l’adolescente, e non solo, può cercare rifugio in varie forme di dipendenza: farmaci, fumo, droga, cibo, alcool … internet. La dipendenza da un qualcosa è un modo, una inutile soluzione per sfuggire al dolore che si prova nel sentirsi soli.

Altro periodo dell’esistenza di un uomo a forte rischio di solitudine è la vecchiaia. 

Quanto alla vecchiaia sappiamo che il nostro è un Paese di anziani e che ciò è avvertito con crescente preoccupazione. Gli anziani con i loro bisogni impegnano risorse, costituiscono un onere economico, sociale e sanitario di difficile gestione. Il modo stesso in cui è strutturata ed organizzata la nostra società certo contribuisce a farli sentire più soli, dato che chi non è parte del sistema produttivo perde il suo valore e la sua utilità. Il paradosso: Il progresso allunga la vita, ma la società dice che gli anziani vivono troppo a lungo. Fra questi due estremi, l’adolescenza e la vecchiaia, ci sono tante altre solitudini, e molte hanno origine proprio all’interno della famiglia. Una famiglia in cui le unioni appaiono sempre più precarie e dove gli spazi per il dialogo e la comunicazione sono sempre più ristretti. La difficoltà di conciliare tempi di vita e di lavoro è sicuramente una delle cause che sottraggono alla famiglia l’attenzione e la cura necessarie per la sua stessa sopravvivenza. La mancanza di tempo, le preoccupazioni, tolgono spesso quelle energie che dovrebbero essere destinate a rafforzare il nucleo familiare per impedire che alla fine ci si ritrovi estranei e soli proprio al suo interno. La solitudine non ha età e non ha condizione sociale; a prescindere dalla nostra personalità si può insinuare in ognuno di noi, e se a volte può arricchire molte volte può tormentare. La diffusione ed il radicamento sociale del problema solitudine non sembra purtroppo corrispondere ad un’altrettanta diffusione degli studi. Si tratta, infatti, di un fenomeno poco approfondito e conosciuto dalla gente; sembra quasi che il fatto stesso di non affrontarlo legittimi il non riconoscimento della sua esistenza. La solitudine viene elusa, forse prevenuta, aggirata, ma difficilmente affrontata e superata. La soluzione di tale problema comporta quindi la necessità di studi ed approfondimenti ad un duplice livello sia sociale che psicologico. Questo ha motivato e rafforzato la scelta della tematica a questo Convegno. La solitudine “generazionale” impedisce  di dare valore, e quindi di svolgere il proprio ruolo sociale nelle varie fasi della propria vita: da figlio, da coniuge, da genitore, da nonno. Per reagire occorre un lungo e costante lavoro culturale che ponga al centro della società la persona umana e che promuova una cultura dell’essere e della costruzione del proprio essere, anche attraverso la riscoperta del senso della storia, della tradizione e della continuità e il recupero del rispetto per i valori che contano. Bisogna inoltre lottare contro la compulsività e le ansie che si stanno radicando nella nostra civiltà, che nel quotidiano determinano una ricerca affannosa di ciò che non si ha (che è quasi sempre solo il superfluo), mentre in un contesto più ampio conducono alla ricerca del potere espandendosi, guadagnando e conquistando a dispetto dell’altro, al prezzo altissimo di guerre e sopraffazioni di ogni genere. Ed è per tutto ciò che abbiamo insieme analizzato, in questo breve excursus, ma anche per ciò che è emerso dagli interventi degli Illustri Relatori, sul fenomeno della “solitudine” che sono fermamente convinta che in primis essa è frutto di un difetto di ascolto e di dialogo con le nostre componenti affettive. Avendo lavorato con i bambini per tutta la vita, mi rendo conto che dobbiamo iniziare da Loro, e per loro dobbiamo cambiare noi. Noi educatori, noi genitori, noi amici, noi vicini di casa, noi passanti di strada.  Quando abbiamo a che fare con i bambini, la cosa più essenziale che abbiamo da dar loro è “chi siamo e ciò che siamo”. E se è vero che  per imparare bisogna essere liberi, per educare bisogna esserlo altrettanto.  L’unica cosa di valore che possiamo dare ai bambini è ciò che siamo, non ciò che abbiamo. Diamo ai bambini la possibilità di essere, di essere se stessi e di trovare la gioia anche nel bisogno. Non diamo loro le nostre difficoltà! Lasciamo che scoprano le loro e che le superino. L’amore, la paura, la responsabilità  si apprendano, l’impegno, l’odio, la premura,  si apprendono, il rispetto, la bontà e la gentilezza d’animo si apprendono, ma per far questo è necessario essere dei modelli di riferimento, solo così potrà essere disponibile ad aprirsi ai sentimenti altrui e parteciparli. E’ importante lavorare sulle abilità di individuare e distinguere i propri vissuti emotivi attraverso il corpo, sulla capacità di esprimerli verbalmente dando loro un nome corretto e sulla capacità di rielaborarli tenendo conto del contesto nel quale hanno origine. E’ importante  sviluppare e potenziare le abilità empatiche, le quali permettono ai bambini di identificare e diversificare le emozioni altrui, rispettandole, comprendendole e rispondendo ad esse con modalità adeguate, percependo l’altro nella sua globalità. E’ importante ascoltare i bambini ed è importante educarli all’ascolto … e l’educazione è data dall’ esempio. In principio è l’ascolto. La parola viene dopo. Non c’è nessun “io parlo” se non è preceduto da un “io ascolto”. L’ascolto prende il suo primo avvio già da quarto mese e mezzo di vita fetale e riveste subito una funzione fondamentale per lo sviluppo psicofisico. Esso favorisce le future facoltà comunicative, emotive, cognitive e motorie del bambino. L’ascolto è un sistema circolare: ascoltarsi, ascoltare ed essere ascoltati. Quindi il primo passo è diventare dei bravi ascoltatori di se stessi: delle proprie emozioni, delle proprie paure, dei limiti, delle fragilità, delle potenzialità. Conosciamo solo una piccola parte di noi stessi anche se la nostra presunzione ci porta ad affermare il contrario. Se impariamo a ad ascoltarci, a prendere sul serio i nostri sentimenti, qualunque sia la loro natura, allora saremo in grado di ascoltare gli altri e di non prenderci gioco dei loro sentimenti. Dipende dalla nostra capacità di accettarci senza riserve, nonostante le nostre angosce, ansie, conflitti e contraddizioni , la capacità di accettare anche quelle degli altri e di essere nei loro confronti meno difensivi e più tolleranti. L’ascoltare è un’arte difficile. E’ certamente più difficile del parlare. La nostra è una società in cui tutti parlano e pochi ascoltano.

Ed infine : il bisogno di essere ascoltati, di ricevere conferme della nostra identità, di sentirci sostenuti nei momenti di debolezza e di essere curati delle ferite che la vita ci riserva, non è l’eco della nostra relazione iniziale con la madre che ci accudiva e ci riconosceva? Tale bisogno riaffiora, in modo più o meno intenso, lungo tutto l’arco della nostra vita. Si vive senza lasciarci toccare dalla presenza dell’altro perché sempre più prigionieri della maschera del nostro ruolo. “Vediamo”, “sentiamo” e “ascoltiamo” gli altri nella misura in cui siamo  capaci di “vedere”, “sentire” e “ascoltare” noi stessi. Diversamente, la probabilità è quella di scaricare sugli altri i nostri conflitti interni. In ogni parola vi è racchiuso un vissuto personale fatto di sentimenti, emozioni, desideri e bisogni. Chi parla, comunica sempre qualcosa di personale, anche se all’apparenza sembra insignificante.

Essenziale è il ruolo delle parole. Esse hanno un enorme potere: possono unire, dividere, ristorare, ferire, accogliere o rifiutare, possono aprire un incontro o provocare una separazione, sono segno di grande amore ma anche di grande odio, hanno il potere di curare o di generare  sofferenza.

Impariamo, anche, ad ascoltare il silenzio! Ci sono silenzi significativi e parole senza senso.  E ancora … la voce. La voce è l’anima che si fa suono! Un suono che tradisce i segreti del mondo interiore che è possibile capire proprio facendo attenzione alla sonorità, alla tonalità o per meglio dire, alla musicalità della sua voce.

E’ chiaro che l’udire e l’ascoltare  non sono la stessa cosa.

L’udire è un atto fisico. Ascoltare è un atto intellettuale, ma soprattutto emotivo.

Se l’udire riguarda l’orecchio, l’ascoltare impegna il cuore.

Per educare i bambini, dobbiamo imparare a parlare con loro. Dobbiamo cercare di entrare nel loro mondo e smetterla di parlar loro del nostro. Ascoltiamoli. Invitiamoli a dirci che cosa vedono e sentono e odono perché, questo ci sorprenderà e ci rimetterà in contatto con la meraviglia che era in noi e che abbiamo dimenticato.

Ciascuno di noi è un’entità diversa e autonoma, con diverse esigenze, diverse capacità di apprendere e di amare. La nostra felicità alberga in noi. Le risposte sono dentro di noi. Vi sono momenti in cui avvertiamo la necessità di essere guidati o stimolati, sostenuti, accompagnati … ma solo per il tempo che ci consente di ritrovare l’equilibrio e proseguire lungo la nostra strada La scienza in generale e la Pedagogia Clinica wp-svg-icons custom_icon=”LOGO-GRECO-OK” wrap=”i”, in particolare, può fare molto affinché l’individuo possa ritornare ad essere soggetto attivo nella ricerca di nuovi percorsi e possa esercitare un nuovo senso critico e maggior capacità di valutazione nel rielaborare i messaggi che la società odierna diffonde. Il Pedagogista clinico utilizza il Reflecting, egli accompagna la persona in un percorso di ascolto del proprio mondo interiore e quindi delle zone più intime e meno chiare della propria esistenza, dove si possono trovare le chiavi per decifrare la propria storia personale, perché ascoltare se stessi significa andare al di là dell’orizzonte rassicurante della ragione per gestire la complessità e l’imprevedibilità del cuore.

Il Pedagogista Clinico è in aiuto alla persona, affinché  ella acquisisca un maggiore disponibilità a percorrere i paesaggi dell’anima nelle sue diverse stagioni, da quelle luminose e calde della primavera e dell’estate a quelle crepuscolari e gelide dell’autunno e dell’inverno. Sa essere un buon compagno per incamminarsi nei sentieri che fanno assaporare il piacere del bello e del nobile, aprendosi alla gioia del vivere. Vorrei concludere condividendo con voi la mia grande gioia nell’aver scoperto, durante la mia formazione pedagogico clinica, che esiste una scienza nella quale mi sono pienamente ritrovata e che mi ha permesso di dare ordine e definizione alla mia lunga esperienza di educatrice e di docente. Mi sono pienamente ritrovata nella visione olistica della persona come creatura meravigliosa, straordinaria, bella, creativa e originale che è stata creata, non per nascondersi, isolarsi, ma per donarsi, per condividere questi meravigliosi doni con gli altri. E il termine “in aiuto alla persona” mi ha permesso di conciliare la professione alla mia profonda cristianità.

La solitudine non ci appartiene, non deve appartenerci!

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n. 36/2017)