Mi chiamo Loredana Nave e Sono Pedagogista Clinico® dal 2012, oltre ad essere anche insegnante di sostegno per la secondaria di primo grado e psicologa. In qualità di insegnante di sostegno, la Pedagogia Clinica mi ha permesso di aggiungere competenza a questa professione, spesso mal formata e priva di strumenti reali di intervento. In cosa si è rivelata davvero fondamentale? Nel poter rispondere in maniera adeguata ai bisogni educativi dell’allievo e della classe, non soltanto dal punto di vista didattico, ma soprattutto dal punto di vista umano, saperne leggere i numerosi bisogni di fasi evolutive contraddistinte da punti di criticità, dovere questo, che dovrebbe caratterizzare ogni insegnante, non soltanto colui che si occupa di disabilità debitamente certificata. Per conoscere l’allievo nella sua globalità occorre osservare e verificare le Potenzialità, le sue Abilità più delle “inabilità” e lavorare su quelle, facendo analisi complesse o quantomeno non superficiali, che mette in condizione di conoscere ogni aspetto di una persona che possa permettergli di vivere una realtà che gli garantisca la possibilità di sviluppare ogni proprietà personale e godere di ogni successo.
Questo significa che un alunno non può e non deve essere guardato con gli occhi e ascoltato con le orecchie, ma percepito a 360 gradi. Ciò che ad oggi manca alla scuola italiana e su cui converrebbe intervenire in maniera tempestiva, è un lavoro strutturato sulla relazione, l’emotività e l’affettività, performance che sono arricchite del patrimonio presente nella globalità e non nella settorialità perseguita da esercizi e la Pedagogia Clinica ha tutti gli strumenti per poter intervenire. In molte scuole mancano ancora oggi sportelli di ascolto, per la prevenzione del disagio e la promozione del benessere complessivo che possa ripercuotersi positivamente sulla collettività, perché il benessere psicopedagogico non dovrebbe essere un optional ma un diritto da tutelare.
Nella mia esperienza privata come Pedagogista Clinico® mi sono occupata soprattutto di età evolutiva in particolare delle sindromi autistiche, delle difficoltà degli apprendimenti, del deficit dell’attenzione con e senza iperattività. Il mio “cavallo di battaglia” è da sempre stato intervento precoce e tempestivo, poiché la pratica clinica ha mostrato risultati prognostici favorevoli laddove l’intervento è iniziato ai primi segni di difficoltà che mostravano uno sviluppo deviante dalla “normalità”( parola che oggi viene tanto demonizzata, come se le tappe biologiche non esistessero più).
“Attendere che tutto sia chiaro prima di formulare una diagnosi pedagogico clinica..attendere che il bambino sia pronto per recepire un certo tipo di intervento…attendere che i genitori siano pronti ad assorbire il colpo della notizia che il loro figlio abbia delle difficoltà, prima di dirlo.”
Ecco questi sono gli atteggiamenti temporeggiatori che a mio parere portano solo danni, conseguenti alla mancata attuazione di provvedimenti la cui efficacia è proporzionale alla tempestività dell’intervento. E aggiungo che non si tratta neppure di percorsi pedagogico clinici semplici, in quanto, sempre attingendo dai dati di un’esperienza ormai più che decennale, un bambino che comincia a manifestare una regressione evolutiva ( in particolare autistica), mostra in genere dei quadri di peggioramento in progress nonostante l’intervento, che andranno considerati ancor più necessari per aiutare il bambino a migliorare e frenare il peggioramento.
Le modalità di intervento pedagogico clinico, nella mia esperienza, hanno sempre presupposto una revisione continua, secondo un principi di costante verifica e utilità dei metodi utilizzati.
Il confronto è sempre stato interno ed esterno. Interno come un mettersi sempre in discussione, esterno come confronto con altri professionisti di diversi gruppi e metodiche operative.
In senso longitudinale nel tempo, le verifiche prese in considerazione riguardano i dati anamnestici raccolti in sede di diagnosi pedagogico clinica, che nel corso degli anni hanno assunto per me, rilevanza statistica significativa. Di solito ho trattato soggetti dell’età evolutiva con difficoltà nella sfera della comunicazione, con o senza autismo, in cui fondamentali era l’abilitazione/riabilitazione di tutte le competenze deficitarie in quest’area: espressivo-motorie, comportamentali, percettive, cognitive.
I miei percorsi pedagogico clinici sono stati impostati in questo modo:
Osservazione pedagogico clinica, raccolta dei dati: insorgenza dei sintomi, prime manifestazioni cliniche. Il soggetto viene analizzato tuttavia non solo come un fenomeno organocentrico ma si sono indagati anche tutti gli aspetti sociogenetici e psicogenetici. Analisi del profilo comunicativo: dimensione sensoriale-percettiva, cognitivo-decisionale-integrativa, emotivo-relazionale-comportamentale, motorio-prassico-espressiva. Valutazione dell’espressività elocutoria e motoria, delle abilità segnico-grafiche, delle potenzialità nella decodifica e codifica scrittoria, degli apprendimenti curriculari, della mnesi, dell’attenzione e della faticabilità, analisi dell’espressività cromatica attraverso i graphonage. Uso dei test per approfondire i dati raccolti: test reattivi per indagare la personalità ( casa, albero, figura umana, famiglia), test per l’attenzione e la faticabilità, test mnesi immediata, test verbale di maturità logica, organizzazione grafo-percettiva, questionario sul self concept.
Tutto somministrato rispettando l’età cronologica.
Valutazione dell’autonomia e della coscienza di sé
Tra i metodi e le tecniche utilizzate a seconda delle difficoltà, in particolare nell’ambito delle difficoltà del linguaggio e dell’espressività elocutoria, per l’abilitazione/riabilitazione all’uso della parola come strumento fondamentale per la comunicazione e dell’espressività elocutoria, mi sono trovata più spesso ad utilizzare, il metodo ritmo-fonico e il feeding laddove si sono riscontrate difficoltà della bocca dal punto di vista miofunzionale.
L’edumovement, come valido strumento per le esperienze motorie e assicurare l’evoluzione della consapevolezza del sé, attraverso la rappresentazione del sé corporeo in rapporto all’altro da sé, favorendo anche l’affettività e gli scambi con l’ambiente.
L’Inter-Art, ovvero l’uso dell’arte come interazione per lo sviluppo armonico della personalità, della creatività in associazione alla Musicopedagogia®, per favorire il rilassamento e la concentrazione e potenziare l’emotività e l’affettività. Nell’ambito delle difficoltà dell’apprendimento scolastico, sono stati utilizzati il metodo Writing codex. ( per le difficoltà ortografiche), L’Eucalculia® ( per le difficoltà di calcolo, il BonGeste per potenziare l’attenzione, la faticabilità e la memoria, approfondendo ed esplorando lo schema corporeo, il Prismograph® ( per i soggetti disgrafici)
Per stimolare il problem solving ed il ragionamento, spesso ho proposto i percorsi labirintici.
In soggetti con difficoltà di ansia ed autostima bassa, spesso ho usato le Psicofiabe®. Attraverso sollecitazioni immaginative ho aiutato il soggetto a ritovare la volontà e la determinazione, attraverso il superamento dei disagi interiori: la fiaba come metafora della vita interiore che ci introduce nella vita simbolica archetipica.
Ringrazio la Pedagogia Clinica che in questi anni non mi ha lasciata mai sprovvista di soluzioni, che mi ha permesso di andare in aiuto a soggetti che presentavano diverse difficoltà, potendogli sempre cucire addosso l’abito più idoneo per loro, attraverso le numerose tecniche e metodiche messe a disposizione. Vedere le persone nella loro globalità e non più “a pezzi”, ma piuttosto come pezzi di un puzzle. Da bruchi vederle trasformarsi in splendide farfalle e ogni volta con loro anch’io. Grazie al professor Guido Pesci, all’indimenticabile Anna Pesci e a questo bellissimo viaggio chiamata Pedagogia Clinica.
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