L’unicità della persona in armonia con gli altri

di Giuseppe Maira

 

Scrive Beatrice De Frane ogni individuo è una “creazione assolutamente originale, non mai prima realizzata  e che mai più si rinnoverà”. Ogni uomo è l’esemplare primo ed ultimo  di se stesso non paragonabile  a nessun alt ro; un individuo “unico ed imprevedibile” come afferma Bounoure. Infatti tendiamo sempre a voler ci distinguere dagli altri, ad  affermare  la  nostra personalità, la nostra individualità al  punto  di  cadere  nell’incomprensione,  nella solitudine. Incomprensione e solitudine che sono espressioni di una mancanza di significativi rapporti interpersonali, di incapacità a stabilire  o  mantenere  rapporti positivi e qualificativi con gli altri. Proprio questo è quello che ci impedisce di vivere la nostra vera identità. L’uomo nasce già sociale ed il non potersi realizzare come tale lo emargina dalla vita di r lazione, lo pone in una  non-vita. Vengono meno   in   lui   le   capacità   di   sviluppare   adeguatamente   le   risorse autoreferenziali ed essere interagente con i propri simili. Il vuoto emotivo, l’apatia, le difficoltà ad organizzare in modo ordinato e finalistico  i  propri  pensieri  sono  i fattori che lo spingono verso una progressiva perdita del senso della realtà. Cerca rimedi farmacologici, strutture sociali, ambiti sportivi  di  vario  genere  che  danno pero solo risposte parziali perché pongono attenzione esclusivamente a quel determinato lato sofferente della persona. In questo modo si tampona momentaneamente un bisogno, si blocca per un limitato tempo un effetto negativo, disturbante la vita, ma non si affronta realmente la causa con le varie concause, non si  guarda all’uomo  nella sua  totalità.  Proprio  per  evitare  questo  graduale  ed inesorabile scivolare verso un naufragio occorre considerare l’individuo come un’identità-unicità  sempre  in  divenire,  frutto  di vari  elementi.  Un  individuo  cioè  capace  di mantenere un’organizzazione unitaria ed autoconsistente ed assimilare i valori della vita coerenti con il proprio sé. È un guardare olistico che consente di constatare come le qualità possedute da un “tutto” sono diverse e superiori a quelle possedute dalle parti: infatti non è possibile capire una realtà limitandosi ad analizzarne le componenti isolate. Ribadisco “un organismo è sempre qualcosa di più della semplice somma delle sue parti”. Anche le scienze neurologiche  hanno accettato  l’idea olistica  come  una  delle due possi bili ipotesi relative al funzionamento del cervello, rifiutando il “principio della localizzazione” secondo il quale tutte le funzioni psichiche sono frutto dell’attività di specifiche zone della corteccia cerebrale. Il cervello è sempre implicato per intero in ogni sua attività. Anche dal punto di vista filosofico l’olistico si distanzia dal pensiero cartesiano contestando la distinzione fra res cogitans  e  res extensa  sostenendo,  invece,  la  visione  unitaria  del  soggetto. È evidente che la scissione cartesiana fra mente e corpo e la separazione concettuale degli uomini dal loro ambiente sono sintomi di un’infermità mentale collettiva. Necessario e logico approdare, dunque, all’unicità dell’uomo, al suo non avere l’uguale,   al   suo   distinguersi   dagli    altri,    evitando,    però,    l’isolamento,    la contrapposizione. Unico è l’uomo perché creatore del proprio destino, dei propri valori. E la società? Non più limite ma luogo dove realizzare se stesso, dove relazionarsi con gli altri portando a compimento l’altro cardine dell’essere umano: il socializzare, lo scoprire l’alter ego per essere in armonia con la propria  natura. Dunque l’unicità diventa la personalità che ognuno forma immergendosi nella realtà dove le sue disposizioni e funzioni  affettive,  volitive  e cognitive  si sono combinate nel tempo per  l’influenza esercitata  da fattori genetici  e sociali. In questo  modo si crea una struttura stabile, accolta come propria, interagente con l’ambiente, in grado di manifestare  i propri scopi ed autoregolarizzare il proprio comportamento. Gli altri, quindi, non più limiti ma strumenti per un processo di interiorizzazione, di riflessione; sono stimoli a trovare  altre energie, altre  risorse creative  ed operative, ad affrontare oggettivi impedimenti.  L’adattarsi  alle circostanze,  per  cui, non è più un annullare la propria personalità ma un depurarla dalle supervalutazioni, dal narcisismo che malignano sempre nell’uomo. Così si entra veramente nella società e si è collabora tori con gli altri; costruttori di una realtà in cui ognuno è attore e non più spettatore triste e sottomesso. Le personali attitudini, le qualità intellettive si affinano e dal mondo delle potenzialità entrano in quello della concretezza creando rapporti di interscambio, di intesa su un piano paritario perché ognuno è membro della società che fiorisce e vive per la cooperazione dei suoi componenti. Una società che non si identifica con un popolo, con una nazione, ma indica l’umanità. Siamo tutti, pur appartenenti a diverse etnie, a formare la società universale. Si crea un inter scambio, una interdipendenza che annulla le distanze  sia fisiche  che di pensiero: l’individuo è in rapporto con tutti. Positivo tutto questo se non determinasse in molti casi la perdita dell’identità. Purtroppo si tende ad uniformarsi nello stesso istante in cui si afferma la propria diversità, la propria singolarità. È quasi un bisogno l’intrupparsi, l’entrare in un branco, far parte di un gruppo, pur volendo il rispetto della propria vita privata: telefonini, internet la invadono, la banalizzano. Oggi è possibile controllare anche i nostri respiri ed entrare nella nostra quotidianità con buona pace della tanta invocata vita privata. Non siamo più noi a decidere, a scegliere  un  qualcosa,  ma  quelle  quattro  “teste  d’uovo”  che  in  modo  subdolo  o anche  palese  determinano, impongono   nella   nostra  mente  i  loro  pensieri   che crediamo siano nostri. Non è questo il modo di  sviluppare  armonicamente la  nostra  identità.  L’unicità, l’individualità vengono bandite dalla nostra esistenza e ci ritroviamo coll’essere pedine nelle mani degli altri. Ecco il dovere  di prendere  coscienza  di ciò e fermarsi dal correre forsennato di tutti i giorni e guardare dentro per capire chi siamo, e ritrovare  quel  “quindi che ci distingue  dagli altri per scelte personali e motivate, per ideali che sono alla base e la meta del nostro vivere, per un tendere verso l’altro in un’interazione arricchente e formante. In questo ambito vedo il Pedagogista Clinico® che può essere d’aiuto a tirar fuori ciò che ognuno ha dentro senza imporre nulla, senza  dare  delle  “dritte” ma  cercando  con  pazienza  gli  embrionali  elementi  che caratterizzano un individuo e le rendono autore di se stesso. “Conosci te stesso” come recita l’oracolo di Delfi è proprio l’elemento essenziale  per  scoprire  i confini del proprio essere ed aprirsi al simile per un interscambio mirante alla realizzazione reciproca dell’uomo che è in ognuno di noi.

(in Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n. 36/2017)

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