Lettera di presentazione di sé nella pratica della Pedagogia Clinica

di Franca Sesto

 

Il termine “narrazione” in questo articolo è utilizzato con il significato di ricerca personale delle parole adatte per dare forma al proprio pensare, al proprio essere, al proprio Sé, narrazione quindi come capacità di pensare i pensieri, di pensare i processi che strutturano le scelte, le decisioni, nello sforzo costante di non omologarsi a schemi di pensiero elaborati da altri (L.Mortari, (2003) apprendere dall’esperienza. Il pensare riflessivo nella formazione. Roma: Carocci).

Ogni persona ha una storia dentro di sé, che è la sua vita. Per diversi motivi, può accadere che non si riesca più a leggere la propria storia da soli, si ha bisogno di qualcuno che con la meraviglia degli occhi e specifiche competenze professionali aiuti a ri-vederla perché si possa continuare a raccontarla a se stessi. La Pedagogia Clinica  con la sua profonda fiducia nell’educabilità di ogni uomo, con la peculiarità dei suoi molteplici e sperimentati metodi, accompagna i soggetti che non riescono più a vedere la trama della storia personale, a ri-scoprire il gusto di vedersi e di narrarsi, restituendo ad ognuno la possibilità di divenire ciò che egli è già dentro di sé, educando appunto, risorse e libertà generate onde permettere al soggetto di attuare la forma di se stesso.

Il bisogno umano di narrarsi è insito in ognuno e risponde all’esigenza di rappresentarsi a se stessi e agli altri. È una necessità che attraversa tutte le età ed è motivata da molteplici impulsi: il piacere di essere compresi, il bisogno di costruire un senso del Sé, il bisogno di appartenenza ed il bisogno di condividere. Fin da bambini e per l’intero arco della vita, non facciamo altro che raccontare noi stessi attraverso storie che rappresentano dei veri atti narrativi, in quanto frutto di operazioni attive di organizzazione ed elaborazione dei diversi episodi che riteniamo più importanti per la nostra vita. Esiodo ci dà come prima realtà creata il caos, una materia nebulosa e senza forma. L’uomo, guardando la propria identità, vi ravvisa la stessa oscurità, ma anche la necessità di trovarvi ordine per comprendersi e condividersi con gli altri. Da questa esigenza di ordine nascono le autobiografie con lo scopo di raccontarsi e trovare per questa via un ordine interiore (Demetrio, D. (2012). Educare è narrare. Milano: Mimesis). Il racconto autobiografico non solo è presente nelle storie individuali, ma da sempre è vivo nella storia dell’umanità. In ogni epoca l’essere umano ha sentito la necessità di fissare alcune tappe della sua esperienza per delineare in modo duraturo il proprio vissuto. Con l’autobiografia l’uomo può comunicare la sua rispettiva memoria, comprendere la direzione della personale avventura esistenziale, lasciare una traccia di sé nel tempo.

 Il narrare è infatti costitutivo dell’essere umano e permea la persona stessa. Ricoeur (Ricoeur, P. (1994). Tempo e racconto, vol. 3. Il tempo raccontato. Milano: Jaca Book) afferma che le persone sono identità narrative, identità narrative aperte perché, attraverso la propria storia, il soggetto non si limita soltanto a far venire alla luce ciò che è, ma si crea e si inventa progressivamente.

Secondo Bruner (1992), la narrazione è nell’uomo una sorta di attitudine o predisposizione a organizzare l’esperienza in forma narrativa, in strutture di intrecci e così via. Il racconto di sé è ricerca di significati, è rievocazione autoriflessiva delle parti che costituiscono la propria storia. Narrare equivale quindi a una o più unità di significato dotate di ordine interno, di concatenazioni sufficientemente esplicite e quasi sempre in associazione ad altre storie. Queste talvolta attiveranno processi cognitivi analogici per l’esperienza di chi in quella storia trovi o cerchi risposte alle proprie domande non solo pratiche, ma esistenziali, filosofiche, religiose (Demetrio, 2012).

È quindi il significato, inteso come principio strutturante dei processi e delle vicissitudini umane, che viene trasmesso ogni qualvolta qualcuno narra ad altri fatti o eventi vissuti. Il nostro bisogno di trovare un senso a ciò che facciamo, o gli altri fanno, ci indica quanto è importante per ciascuno arrivare a comprendere il senso di tali azioni. La vita non ce lo fornisce già preconfezionato. Un aspetto del nostro cammino consiste nel trovare e nell’attribuire un significato all’ impostazione di vita che scegliamo o siamo costretti a vivere. Esso non è immutabile nel tempo, ma ogni fase della maturazione psico-emotiva modifica quello della fase precedente o lo cambia radicalmente. Si hanno allora momenti critici, ma creativi, perché la persona evolve nella visione della vita, nella comprensione di se stessa e degli altri, nella scelta dei valori che guidano le sue azioni. Il mondo contemporaneo è segnato dall’inquietudine e dal dubbio, dalla consapevolezza della difficoltà che l’uomo trova nel vivere la felicità alla quale naturalmente aspira. La persona appare carica di bisogno autobiografico poiché ormai contrassegnata nel suo sé da uno statuto narrativo: infatti si è quello che si riesce a ri-elaborare di sé, e della propria immagine, si è quello che lo sguardo interiore disvela nel gioco dell’introspezione autobiografica. L’uomo contemporaneo ha sete di narrazione poiché in essa ritrova spazio e tempo per la propria vita.

 Sono tanti gli autori e i ricercatori che ci fanno entrare, in un modo o nell’altro, nel mondo delle storie di vita in formazione. A volte per determinare il processo di costituzione individuale, ovvero come gli individui sono diventati individui, a volte per rispondere alle domande: “Chi sono io?”, “Perché e come sono arrivato, oggi, a pormi la questione della mia identità?”, “Da quale processo cognitivo discendo?”, “In chi mi riconosco” ecc. Il pensatore che più di altri offre le coordinate per un corretto e non superficiale inquadramento del pensiero narrativo è senza dubbio Paul Ricoeur, pur riconoscendo un posto importante a Bruner, Demetrio, Smorti, Levorato, Pesci per il loro pensiero sul valore formativo della narrazione, dell’autobiografia e della storicità della persona. Vediamo intanto, di costoro, alcuni principi.

Come è stato osservato, tutta l’opera di Ricoeur può essere vista come una lunga e paziente pratica narrativa. Il testo narrativo comincia ad attirare l’attenzione della psicologia intorno agli anni ’70 e verrà poi utilizzato in ambito culturale, clinico, educativo. Secondo Ricoeur, poiché in principio è il racconto, di non narrativo c’è solo la natura senza l’uomo, ma appena l’uomo dice la natura o dice se stesso: … ecco il racconto (Nanni, A. (1996). La pedagogia narrativa: da dove viene e dove va, in per una pedagogia narrativa. Bologna: Emi. Nanni, p.41). Il pensiero narrativo, afferma Ricoeur, presenta sue peculiari caratteristiche: non è fondativo, non è paradigmatico, ma nondimeno è pensiero, cioè dotato di una sua propria intelligenza che Ricoeur definisce appunto narrativa. Inoltre, egli lega strettamente la narrazione alla temporalità, perché solo attraverso la narrazione è possibile cogliere l’esperienza del tempo. La storia prende forma attraverso il racconto. Concorda con Roland Barthes, il quale afferma che la narrazione ha una dimensione universale e non esiste popolo senza racconto. “Il racconto comincia con la storia stessa della umanità. … Non sappiamo che cosa sarebbe una cultura nella quale non si sappia più cosa significhi raccontare” (Ricoeur, 1986, vol. III, p.54). 

Secondo Bruner, studioso degli anni Settanta del Novecento, la narrazione è uno dei meccanismi psicologici più importanti a partire dall’infanzia. Egli afferma la centralità del pensiero narrativo non solo per gli aspetti cognitivi, ma anche per il valore di scambio sociale. Riconosce nell’uomo un’attitudine o predisposizione a organizzare l’esperienza in forma narrativa e a darle un significato specifico a livello temporale o culturale. Ogni individuo sente il bisogno di definirsi come soggettività dotata di scopi e intenzionalità e ricostruisce gli avvenimenti della propria vita in modo che siano in linea con questa idea di Sé. Bruner, J. (1992). La ricerca del significato. Torino: Boringhieri).

Demetrio è l’autore più conosciuto per il metodo autobiografico come cura di Sé. Secondo lui, l’autobiografia è una metodologia umanistica e di tutto rispetto. Si ricollega alla tradizione pedagogica antica e contemporanea che ha privilegiato l’apprendimento dall’esperienza: il contatto diretto con le cose e gli altri. Con il metodo autobiografico ci si pone davanti al foglio bianco e lo si riempie con proprie parole avendo per protagonisti se stessi, cercando di essere il più possibile onesti nello scrivere gli eventi positivi o i fallimenti, gli errori, gli avvenimenti più o meno drammatici della propria vita. È un lavoro di meta-cognizione, di rielaborazione e trasformazione del vissuto, e questo lavoro interiore fa nascere nuovi significati. L’introspezione sviluppa quindi un senso di pienezza e di auto nutrimento: comprendiamo che ci siamo autoalimentati non attraverso le semplici rievocazioni, ma mediante la trama interiore che abbiamo costruito e che ha dato luogo a immagini, forme e nuove storie (Demetrio, 1996, p. 51).

Scrive Smorti “l’autobiografia può essere considerata un resoconto di testi nei quali il soggetto agisce in una duplice veste: come narratore e/o come attore. Come resoconto, l’autobiografia è specializzata nel dare significato agli eventi che riguardano il Sé. Potrebbe essere definita una composizione di testi. I testi vengono selezionati, tutti o in parte, e organizzati allo scopo di attribuire coerenza e continuità al sé. Questa coerenza tuttavia è realizzata sia modificando la storia della propria vita sia anche rendendo le proprie azioni coerenti con essa. Il resoconto non è solo la rappresentazione di un testo, non è solo ciò che raccoglie e organizza l’esperienza, ma anche ciò che la produce… Il resoconto quindi è uno sguardo sul passato ma anche un’anticipazione sul futuro, una guida per l’azione” (Smorti, A. (1997). Il sé come testo. Costruzione delle storie e sviluppo della persona. Firenze: Giunti, pp.31-32).

Per Levorato, come per altri psicologi, il pensiero narrativo è basato sui bisogni dell’essere umano, un dare forma e senso alla realtà e al proprio agire, un comunicare agli altri i significati colti nell’esperienza, un mettere in relazione passato, presente e futuro. Fondamentalmente, Levorato sottolinea che i processi di comprensione e produzione di testi narrativi (scritti e non) vedono coinvolte numerose abilità e funzioni: il linguaggio, la memoria, il processamento dell’informazione, gli schemi di conoscenza, la meta-cognizione. Afferma l’assunto che esiste nella nostra mente una struttura di conoscenza corrispondente alla grammatica interna, attraverso la quale le storie vengono prodotte e comprese. Tale struttura mentale è denominata schema delle storie ed è spontaneamente costruita attraverso ripetute esposizioni alle storie. Pone il pensiero narrativo alla base della costruzione dell’Io. (Levorato, M.C. (2000). Le emozioni della lettura. Bologna: Il Mulino).

Tra i sostenitori del valore pedagogico clinico della Storicità della persona non si può dimenticare Guido Pesci, fondatore della Pedagogia Clinica in Italia: “Per la pedagogia clinica l’Analisi Storico Personale è il racconto della storia di un individuo, la rilevazione delle fasi principali del suo sviluppo, degli eventi importanti della sua vita e le reazioni a essi. Un racconto da cui poter riassumere ogni condizione di vita dell’individuo e capire come l’agio e il disagio prodotto abbiano influenzato il suo modo attuale di vivere e di agire. Si definisce perciò in un ambito ampio: è l’occasione per un incontro con il soggetto, una interessante opportunità offerta per fare una analisi approfondita sulla sua storia personale, familiare e sociale […] incontro utile per raccogliere notizie anche per mezzo di messaggi silenziosi osservando manifestazioni che rivelano e svelano ciò che altrimenti può essere taciuto” (Pesci, 2014, p.45). Fin dal primo contatto con la persona che chiede aiuto, il Pedagogista Clinico® pone la sua attenzione su ogni suo aspetto, non lasciando nulla al caso per avviare un processo conoscitivo. Il momento percettivo è la fondamentale premessa per pensare, in seguito, il percorso educativo in risposta al bisogno specifico della persona. Il requisito prioritario che caratterizza la professionalità del Pedagogista Clinico è la capacità di interazione dinamica efficace, per esercitare uno scambio simpatetico fino a promuovere processi di condivisione. Le storie dell’altro lo precedono anche nei documenti che la persona porta. Pertanto, di ogni forma di narrazione il professionista diventa custode, vivificandola poi nell’ incontro con l’altro, accogliendola come traiettoria possibile di narrazione. Queste, e altre informazioni utili alla conoscenza del soggetto, sono possibili grazie al bisogno innato della persona di raccontarsi, alle modalità insite nell’approccio pedagogico clinico e alla nuova maieutica, che favoriscono la narrazione di sé.

 Il Pedagogista Clinico, è ben consapevole che per accompagnarla occorre conoscerla, verificare in un’analisi approfondita e sistematica ogni aspetto caratterizzante la persona sia quale testimone di disordini e disagi, sia quale possessore di Potenzialità, Abilità e Disponibilità. Questo professionista non misura, ma analizza l’integrità e l’adeguatezza dell’efficienza, le cause dell’insuccesso e considera la persona come unità complessa, piena di risorse interiori. Nel suo approccio conoscitivo quindi egli si avvale di progrediti criteri e strumenti di verifica  fra i quali  la Lettera di presentazione di sé, che costituisce una nuova modalità narrativa. Molti di questi strumenti del momento conoscitivo utilizzano come forma narrativa i linguaggi motorio, grafico, cromatico, figurativo, mentre il Colloquio storico Personale utilizza il linguaggio verbale e non verbale. Solo la Lettera di presentazione di sé si esprime con il linguaggio della scrittura, invece raramente usato nei metodi pedagogico clinici.

L’Analisi Storico Personale, attraverso il Colloquio e la Lettera di presentazione di sé sono fortemente correlati al raccontarsi come bisogno umano. In essi si riscontra la duplice valenza: di strumento conoscitivo per il Pedagogista Clinico e spazio per raccontarsi per la persona. Il primo passo verso la verifica delle PAD è l’Analisi Storico Personale. Nella fase dell’Analisi Storico Personale, il Pedagogista Clinico pone al centro della relazione la storia di vita della persona, sia per raccogliere notizie su di essa, sia come analisi della sua autobiografia con lo scopo anche di promuovere in essa l’attitudine ad avere Cura di sé, a rileggere e riscrivere il canovaccio della propria esistenza in piena autonomia, in vista di nuovi orizzonti esistenziali. Quanto detto vale soprattutto per adolescenti, adulti, anziani dotati – secondo peculiarità dell’età – di capacità narrative, di rivisitare i labirinti della propria memoria e rendere visibili e manifeste le parti della storia personale nascosti nella mente. Tutti i mezzi e strumenti di verifica delle PAD sono ottimi per entrare nei luoghi interiori dell’edificio autobiografico della persona, ma – a mio giudizio – con l’ausilio del metodo Reflecting, il Colloquio Storico Personale risponde più di altri al bisogno umano di raccontarsi.

È nella memoria autobiografica che si depositano e sedimentano progressivamente le esperienze di vita di cui non possiamo ricordare tutto, ma che edificano quello che siamo. Pur dimenticando molto di quanto è depositato negli immensi magazzini della memoria, in condizioni favorevoli, quali il colloquio storico personale nel setting pedagogico clinico o in un momento particolare della propria vita, è possibile, in uno spazio riflessivo, far riemergere inaspettatamente ricordi rimasti a lungo nell’oblio e ridare ordine al caos che caratterizza quella parte della vita. “Al professionista, dunque l’impegno di accompagnare la persona nell’elaborazione delle tante situazioni che le appartengono, consentendole di percorrere incerti sentieri, rintracciare ciò che la frena, che la fa sentire intrappolata, inibita, bloccata, elaborare fallimenti e frustrazioni e muovere verso la ricerca di verità inconfessate” (Pesci, 2014, p. 78). È del Pedagogista Clinico il duplice compito, in un clima relazionale accogliente e caldo, di condurre il Colloquio Storico Personale in modo da verificare le PAD nella persona che si racconta e aiutarla a prendersi in carico.

La Lettera di presentazione di sé è la novità tra gli strumenti conoscitivi che il Pedagogista Clinico può utilizzare. Il Pedagogista Clinico propone la Lettera di presentazione di sé nei primi incontri: essa, a mio giudizio, si caratterizza come spazio autobiografico e la narrazione si esplica attraverso il linguaggio scritto: “La Lettera di presentazione di sé, è una nuova modalità narrativa, non così dissimile dal tema richiesto dagli insegnanti a scuola, ma realizzata con modalità proprie e criteri di lettura specifici” (Pedagogia Clinica, 2014. n° 30, p. 10-15). In tale strumento, oltre alle potenzialità conoscitive che lo caratterizzano, è evidente la valenza educativa. Perché la storia dell’individuo che si costruisce lungo tutta l’esistenza, è sempre ricca e varia e, attraverso l’autobiografia o il racconto di Sé, la persona dà forma e significato alla propria vita, alle proprie esperienze e a se stesso, costruisce lentamente il Sé come testo (Cfr. Smorti 1997). Il pensiero narrativo-autobiografico, che sottende la scrittura autobiografica, è un pensiero che “mette insieme le parti” (Bruner,1992); “lega tra loro le parti” (Smorti, A. (1994). Il pensiero narrativo, costruzione di storie e sviluppo della conoscenza. Firenze: Giunti). Sarà arte del professionista creare il momento in cui l’altro può scegliere cosa e come raccontarsi. Egli è ben consapevole che non deve interpretare perché la persona scrive ciò che scrive né costruire ipotesi sul significato o su come la persona stessa funziona, ma ascoltare, osservare chi gli sta di fronte nel momento in cui è chiamato a presentarsi.

La proposta della lettera di presentazione di sé è: “Scriva una breve lettera indirizzata ad una persona che vorrebbe la conoscesse molto intimamente e alla quale desidera presentare gli aspetti principali di come sta con se stesso e con gli altri”. Che cosa succede una volta che la narrazione autobiografica sia stata prodotta? Ecco una illuminante definizione di Andrea Smorti (Smorti, A. (2007). Narrazioni. Cultura, memorie, formazione del sé. Firenze: Giunti.2007, p. 107): “… un Sé che narra storie in cui il Sé raccontato fa parte della storia, un Sé narratore e autobiografico. Nella narrazione autobiografica un narra se stesso ma narrando se stesso, costruisce qualcosa che prima non c’era, un Sé che, costruito in tal modo, a sua volta ri-diventa il narratore di se stesso, e così via”. Si tratta pertanto del Sé, concepito, costruito e trasformato nella narrazione autobiografica, esperita ad alta voce a qualcuno, dopo che era stata ripensata nel linguaggio interiore. Proporre di narrare la propria storia a persone con vite problematiche significa, innanzitutto, offrir loro la possibilità di dare testimonianza della propria esistenza, di riscoprirsi come soggetti dotati di una storia che può essere raccontata ad altri e di rintracciare nella risonanza emotiva che sperimentano in quegli attimi, somiglianze e affinità inattese. “Nell’incontro con l’altro, i soggetti acquisiscono la consapevolezza della propria unicità e, a partire da essa possono mettersi in gioco come individui capaci di progettare. … Scoprire che qualcuno prova interesse per la propria storia, e non solo per i dati evidenti del proprio disagio, inizialmente può risultare spiazzante. Passare da una visione di sé come bisogno ad una di soggetto protagonista di una storia, complicata ma dotata di senso, richiede la capacità di modificare il proprio modo di porsi all’interno di una relazione che non ha solo un valore strumentale, ma educativo, scoprendo la valenza formativa di un colloquio” (Biffi, E. L’ intervento educativo fra narrazione, storie di vita e autobiografia. Milano: Franco Angeli.Biffi, 2010, p. 138). Educabilità e relazione sono il cuore della Pedagogia Clinica, costituiscono la possibilità di accompagnare il soggetto, in condizione autoriflessiva, nel metaforico viaggio dentro e fuori di sé, come opportunità per costruire nel qui e ora uno spazio per il riconoscimento di sé e dell’altro, sentirsi partecipe e protagonista del proprio esistere.

Un dentro di sé che afferma l’esistenza di un mondo interiore, non come rifugio intimistico, ma come centro vitale in cui dimorano le proprie risorse: l’io, la coscienza, le emozioni, i sentimenti, gli affetti, i ricordi, la ricerca della verità.

Un fuori di sé che riflette la realtà esterna fatta di cose, immagini, azioni, relazioni tra persone. L’interiorità come spazio in cui, nella continua tensione tra il dentro e fuori, è possibile raggiungere l’autocoscienza. L’interiorità quindi come espressione di un’attitudine introspettiva capace di soffermarsi sulle esperienze vissute e richiamarle attraverso la memoria che diventa motore di analisi interiore per un cammino di ricerca della propria irripetibile identità.

 L’utilizzo dell’approccio autobiografico, all’inizio della verifica delle PAD, contribuisce dunque a stimolare attitudini all’autoriflessione. Il raccontarsi attraverso un testo scritto, all’interno di un setting di aiuto alla persona, comporta due fasi: la prima in cui la persona è in compagnia di se stessa e dei suoi ricordi, la seconda che diventa necessariamente un processo collaborativo tra Narratore e Ascoltatore. “Chi parla [il narratore, n.d.A.] lo fa per influenzare lo stato mentale dell’ascoltatore, che non è una persona qualunque, ma proprio una certa persona [il Pedagogista Clinico, n.d.A.] con la quale si ritiene possibile ricostruire un evento e scoprirne i significati sottostanti” (Levorato, 2000, p. 59). Il processo di analisi e lettura della storia è fatto a due mani per rispondere ai bisogni conoscitivi di entrambi e ciò avviene durante il racconto stesso.

Nella scrittura autobiografica, la persona vive sincronicamente anche un duplice ruolo, sia come Narratore di sé che Ascoltatore di quanto riemerge dai ricordi latenti nella propria interiorità. L’attenzione e l’ascolto dei vissuti, delle narrazioni interiori e la centralità delle rappresentazioni cognitive del proprio mondo interno ed esterno, sono da intendersi come ricerca e attribuzione di nuovi significati.

Per l’io narrante la scrittura autobiografica permette di rivisitare e rileggere eventi dispersi, dare loro ordine e senso, recuperare o scoprire o donarsi un’identità più salda, più propria, più consapevole a se stessi. “Mentre ci rappresentiamo e ricostruiamo … ci riprendiamo tra le mani. Ci prendiamo appunto in carico (in cura) e ci assumiamo la responsabilità di tutto ciò che siamo stati o abbiamo fatto” (Demetrio,1996, p. 12).

Per il professionista la Lettera di presentazione di sé, che ho assimilato alla scrittura autobiografica, diventa un prezioso strumento di osservazione conoscitiva. Egli infatti potrà osservare: cosa la persona sceglie di raccontare ma anche come entra in relazione con il professionista; come inizia il testo e come lo conclude; come descrive-definisce se stessa e gli altri; se si sofferma più sulle relazioni o sulle cose, sui suoi pensieri o sulle emozioni, sui comportamenti o su ciò che sente; osserverà ancora se e come la persona parla della propria famiglia, dell’eventuale partner, dei colleghi, degli amici ecc. Il soggetto, ricostruendo e raccontando in prima persona la propria storia e il proprio modo di guardare il mondo, afferma autoreferenzialmente la propria identità e in questo modo la presentazione di sé diviene importante strumento conoscitivo e di apertura al cambiamento, un modo per conoscersi e farsi conoscere.

È possibile così, a mio parere, per la persona dare avvio a un percorso di ri-lettura della propria storia, in cerca di nuove prospettive, per iniziare a scrivere una nuova storia. In questa visione, la narrazione autobiografica si presenta come una modalità che include memoria e reminiscenza e che ci conduce a redigere, grazie alla pazienza di un io tessitore, non una ma molte altre versioni della nostra esistenza. Il punto di arrivo nel percorso pedagogico-clinico diventa punto di una nuova partenza. Il Pedagogista Clinico, nella sua azione educativa, si impegna a contrastare il restringimento dell’esperienza personale a dimensioni autoreferenziali e autocentrate. Il movimento dentro e fuori di sé, permette di mantenere lo sguardo sul reale, rifuggire il ripiegamento su di sé per guardare oltre i propri confini. “Per questo risulta opportuno accompagnare le persone ad approcciarsi alle cose del mondo-della-vita senza una chiave di lettura preconcetta e precategoriale: di imparare a vedere il mondo nei modi di chi, anziché catalogare e giudicare lo accoglie così come esso si mostra alla coscienza” (Arioli, A. Questa adolescenza ti sarà utile. La ricerca di senso come risorsa per la vita. Milano: Franco Angeli.Arioli, 2013, p. 169). La relazione io-mondo ci richiede la disponibilità a lasciar essere lo spettacolo del reale che si dischiude dinnanzi ai nostri occhi (Ibid.). La narrazione di sé apre quindi al nuovo, ci rende capaci di accogliere esperienze inusuali, di farci sorprendere dall’inedito, di metterci in gioco accogliendo anche l’imprevisto, a vedere le aperture che vivere comporta, e infilarvisi dentro (Ibid. p. 169). Cresciamo, di conseguenza nella consapevolezza di essere i protagonisti e gli artefici del proprio particolare punto di vista sulle cose, capaci di condotte esplorative che siano il frutto di un’iniziativa personale.

La Pedagogia Clinica nelle sue finalità contribuisce a radicare l’educazione all’interno di una visione dell’uomo come persona e propone – utilizzando i suoi metodi specifici – validi percorsi di aiuto che orientano l’uomo ad avere cura di se stesso. Gli interventi prendono avvio da un atto maieutico per il quale la persona, prima di tutto, è generata nella sua pienezza di essere attraverso l’aiuto del Pedagogista Clinico che agisce nei suoi confronti alla stessa maniera dell’ostetrica che non genera, ma aiuta a generare, ossia aiuta la persona a fare il suo ingresso nella realtà: a entrare in relazione con il mondo, con gli altri e con se stesso.

Tutto ciò predispone a guardare il proprio domani in un’ottica progettuale, a pro-iettarsi nel futuro, a orientare il proprio sguardo al non ancora. Così l’aver cura di sé non si esaurisce tanto nell’arte del riflettere sul presente, quanto nel porsi interrogativi in “un pensare ipotetico”: “dove potrei essere”, “chi potrei diventare”, “per-che-cosa-potrei-vivere”. In sintesi, la narrazione di sé, al termine del percorso pedagogico clinico, può continuare grazie a un nuovo sguardo anticipante, che permette alla persona di intuire nelle proprie risorse idee-forza per proseguire da sola a sviluppare le proprie potenzialità, abilità e disponibilità.

(iIn Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n. 35/2016)

Join our
mailing list

to stay up date

Please enter a valid e-mail