La solitudine nell’Adolescenza

di Anna Bagnara

 

 Adolescenza deriva dal latino adolescere che significa “crescere, rafforzarsi”. In realtà è un periodo di enorme instabilità emotiva e comportamentale, caratterizzato da grande fragilità all’interno del quale l’adolescente si trova “solo” ad affrontare la vita con la sensazione di essere incompreso e incapace di comunicare. Ciò porta lo porta in uno stato di grande solitudine. L’adolescente fatica a “riconoscersi”: pensa nuovi pensieri, sperimenta forti emozioni fino ad allora sconosciute, si guarda allo specchio e si trova diverso. In questo periodo della vita, l’umore è prevalentemente irritabile; è presente la sensazione di non essere compreso e approvato dagli altri, ha una sensibilità al rifiuto, soprattutto quello affettivo. Le attività sociali sono compromesse tende a rinchiudersi in uno stato di solitudine e chiusura verso gli altri. I cambiamenti che si sviluppano nel corso dell’adolescenza non sono facilmente comprensibili dai genitori. Spesso i cambiamenti nell’organismo in questa fase: (accresciute dimensioni fisiche, cambiamento della voce ecc..), cambiamenti di sviluppo cognitivo (ideali, culturali, gusti ecc..), fanno percepire l’adolescente dal genitore come una persona improvvisamente diversa e “nuova”. Le reazioni dei genitori possono essere contrassegnate da ambivalenze; tra la gioia dell’accettazione della crescita del figlio e sentimenti di ansia sulle conseguenze della ricerca di autonomia. In questa delicata fase della vita di ognuno si crea una decisa difficoltà nel relazionarsi efficacemente. L’adolescente comincia a costruire la propria capacità di essere indipendente e per fare ciò può adottare comportamenti ed atteggiamenti di contrasto al tentativo dei genitori di controllo. Il genitore si trova, così, in una condizione difficile poiché vorrebbe cercare di risolvere questo disagio che sostanzialmente è comunicativo, ma spesso non riesce a farlo. Queste situazioni spesso richiedono l’intervento del Pedagogista Clinico®, professionista che si basa sul principio di “aiuto alla persona” e si riferisce ad un “atto di studio, verifica, progettazione e intervento” portato in modo ravvicinato e diretto alla singolare individualità delle persone, dei gruppo o delle situazioni. L’intervento pedagogico clinico, ha un obiettivo educativo, aiuta l’altro a trovare le risorse adatte per vivere in maggiore stabilità. Il carattere di un’epistemologia pedagogica dell’intervento di aiuto non assume pertanto l’aspetto correttivo- curativo: il Pedagogista Clinico infatti non corregge né cura, non insegna né ammaestra, ma, a partire da un disagio, da una difficoltà, facilita l’autoapprendimento delle modalità per far fronte alla situazione problematica e stabilire un nuovo equilibrio. Per migliorare la sfera relazionale nei ragazzi, sarebbe necessario mettere in atto attività che siano occasioni di scambio  e che incrementino il gusto di conoscere e di conoscersi e la condivisione in un clima sereno e rispettoso dei ritmi di ciascuno, secondo i principi della nuova maieutica e della Pedagogia Clinica  stessa. Diventa inoltre possibile una modalità relazionale che, partendo dal rispetto e dall’ascolto di sé e dell’ altro, crei un clima di armonia e di piacevolezza nell’ imparare non in maniera nozionistica che diventa un reale processo di apprendimento attraverso l’esperienza, il fare, il mettersi alla prova. In questi ambiti il valore del gruppo diventa molto più grande, perché in esso si può sperimentare un modo di apprendere diverso: i processi relazionali e in quanto tali contraddistinti da movimenti ed evoluzioni, danno la possibilità di incrementare la consapevolezza, arricchendo sia l’aspetto emotivo-affettivo che quello cognitivo. Si fa esperienza insieme sviluppando la comunicazione, le emozioni, la percezione del sé fisico e psichico, la creatività, il movimento e l’espressione corporea e la consapevolezza. Il principio che sostiene l’intervento pedagogico clinico nel gruppo è quello di promuovere negli adolescenti la spinta a rendersi protagonisti attivi nella realizzazione di attività in cui si valorizza istanze di autorealizzazione nella consapevolezza dello stare con l’altro. La Pedagogia Clinica a sostegno delle attività laboratoriali offre tecniche e metodi e quindi possibilità di interventi concreti e mirati allo sviluppo di tutti quelle componenti che costituiscono l’unità psico-fisica dell’individuo. Tali esperienze possono essere offerte sia dal Metodo Discover Project Verbalizzato® che dal Metodo Edumovement® che tiene conto anche del contributo che il movimento apporta alla sviluppo della consapevolezza del sé, alla costruzione della propria identità e alla capacità di instaurare rapporti soddisfacenti con l’altro Questa possibilità di raggiungere una espressione più creativa e libera di sé può essere incrementata dai contributi offerti dal metodo Ritmo Fonico® e, attraverso una attenta educazione al suono e al movimento, favorita dagli apporti dei metodi Bon Geste® e Prismograph® con cui poter raggiungere una più equilibrata distribuzione della propria tonicità muscolare e del proprio dinamismo respiratorio e, attraverso questa via una maggiore disponibilità a superare forme di inibizione o di imbarazzo nello sperimentare e fare esperienze di vissuti spazio temporali, alla scoperta e valorizzazione del proprio sé.

Anche la Musicopedagogia® che utilizza l’elemento sonoro, ritmico, spazio temporale e vibratorio aiuta ad indurre e a stimolare le condizioni per uno stato di benessere emotivo, apre i canali di comunicazione non verbale e cioè corporeo-sonoro e musicale e favorisce processi di socializzazione e di scambio comunicativo ed espressivo interpersonale. Utilizzando l’ascolto di musica preliminarmente composta si favorisce effetti regressivi e flussi affettivi positivi, l’attenuazione dell’ aggressività, il recupero dei ritmi biologici ed il riequilibrio tonico/muscolare.
Negli spazi dei laboratori attraverso la messa in atto di tecniche tratte dal metodo InterArt® che prende in considerazione tutte le forme espressive quali la musica, la poesia, la pittura, la scultura, il disegno, la danza, gli individui sono sollecitati a cimentarsi con una produzione estetica personale per giungere a vivere esperienze centrate sul bello ed ottenere una stimolazione affettivo-emotiva ed intellettuale che guidi verso una maggiore sensibilità al valore dell’armonia.
Attraverso i giochi di relazione inoltre si permette e si rende possibile la presa di coscienza e l’elaborazione di nuove modalità di espressione e di interazione, che conducono verso una liberazione interiore dell’individuo, sostenuta da una migliore gestione delle sue emozioni. L’individuo cioè scopre nei giochi di relazione la possibilità di prendere coscienza delle proprie emozioni e sensazioni, di sviluppare la propria personalità e di entrare in contatto con ogni parte di sé.
Tali esperienze che creano un terreno di costruzione del sé diventano patrimonio individuale e di gruppo, entrano a far parte del vissuto e della memoria profonda di ciascun componente che sarà successivamente in grado di trasferire e di generalizzare il risultato di tali esperienze in altri contesti anche esterni alla scuola stessa.

In conclusione la comunicazione aperta e condivisa all’interno di un gruppo consente alle persone in particolare all’ adolescente di sentirsi “accolto” e “non giudicato”. La relazione fra pari crea uno spirito solidale importante per vincere gli effetti negativi della solitudine.

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n. 36/2017)

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