L’umorismo in Pedagogia Clinica

di Francesca Vespe

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Se definiamo l’umorismo come la capacità sottile e intelligente di scoprire l’aspetto comico della realtà, ridendo si entra in gioco e si prende parte ad una realtà che è in quel momento comune. Ridendo si comunica, si è nella relazione con l’altro. L’umorismo non esiste senza simpatia, è il “sorriso della ragione”, è quel tipo di comunicazione che vuole la presenza di uno spirito ludico, vuole disponibilità e scoperta.  L’umorismo si ritrova come tecnica specifica all’interno del metodo MPI®, come ausilio al recupero mnestico nei soggetti anziani, e non a caso uno dei manuali di Reflecting® (G. Pesci, S. Pesci, A. Viviani, Reflecting. Un metodo per lo sviluppo del Sé, Roma, Edizioni Magi, 2003) è fornito da sollecitatori visivi che riguardano situazioni con “inadeguatezze o errori da evitare” a sfondo umoristico. Quale miglior modo, infatti, se non l’umorismo, per corroborare una riflessione che già con le immagini si presta ad essere “acuta e sottile, che riesce ad attivare lo spirito e stabilire nessi e relazioni impensate” (G. Pesci, Pedagogia Clinica, Torino, Omega, 2012, p. 143).

A partire dal racconto mitologico, il riso è segno di prosperità e fecondità, è il segno della risoluzione di una crisi, del superamento di una situazione di stallo in cui spesso altri mezzi – come il linguaggio, la ragione – sembrano impotenti (cfr., D. Solfaroli Camillocci, M. Vella, Ridere, ridere, ridere ancora…, Torino, Bollati Boringhieri, 2005).La percezione comica, allora, può definirsi come un momento liminale, un momento nel quale, cioè, l’individuo apprende nuovi modi di guardare, e quindi di essere. La zona liminale è quella zona di passaggio, la soglia che sta tra due insiemi culturali definiti, quel momento di sospensione nell’attesa di trasformazione. Riferito all’individuo, è quel momento in cui non si è più ciò che si era, ma non si è ancora ciò che si diverrà. È un momento di transizione. Il momento in cui si “muore” ad una situazione per “rinascere” ad un’altra.

L’umorismo è una sorta di “azione psicopedagogica che porta ad un modo cognitivamente nuovo di percepire tutta la precedente situazione ansiogena” (Spatola, L’uomo che ride, Roma, Edizioni Universitarie 2000, p. 156). Le persone che chiedono aiuto ad un Pedagogista Clinico® stanno chiedendo, anche, un “cambio di prospettiva” che sia per loro salutare. Per Berger (P. Berger, Homo Ridens. La dimensione comica dell’esperienza umana, Bologna, Il Mulino,1999) la promozione al cambiamento viene suscitata dallo svelamento che la visione umoristica porta con sé: una sorta di osservazione, un “vedere attraverso” e riconoscere così altre realtà che si nascondono dietro quelle di superficie, comprese le realtà su se stessi.

Esiste, al riguardo, un termine tedesco intraducibile: Doppelbodigkeit. Deriva dal teatro, dove sta ad indicare una scena costruita su più di un piano. Mentre gli attori recitano la loro parte su un livello, azioni assai diverse e presumibilmente malvagie accadono all’altro piano, di sotto. La struttura che li divide è fragile, e sorprese di ogni genere possono saltar su dal “piano di sotto”, come pure possono aprirsi all’improvviso delle botole e cose o persone del “piano di sopra” possono sparire nel mondo alieno sottostante. Il comico rivela che tutto quanto è dato per scontato nella vita comune possiede questo carattere di Doppelbodigkeit (P. Berger, 1999, op. cit., p. 68-69) 

L’umorismo diventa dunque uno stile personale di approccio all’esistenza, che presuppone un atteggiamento che valorizza l’approccio ludico, in un distacco non disimpegnato e non cinico bensì partecipativo, critico, capace di ridimensionare attraverso la consapevolezza di più punti di vista e la creazione di uno spazio interiore. Capace di dare alla persona una condizione di intimo equilibro e armonia. 

Ma i vantaggi del riso e della comicità non derivano solamente dai cambi di prospettiva indotti dalla nuova percezione comica della realtà; tali vantaggi possono venire dalla semplice distensione psicofisica che determina il ridere. Thomas Sydenham, autorevole medico del XVII sec., era solito affermare che “l’arrivo di un buon clown esercita, sulla salute di una città, un’influenza benefica superiore a quella di venti asini carichi di medicinali”. Considerazioni e detti popolari quali “ridere fa buon sangue”, “ridi che ti passa” sembrano quasi aver battuto la strada a ricerche scientifiche che hanno dimostrato come ridere possa abbattere stati tensionali, come possa essere un analgesico endogeno e come possa essere un moderatore sugli effetti nocivi degli stimoli stressanti. Una visione umoristica ha la capacità di portare con sé una visione altra delle difficoltà della vita, di ciò che ci circonda e quindi, in ultima analisi, di se stessi. A partire da una sana distensione per arrivare ad una diversa interpretazione della realtà, ad un ridimensionamento di tutto ciò che, al momento, ci può sembrare impossibile da gestire.  

Umorismo, metodi e tecniche del Pedagogista Clinico

1)Umorismo e sviluppo dell’attentività e della mnesi

Ricerche sperimentali condotte in Pedagogia Clinica  dimostrano che il lavoro svolto su soggetti anziani al fine di recuperare la memoria non può prescindere dal creare contesti divertenti e leggeri e sappiamo quanto una risata possa provocare distensione, alleggerendo le tensioni. Frequenti sono addirittura episodi durante i quali lo stesso anziano arriva a ridere perfino dei propri acciacchi. La tecnica HumorExperience, all’interno del metodo MPI®, (G. Pesci, M. Fiore, Mnesi e invecchiamento, Roma, Edizioni Magi, 2002) innesca un rapporto con se stessi basato sull’autoironia, intesa come capacità di prendere in giro i proprio limiti, i propri difetti, le proprie manchevolezze. Questo contribuisce a creare rapporti basati sulla simpatia, cioè sulla disponibilità, sulla generosità, sulla capacità di trovare piacere e godimento, che a sua volta conduce ad un benessere emotivo e ad una maggiore fiducia nelle proprie potenzialità che permette di mettersi più facilmente in gioco. L’umorismo non è necessariamente una dote innata, ma è una dote che può essere allenata. Una buona partenza può essere proprio la pratica dell’autoironia.  

2)Umorismo e difficoltà negli apprendimenti

Tutto ciò è valido anche per il lavoro con bambini che presentano difficoltà di apprendimento, difficoltà spesso accompagnate all’assenza di un bagaglio di fissazione mnestica. L’apprendimento è la potenzialità di una persona al fine di trovare nuove soluzioni per acquisire in maniera durevole abitudini, conoscenze e competenze. Si apprende quando il dato è interiorizzato e reperibile. I presupposti per fissare un’informazione sono legati alla corporeità e all’attenzione e alla concentrazione. Se non si è attenti non si memorizza. Questi ultimi (attenzione, concentrazione e assunzione del dato) sono aspetti che convogliano in un unico elemento: la motivazione. La motivazione, nel bambino, non può essere del tutto razionale, progettuale, come per l’adulto, ma deve essere affettiva, emotiva, ludica. Dobbiamo allora chiederci quali possono essere le strategie per innescare nel bambino o nel ragazzo il piacere di ricordare. La dinamica addestrativa è esclusa dalla Pedagogia Clinica: se il bambino viene guidato ma non motivato non troverà mai la strada da solo. È il canale affettivo che promuove il piacere. Fra le varie tecniche che danno sostanza agli aspetti che spingono verso il piacere, abbiamo visto essere, nell’MPI®, anche quella basata sull’umorismo. Creando contesti più leggeri e coinvolgenti, che comunque siano in grado di veicolare un messaggio di attenzione e di stima verso il bambino – attraverso un approccio ludico per i bambini ma metodologicamente rigoroso per il Pedagogista Clinico – si è sicuramente agevolati nel contribuire al formarsi di quella motivazione che è il motore di tutti gli apprendimenti. Aiutare i bambini a sdrammatizzare la prestazione, tenendo ben distinta la prestazione dalla persona, aiuta ad imparare a scherzare anche su se stessi, a ridimensionare le reali difficoltà, a compiere un percorso di accettazione di sé e quindi aiuta a farvi fronte arricchendo la stima in se stessi. È l’occasione per vivere emozioni positive. Se la dimensione affettiva e relazionale influiscono fortemente sulle capacità di apprendimento, risulta allora importante per il Pedagogista Clinico aiutare i bambini a coltivare anche un carattere, una visione umoristica. Per incentivare la motivazione e la propulsione verso gli aspetti affettivi è importante la stabilità emotiva raccolta dalla solidità del Pedagogista Clinico come persona. Il bambino (ma in realtà le persone di ogni età che chiedono aiuto) ha bisogno di trovare delle forze interiori che gli garantiscano di stare in solidità. Il Pedagogista Clinico che fa uso dell’umorismo e dell’autoironia mostra di avere fiducia in se stesso, tanto da “mettere in gioco” la sua immagine. Avere un orientamento operativo efficace e rigoroso, ma condirlo con l’uso dell’umorismo, significa saper proporre tecniche operative in modo coinvolgente con quel saper porgere che sta alla base dell’atto educativo e di qualunque relazione umana, aumentando nel bambino la motivazione ad apprendere. Significa anche preparare il terreno per abbattere livelli eccessivi di ansia che ostacolano l’apprendimento e i processi mnemonici.  

3)Umorismo, corporeità e Musicopedagogia®

È nel medioevo e nel rinascimento che il comico prende la forma di una “sensazione vissuta concretamente”, si potrebbe dire corporalmente, dell’unità e inesauribilità dell’esistenza. Questa concezione denominata da Bachtin (M. Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione mediovale e rinascimentale, Torino, Einaudi, 1979) “realismo grottesco” si esplicita attraverso la predominanza del principio materiale e corporeo della vita (immagini eccessivamente esagerate del corpo, del mangiare e del bere, dei bisogni naturali, ecc). Oggi il riso sembra aver perso molto di quella corporeità, come se si fosse messo un freno.

Apparentemente la musica può neutralizzare o addirittura dimenticarsi della corporeità, sia di quella dell’ascoltatore o dell’esecutore che della corporalità del suono e del mondo. Ma solo apparentemente: il corpo, quando si ascolta musica, è chiamato a parteciparvi. Quando un bambino si approccia alla musica, la prima cosa che fa, del tutto naturalmente, è ballare, sembra ascoltare con tutto il corpo. Vi partecipiamo seguendone il ritmo, ad esempio battendo le mani, quindi producendone anche noi. 

Una delle prime impressioni sonore infantili di Strawinskij (I. Strawinskij, Cronache della mia vita, Milano, Minuziano,1947) è legata al corpo e alla comicità. E’ infatti il nostro corpo che riceve e produce musica – e proprio il percorso dal suono percepito al suono prodotto è al centro della Musicopedagogia® (M. Mani, Musicopedagogia, Edizioni Scientifiche ISFAR, Firenze, 2014) – e può farlo anche in maniera buffa, può, oltre che divertire, suscitare comicità. Molte gag musicali dei clown, ad esempio, si basano sul contrasto tra la lievità del suono e l’opposizione goffa della materia e del corpo.

Anche nella musica ci si può imbattere nell’umorismo, nella comicità e nel riso, basti pensare al lessico musicale di uno spartito: Allegro, Allegretto; troviamo il capriccio, la fantasia, le danze veloci, lo Scherzo, e come premesse a certi brani musicali possiamo trovare i termini umoristico, grottesco, burlesco. Se l’obiettivo della Musicopedagogia® è quello di favorire la persona nella acquisizione di ogni sua potenzialità per una migliore espressione si sé, arricchirlo di abilità nella recezione degli stimoli e nel ritrovare nuovi equilibri emozionali, si capisce bene come tutto questo processo possa essere arricchito con uno sguardo, anche e non solo, all’umorismo. Umorismo che può essere insito alla musica stessa e al “modo” di produrre musica, specialmente se legato alla corporalità. È un riportare all’ abbandono della gioia fisica del ritmo e del suono, un farsi attraversare da tutto ciò che sentiamo al di là e al di qua della pelle.  

4)Umorismo come forma di esistenza

Si potrebbe parlare, dalla modernità in poi, di un riso disilluso, disincantato. Appartiene al soggetto, non alla comunità, ed è, in qualche modo, il riso di chi è straniero in terra sconosciuta.  È indubbio che si possa parlare di una distintiva sensibilità umoristica moderna, che si potrebbe descrivere come arguta, sarcastica, molto distaccata, in contrapposizione con quel genere di comico grottesco – che ha pervaso tutta la cultura non ufficiale del Medioevo e tutto il Rinascimento – che era, invece, altamente partecipativo.                                                                                                                                                                                                                             

La differenza tra una tipologia di comico e l’altra è evidente, come evidente è pure la differenza tra i due tipi di riso che possono suscitare: uno sguaiato e festoso, comunitario e “di piazza”; l’altro molto più intimo, meno grossolano e meno sgraziato e più composto. Come se appartenessero a due uomini diversi, e di fatto è proprio così. Il distacco, la distanza, il disinganno sono tutte peculiarità inerenti al comico, ma appartengono ad un modo di vedere, di sentire e di intendere caratteristici più dell’uomo moderno, per il quale “l’unica risorsa diventa il distacco dell’umorismo, che è umor melanconico perché la sua molla è il disincanto” (G. Celati, Finzioni Ooccidentali. Fabulazione, comicità e scrittura, Torino, Einaudi, 1975, p. 85).  Se il girotondo dei bambini non fosse, come appare, il “fare bordo attorno ad un vuoto”, ma fosse il circondare uno spazio che, se non contiene niente, viene comunque delimitato e fatto diventare qualcosa proprio grazie a quel suo girare attorno, è pur vero che diventa comunque stordimento “che letteralmente ci accascia, è ciò che diverte, appunto perché ci ha distolto da noi stessi e dalla realtà, e ci ha fatto per un momento perdere e mancare a noi stessi” (P. A. Rovatti, A. Dal Lago, Per gioco. Piccolo manuale dell’esperienza ludica, Milano, Cortina, 1993, p. 99). Se il tutti quanti giù per terra del girotondo infantile è una perdita, e precisamente un’infantile perdita di sé, la circospezione degli adulti, il loro bisogno di controllo, comporta una perdita di sé. Ciò che si perde, decidendo di metterci in gioco, è “il qualcosa che vorremmo essere, il possesso di noi stessi su cui ogni volta allunghiamo le mani” (cit., p. 105). Ci facciamo, in qualche modo, beffe di noi stessi. “Mentre con circospezione circuiamo la preda, e dunque la verità, noi prendiamo in giro noi stessi” (cit., p. 106). Così come sembra fare la vita con noi. La vita intera, per dirla con Bateson, sembra essere un susseguirsi di scherzi, di cui spesso non riusciamo a riconoscere l’umorismo. 

La tecnica LabyrintWay (G. Pesci, M. Mani, Prismograph, Edizioni Magi, Roma, 2001) genera una emulsione verso dei presupposti di vita. Che ci possono anche fare inciampare (gli eventi improvvisi del destino, i suoi imprevisti, i suoi “scherzi”), certo, la vita è fatta anche di ostacoli. Si nasce, si cresce, ci si espande verso, ci muoviamo nelle intersecazioni e nelle difficoltà, ci liberiamo dagli impacci (e una visione umoristica dell’esistenza ci aiuta a ridimensionarli, a viverli con ottimismo, con più fiducia in se stessi) e “si esce”, andando verso una crescita dell’Io. Il labirinto come percorso, quindi, come smarrimento ma anche come autocoscienza. Non esiste una chiave per uscire dal labirinto, o meglio, la chiave può essere un atteggiamento di fronte ai fatti della vita. Tutto questo riporta alle funzioni dell’umorismo, con il quale si riesce a tollerare le incertezze, a sviluppare un nuovo punto di vista che ci aiuta a ridimensionare gli eventi, sdrammatizzarli e rivederne la possibile soluzione, a sfruttare in modo dinamico e creativo le possibilità che ci vengono offerte, incrementando l’autostima e l’autoefficacia.

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n. 35/2016)

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