Linguistica funzionale

di Arianna Potenza e Antonio Viviani

 

La linguistica è quella scienza che si occupa di studiare il linguaggio in tutte le sue manifestazioni, e in particolare le forme codificate che esso assume: le lingue. All’interno della Pedagogia Clinica , nei metodi in cui è previsto l’uso del linguaggio verbale e di altre forme di comunicazione, si è vista la possibilità di utilizzare questa scienza come un valido ed efficiente strumento atto a favorire l’esplorazione di se stessi. Più precisamente, si ritiene che le componenti e le funzioni della lingua, devono diventare elemento portante della capacità espressiva del Pedagogista Clinico®, per una attenzione “funzionale” al rispetto delle esigenze della persona. Questa nuova modalità di aiuto viene attuata grazie all’abilitazione di questo professionista all’utilizzo del metodo Reflecting®, che presuppone una conoscenza adeguata della linguistica e della semiotica dei linguaggi e consente di offrire sollecitazioni opportune per risvegliare verità, intime riflessioni, ricerche di sé che aiutino a liberare sensazioni inespresse. L’individuo può giungere così ad una più armonica visione di se stesso e della realtà e sbloccare schemi comportamentali di domanda-risposta. Sotto questo aspetto, il linguaggio è un veicolo attraverso il quale il Pedagogista Clinico diviene “polo referente” che stimola percezioni più profonde della persona con se stessa, favorendo il dialogo di sé con sé. Il Reflecting® non considera la comunicazione un fenomeno statico, fa sì che l’evento comunicativo si sviluppi stimolando nella persona e tra le persone una continua rielaborazione. L’azione di feed-back crea una dinamica comunicazionale che favorisce l’avvicinamento dell’individuo alle sue zone inesplorate.

 

Le funzioni della lingua

Nel setting pedagogico-clinico gli elementi linguistici possono essere letti come importanti rivelatori di stati d’animo, intenzioni e contraddizioni della persona, poiché il Pedagogista Clinico nel corso della sua formazione ha fatto propria la capacità di osservarsi, sia come ascoltatore che emittente della semiotica relazionale. Infatti, sin dal momento dell’accoglienza, l’attenzione di questo professionista, viene rivolta alla creazione di un rapporto basato sulla fiducia e l’assenza di giudizio, aspetti che peraltro devono essere mantenuti e consolidati per tutta la durata dell’intervento di aiuto. Ciò significa poter creare presupposti e contesti adeguati, che facciano percepire alla persona una condizione di agio. Se utilizzati in maniera adeguata gli elementi e le funzioni del linguaggio, diventano i mezzi con i quali facilitare l’azione clinica.

Nel momento iniziale di una relazione pedagogico-clinica, ad esempio, si può rivelare utile la funzione fàtica, poiché ha in sé la finalità di stabilire, mantenere e/o interrompere la comunicazione e verificare continuamente il contatto tra emittente e ricevente (Il linguista Roman Jakobson ha distinto sei fattori della comunicazione: mittente, messaggio, destinatario, contesto, contatto, codice a cui corrispondono le funzioni della lingua qui illustrate emotiva, conativa, referenziale, fatica, poetica e metalinguistica).

 Il Pedagogista Clinico, abile professionista nell’uso di tale funzione, sin dal primo incontro, nell’accogliere la persona, la utilizzerà pronunciando dati oggettivi come il nome della persona, l’ora o il mese.

Durante l’eloquio, l’operatore vi può fare ricorso mediante interiezioni: “Beh”, “Mhmm”, “Ah” o segnali discorsivi: “Ecco”, “Già”, “Appunto”, i quali dimostrano attenzione e interesse per ciò che viene detto; oppure, alla fine dell’incontro, nel congedarsi da una persona, si può concludere con: “Arrivederci” o “L’aspetto il prossimo giovedì. È opportuno tuttavia precisare che nell’atto clinico la funzione fàtica viene espressa anche da modalità comunicative non verbali, che possono favorire un atteggiamento simpatetico: un sorriso accennato, un gesto con la mano aperta, allargando le braccia in atto di accoglienza… ed altre forme espressive, certamente di invito ed apertura.

In base ai principi del Reflecting®, l’impiego della funzione referenziale viene concepito per evitare di indurre o suscitare nell’altro sensazioni di disagio che possano condizionare l’incontro. Essa, che rivolge la sua attenzione al contesto comunicativo, viene usata per mettere in evidenza fatti oggettivi, rendendo esplicito l’evento nella sua condizione incontestabile (“Piove”; “È giovedì”, ecc.). Questa funzione è particolarmente ottimale nelle situazioni iniziali di setting, per la sua caratteristica di oggettivazione, al punto da assumere anche valore fàtico, perché dà inizio alla relazione. Ad esempio, per facilitare lo scambio comunicazionale e debellare un eventuale imbarazzo iniziale, la funzione referenziale può essere espressa con pronunciando il nome: “Signor Bianchi!”, oppure la data: “Giovedì 3 marzo”, oppure il giorno: “Mercoledì”, le condizioni del tempo: “C’è vento”, l’ora: “Le 15”, oppure una scritta sulla maglietta: “USA 82”.

Le informazioni oggettive evitano una azione invasiva che, invece, potrebbe dar luogo a sensazioni di fastidio. Ad esempio di fronte alla frase: “Mia moglie mi ha lasciato….”, lo specialista può stimolare l’altro attivando una funzione fatica e/o referenziale dicendo: “…Ah” (fàtica), “Mmh” (fàtica), “…la scia to…” (fatica-referenziale), “Solo” (fàtica e referenziale). In tal modo si favorisce nella persona una sosta di riflessione, che facilita un eventuale “dire di più” su quell’evento.

Le stesse osservazioni si possono fare per le altre funzioni linguistiche: quella conativa, quella emotiva e quella poetica.

La funzione conativa, si incentra sul destinatario, e viene usata nel setting per esortare la persona a sostare su alcuni elementi in oggettivazione. Il Pedagogista Clinico può usare questa funzione riferendosi, per fare alcuni esempi, all’ora, al mese, al nome e cognome della persona. Una richiesta polidinamica, poiché racchiude in sé le funzioni fàtica (mantiene la comunicazione), referenziale (è oggettiva), conativa (si rivolge in modo implicito una richiesta alla persona, ma non in maniera interrogativa). La funzione conativa viene usata, quindi, in modo molto consapevole dal Pedagogista Clinico per sollecitare l’altro a sostare su un particolare argomento, non certo per indurlo a fare, pensare o dire qualcosa. Nel setting può essere rappresentata ad esempio dall’anadiplosi (una figura retorica che consiste nella ripetizione di una o più parole della frase precedente all’inizio della successiva), con la quale si dà opportunità di sostare su quanto la persona ha appena detto: riprendendo l’ultimo termine, si mette in atto una sollecitazione funzionalmente conativa, non di ordine, ma di invito all’approfondimento. Ad esempio:

  • Persona: “Ho dovuto lasciare l’università…
  • Pedagogista Clinico: “…L’università..”

In tal modo si invita la persona a soffermarsi su quell’esperienza. La funzione può essere attivata anche dall’uso di una interiezione (“Ah!”) con espressione di contenuta sorpresa.

La funzione emotiva, invece, esprime l’atteggiamento dell’emittente nei confronti di ciò che sta dicendo. In Pedagogia Clinica è importante saperla individuare, poiché mette in luce lo stato d’animo della persona che sta parlando e lo specialista si può avvalere di intonazioni, esclamazioni, interiezioni, sintonizzandosi sull’enunciato. Inoltre è possibile fare un uso adeguato di questa funzione, ad esempio in situazioni strutturate come nella forma verbalizzata del metodo Discover Project®, nella lettura delle Psicofiabe®, e nel Training Induttivo©. Le pause, gli accenti, le intonazioni, proprie di una linguistica funzionale, caratterizzano questi metodi che attraverso l’utilizzo della verbo-tonematica, risvegliano nelle esperienze di esplorazione corporea, effetti, immagini e sensazioni. Essi diventano così mezzi con i quali offrire alla persona importanti occasioni di ascolto, al fine di ritrovarsi, nel percorso di conoscenza interiore.

Anche la funzione poetica, che si incentra sul messaggio, può diventare, per il Pedagogista Clinico, uno strumento per favorire una esplicitazione emotiva. Le parole, infatti, unite agli elementi espressivi paralinguistici, acquistano potere evocativo e fanno di questa funzione, anche un elemento chiave per individuare l’intensità emotiva della persona che parla. Attraverso questa modalità espressiva, è possibile individuare il fuoco comunicativo, un processo di concentrazione dell’attenzione e dell’interesse del parlante su certi aspetti della realtà, che si collega alla scelta di pensieri e intenzioni. Esso è reso noto, ad esempio, dall’enfasi prodotta nel pronunciare un termine rispetto agli altri, che ci fa comprendere il valore che la persona dà a ciò che sta dicendo e consente di cogliere alcuni segnali che possono essere riproposti successivamente, ad esempio una “r” maggiormente trillante e una “c” prolungata in eccesso: “una brrutta facccenda”.

Una importanza particolare viene assunta dalla deissi, fenomeno linguistico che può fornire accenni delle intenzioni del parlante nei riguardi dell’enunciato che produce. Per questo si può ritenere che la funzione poetica sia strettamente legata a quella emotiva. Fuoco comunicativo e deissi permettono, all’operatore di individuare il tema dell’enunciato e porre in evidenza (con intonazioni ed elementi paralinguistici) il suo ruolo rispetto ad altri termini. Ad esempio la frase “Quel risuonar di parole” contiene un abbellimento del messaggio in cui è presente anche un deittico, espresso dal termine “quello”. Pronunciando questo tipo di frase, il Pedagogista Clinico può, ad esempio, aiutare la persona a focalizzare meglio gli effetti di una particolare situazione. Il deittico “quello” è utilizzato allo scopo di proporre una sosta sulla sensazione di distanza, con cui si sollecita una rielaborazione spazio-temporale del concetto proposto. “Risuonare” ha un valore onomatopeico, che designa metaforicamente la maniera in cui le parole costituiscono un’eco ancora vivida nei ricordi della persona e può fornirle un elemento più reale ed oggettivo del suo stato d’animo, offrendo una rilettura del disagio in atto, in una autosservazione più riflessiva. Il Pedagogista Clinico, infatti, non usa il termine “rumore di parole” o semplicemente “quelle parole”. “Risuonare” ci indica il valore intimo, affettivo, personale, dato a quella parola.

All’interno della funzione poetica, le contestualizzazioni possono essere indicate con forme superlative e/o paralinguistiche. Ecco alcuni esempi: “Fastidiosissimo turbinìo di pensieri”, “…Lei……oh… non posso dimenticarla!….” (Pausa piena ed esclamazione: elementi paralinguistici).

La funzione poetica, permette alla persona di conoscersi meglio e al Pedagogista Clinico di potersi adeguare ad un opportuno registro linguistico.

 

I registri linguistici

Il registro è, per la linguistica, quell’aspetto che definisce il livello stilistico del discorso, cioè il modo in cui una persona si esprime o sceglie di parlare. Si distinguono due tipi di registro: formale e informale. Il primo è caratterizzato da una espressione linguistica molto accurata e controllata, che può nascere da una riflessione, o meglio, da una scrupolosa scelta nell’uso delle parole. Esso comunica chiaramente una condizione di distanza dell’emittente, rispetto al suo interlocutore, ad esempio: “Mi perdoni l’ardire.

Il secondo tipo di registro è, invece, una modalità di espressione linguisticamente, più immediata e spontanea, come ad esempio:“Scusi l’invadenza”.

Nella creazione di una relazione, riconoscere le funzioni del linguaggio può aiutare il Pedagogista Clinico a conoscere lo stile linguistico della persona, per potervisi adeguare, evitando di dare vita ad una “distanza” eccessiva con l’uso di una terminologia che risulterebbe troppo diversa, che potrebbe suscitare sensazioni di distacco, disagio, o addirittura rifiuto. Il riconoscimento del registro e l’adeguarsi ad esso, dimostra quindi una qualità importante di questo professionista che non impone le sue abitudini linguistiche; consapevole del fatto che aiutare vuol dire rispettare l’altro, abbandona totalmente i suoi schemi e le sue consuetudini, per far vivere l’espressività alla persona quale protagonista del palcoscenico di sé. Flessibilità, adeguamento, abilità, esprimono una grande plasticità da parte dell’operatore, a dimostrazione della considerazione della persona. Un modo di essere che non viene rifiutato, ma al contrario accolto e considerato completamente in tutte le forme comunicative che si sente di manifestare.

 

Sinonimi e contrari

Al fine di aiutare la persona a riflettere è possibile ricorrere ai sinonimi e ai contrari, che ben si devono adattare al contesto situazionale. Con tale tipo di intervento il Pedagogista Clinico, è in grado di agevolare l’emulsione degli stati d’animo del soggetto, nell’ascolto di suoi eventuali silenzi.

L’uso dei sinonimi e dei contrari assume una valenza particolare, a seconda della stimolazione che, in qualità di operatori, decidiamo di offrire: quando vogliamo animare e stimolare il percorso riflessivo, quando proponiamo sollecitazioni in similarità nel primo caso, in contrasto nel secondo. L’uso ben dosato dei sinonimi e dei contrari fa percepire l’essere in ascolto pro-attivo o il voler evidenziare le incoerenze presenti sul percorso di riflessione della persona. Nella scelta di alcuni vocaboli al posto di altri, ad esempio, si vuole mettere in evidenza la valenza emotiva che quel termine assume per chi lo usa. Una persona esprime le sue emozioni secondo varie intensità, che vengono tradotte nella preferenza accordata ad un termine piuttosto che ad un altro. Ad esempio, nel parlare di una sua sensazione di tristezza, può utilizzare varie modalità di climax, dicendo: “Oggi mi sento giù di morale”, oppure: “Sono amareggiato per come sono andate le cose”, oppure: “Sono distrutto, disperato… non so più che cosa fare!”.

Il Pedagogista Clinico nella sua proposta del contrario di quanto espresso dalla persona, offre una rilettura che le permetta di trovare dentro di sé nuove e diverse interpretazioni ed eventuali soluzioni. Nella frase “Oggi mi sento giù di morale”, si può utilizzare un termine contrario per fornire una riflessione su una condizione di soddisfazione, oppure dar modo di approfondire questo stato d’animo, utilizzando dei sinonimi che dimostrano una intesa a quanto espresso. Nel suo intervento l’operatore, tra le diverse possibilità comunicative potrà esprimersi, ad esempio, verbalmente servendosi di una parafrasi, o talvolta di una olofrase (singola parola che ha il significato di una intera frase), o di un sinonimo, o di un contrario:

 

Oggi mi sento giù di morale ….Scoraggiato…. (sinonimo)
 

Oggi mi sento giù di morale

 

Oggi nessuna soddisfazione!

 

(contrario)

 

Oggi mi sento giù di morale

 

Nessuna lieta sensazione

 

(contrario)

 

Oggi mi sento giù di morale

 

Giornata grigia!

 

(sinonimo)

Oppure:

− Persona: “Sa dottore ho ripreso a fumare

− Pedagogista Clinico: “…Smettere di fumare…” (contrario che, se non ancora dichiarato, sollecita una lettura di ciò che in passato ha portato a quella decisione)

 

Il Pedagogista Clinico, che dispone, anche di altre strumentazioni semiotiche offerte

Il Pedagogista Clinico, che dispone, anche di altre strumentazioni semiotiche offerte dal Reflecting come silenzi (di diversa durata), gesti (grandi e piccoli, sino alla mimica facciale), sguardi (diversamente orientati), memore di essere tra coloro che lottano contro l’abuso della parola, utilizza sempre le sfumature prosodiche e verbo-tonematiche.

Possiamo cercare di rendere più chiare alcune possibilità linguistico-funzionali con esempi, da utilizzare in sinergia, con un approccio polidinamico ed eclettico, che non può certo trovare in queste tracce modalità schematiche, bensì riflessioni che possono divenire spunti applicativi solo e soltanto di fronte a quella unica persona, a quell’unico  narrato, in quell’unico contesto situazionale:

 

Eloquio della persona Alcune possibilità di attivazione da parte del Pedagogista Clinico
 

Mia moglie mi ha lasciato

 

 Sua moglie” (un frame linguistico ritenuto importante)

…La scia to….” (sillabazione)

L a sci a t o” (allitterazione)

Solo” (olofrase, con valore parafrastico)

Farò un viaggio in India  

 … In India” (anadiplosi)

Un viaggio” (un frame linguistico ritenuto importante)

Viaggiare” (olofrase con valore parafrastico)

Nuovi paesaggi” (parafrasi)

   “Partir” (olofrase con valore sinonimico)

Allontanarsi” (olofrase con valore parafrastico e riflessivo)

   “Restare” (contrario)

 

Mio figlio va male a scuola

 

 Va male” (un frame linguistico ritenuto importante)

A scuola” (anadiplosi)

Mio figlio” (un frame linguistico ritenuto importante)

Lo studio di suo figlio” (parafrasi)

Studiare” (contrario)

 

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n. 20/2009)

 

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