L’universalità della Pedagogia Clinica Esperienze in Thailandia

di Gabriella Guarnieri

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 “La Pedagogia Clinica è una scienza universale in quanto ha un’intima colleganza con l’uomo e si alimenta di esperienze le cui radici affondano nella storia della società umana” (Pesci, 2004). Una argomentazione che fa riflettere sull’ampiezza dell’applicabilità dei presupposti teorici e pratici che definiscono la Pedagogia Clinica. La volontà di questo approfondimento si esplica in un’esperienza personale di vita all’estero, fatta in Thailandia, avvenuta tra l’Ottobre 2006 e il Dicembre 2008; in questo periodo di tempo ho avuto l’occasione di collaborare con la “Christian Care Foundation, for Children with Disabilities in Thailand” (CCD).

Questa fondazione si occupa di bambini disabili abbandonati, un fenomeno in Thailandia, ancora tristemente molto presente. I numerosi progetti della fondazione hanno lo scopo di riabilitare e reinserire nella società questi bambini attraverso interventi in strutture dedicate sul territorio. La mia esperienza si è articolata presso la Rainbow House, una vera e propria casa, una residenza riabilitativa per questi bambini; in particolare ho affiancato Neung, un bambino non vedente con un grave ritardo nello sviluppo, con l’intento di accompagnarlo verso un percorso di autonomia.  Molti di questi bambini, adesso, vivono in altri paesi del mondo con le proprie famiglie adottive. Altri, adolescenti, lavorano per la fondazione e vivono autonomamente in appartamenti appositamente disposti.

In un paese così lontano e così differente dalla sua patria la Pedagogia Clinica è qui messa alla prova per poter universalmente avvalorare il suo primo e nobile scopo di “aiuto alla persona”.

Inizio la mia avventura alla Rainbow House e, sin dal primo giorno, le emozioni, le riflessioni, i pensieri, si accavallano l’uno sull’altro, sottoponendo alla mia formazione di Pedagogista Clinico®, stimolazioni continue. Quando entro nella casa la prima volta ci sono bambini assonnati che gironzolano nel giardino in attesa dell’inizio delle loro attività; hanno appena finito la colazione.  L’alza bandiera è ciò che sancisce l’inizio della giornata. Tutti sono in fila e i responsabili ed i volontari cercano di mantenere questo ordine; i bambini cantano l’inno nazionale accompagnati dalla stessa registrazione emessa da uno stereo vicino, aiutati dal “bambino della giornata” accanto alla bandiera, che urla a gran voce le sue note. Alla fine dell’inno, si trova spazio per la disposizione in cerchio ed è ancora Pued che, oggi, presenta gli “esercizi” da fare grazie a qualche suggerimento dato all’orecchio da un insegnante vicino. E’ magro magro Pued, un bimbetto di 6 anni con un lieve ritardo cognitivo, ma ha una gran voce ed è sempre affiancato da un suo fedele amico che lo emula in tutto e per tutto. E’ il più piccolo di tutti, ha 4 anni, ma è molto in gamba e vivace; questa sua caratteristica ha decretato il suo soprannome: Tiger.

Pued e Tiger, quindi, guidano tutti gli altri definendo gli esercizi e contando ad alta voce. Mi trovo tra quei bambini ad ammirare queste immagini, osservo gli insegnanti, scambio sorrisi, cerco complicità con altre due volontarie che sono qui da quasi un mese e sono state destinate, come me, a seguire i bambini della Rainbow House. Naturalmente si parla il thailandese e nessuno di noi tre è in grado di parlarlo; non ho pensato che questo fosse un ostacolo: con i bambini le parole vengono dopo molto altro. Durante gli esercizi mi trovo appoggiato alle gambe Neung, un bambino cieco con evidente ritardo; lo aiuto a fare gli esercizi, lui non ne ha alcuna voglia e si lascia trasportare dalle mie mani.

Quando finiamo di fare gli esercizi inizia un corri corri e, seguendo la scia, ci troviamo in una stanza in cui degli insegnanti hanno steso tappeti ovunque. Tutti insieme ci sediamo in cerchio comodamente sui materassini; uno degli insegnanti ha preso dei tamburi, si inserisce nel cerchio ed inizia a cantare con l’accompagnamento delle percussioni. La stanza è adesso una sala da ballo, dove tutti cantano e si divertono. Anche i bambini con una motilità incerta si buttano nel turbine, inevitabilmente cadono, si rialzano, ridono e continuano a ballare, a cantare. E’ un momento d’aggregazione molto piacevole; i bambini, appena finisce una canzone, fanno richiesta per quella successiva. Neung è accanto a me, vuole esser abbracciato, vuole stare seduto addosso a me. Non partecipa attivamente ai canti, non so se gli piace stare qui in questo momento. Sono le 9:30 ed il programma adesso prevede la divisione in gruppi per realizzare interventi mirati. C’è già una “divisione in classi” con le aree dedicate ai bambini ed i cartelloni che definiscono i raggruppamenti con le foto dei bimbi che ne fanno parte. I gruppetti sono tre ed ognuno è gestito da uno o più insegnanti. Mi viene chiesto di affiancare il gruppo in cui c’è Neung, di sedermi vicino a lui, in un cerchio di banchi e sedioline. Inizialmente l’insegnante fa ripetere ai bambini i numeri da uno a dieci prima in thailandese e poi in inglese. Dopo spiega l’attività successiva che consiste nel colorare, nel numero indicato, alcuni disegnini. A questo punto mi viene chiesto di mettermi da una parte con Neung e di proporgli un “gioco” per sviluppare la sua abilità manuale: si tratta di due tavole di legno con sopra fissati due lembi di stoffa: una ha i lembi uniti da asole e bottoni, l’altra da una cerniera. Neung deve imparare ad aprire e chiudere i bottoni e la cerniera. Lo scopo è chiaro ed estremamente pratico. Il bambino si troverà a doversi vestire e svestire da solo e, aprire e chiudere bottoni e cerniere, è un “processo” che deve necessariamente apprendere. Neung, però, non sembra essere in nessun modo attratto da tale attività. Usa una sola mano, tocca per un attimo quello che gli è stato proposto e lo allontana da sé; dopo un po’ di insistenza, con due dita, afferra debolmente la zip e prova per alcune volte a tirarla su e giù. E’ completamente assente e non motivato, prova a farlo solamente per essere lasciato in pace. Non riesco a tenerlo ancora lì ad “esercitarsi”. Chiedo il permesso di portarlo fuori dalla “classe” ed eccoci insieme, in giro per la casa ad esplorare: Neung è evidentemente entusiasta della novità, mi afferra un braccio e lo tira in avanti per farsi strada ma non sa neanche lui dove andare. Questa sarà solo la prima delle tante volte in cui io e Neung staremo insieme in giro per la casa, nella sensory room (una stanza piena di stimoli sensoriali quali luci, stoffe, suoni, coperte, dondoli, diverse pavimentazioni), nel Lydia’s garden (il giardino della Rainbow House) nei parchi o al mare durante gite fuori porta. In questo gruppo di bambini orfani e diversamente abili Neung ha cercato il mio supporto, forse solo in un abbraccio; spero di poter fare di più e, fin dal primo giorno, il mio obiettivo è stato un mirato “aiuto alla persona”. Ho avuto bisogno di un po’ di tempo per inserirmi, per capire, per adattarmi, per godere di un po’ di autonomia e libertà. In questo nostro primo incontro ho capito che Neung aveva un gran bisogno di esplorare, di vivere. Richiedeva stimolazioni, sollecitazioni a tutti i livelli, aveva voglia di imparare cose nuove; ma soprattutto aveva bisogno di motivazione, senza la quale non può esistere apprendimento.

Andiamo verso il giardino ed osservo i comportamenti del bambino: sta di fianco a me, dietro il mio braccio e lo spinge. Conosce sommariamente la direzione verso l’esterno e lascia che io lo guidi con il corpo. Lui ha i piedi scalzi, come tutti i bambini alla Rainbow House e, appena siamo all’esterno, si alternano diversi tipi di pavimentazione: prima c’è il cemento del campo da basket, poi l’erba del giardino, la sabbia sotto lo scivolo, la ghiaia nel vialetto che circonda alcuni giochi. Sembra che il contatto con queste superfici lo stimoli a capire dove si trova, a cercare qualcosa. Provo a prenderlo per la mano, a camminare di fianco anziché farmi spingere; ciò che porta avanti è comunque il mio braccio, mai il suo. Pare che non si preoccupi di ciò che può trovarsi davanti. Cerco di guidarlo il meno possibile aspettando sue iniziative; nel nostro vagare ci imbattiamo nella torretta che porta allo scivolo. Un lieve lamento mi indica che forse siamo arrivati alla meta sperata. Ancora senza usare direttamente le sue mani mi spinge contro quella superficie probabilmente cercando l’entrata. Dopo qualche tentativo eccoci all’imbocco delle scale: la sua coordinazione è molto buona e passo dopo passo siamo in cima allo scivolo. Neung allunga un piede e, quando sente che siamo arrivati, mi spinge per farmi mettere a sedere; faccio come desidera e subito dopo cerca di infilarsi a sedere davanti a me. Lo abbraccio dalla vita e lo stringo a me per scivolare: conto in thailandese fino a tre e giù, insieme fino alla sabbia. Neung ride forte adesso e appena ci alziamo di nuovo in piedi torna a trascinarmi. Decido di aiutarlo meno che posso a ritrovare la strada; gli sto accanto, gli parlo in inglese usando la tonalità a seconda della situazione, la sua comprensione del linguaggio tonematico è ottima. Voglio che usi le sue mani, vorrei che fosse lui a trascinarmi dietro di sé, vorrei che se un giorno avesse voglia di andare giù dallo scivolo potesse farlo senza che qualcuno debba necessariamente portarcelo. Trovare la strada per scendere giù insieme dallo scivolo, oggi, è la nostra lezione. Alle 11:30 i bambini vengono richiamati in fila davanti alla porta delle classi: io e Neung, che siamo appena rientrati, ci uniamo alla fila ed aspettiamo. Uno alla volta i bimbi vengono invitati a dirigersi verso il bagno per lavarsi le mani prima del pranzo. Neung diventa impaziente, si lamenta e cerca di spingermi in avanti. Devo aiutarlo a lavarsi le mani, lui si oppone debolmente e poi mi spinge verso la sala da pranzo; l’odore non lascia dubbi: la direzione è quella giusta. All’ingresso della sala c’è un cestino pieno di grembiulini ed ogni bimbo deve indossarlo da solo prima di sedersi. Offro solo un piccolo aiuto a Neung per infilarlo ed eccoci tutti pronti per mangiare. Neung è felicissimo con il suo piatto davanti. Mangerebbe tutto con le mani, cercando di infilarsi più cose possibile in bocca, ma sa che non può farlo. Un insegnante è allo stesso tavolo e ricorda le “regole” ai bambini che mangiano: la mano destra impugna il cucchiaio che raccoglie il cibo, l’altra sta sul tavolo accanto al piatto. Per Neung è tutto più difficile: a volte la tentazione di usare la mano sinistra per toccare se c’è ancora qualcosa è tanto forte, ma subito l’insegnante lo riprende e, da oggi, per due volte alla settimana ci sarò anche io accanto a lui, per aiutarlo nei momenti di difficoltà. 

Finito il pranzo ogni bimbo deve svuotare il suo piatto in un apposito contenitore e metterlo, insieme al bicchiere ed al cucchiaio, in una bacinella; poco più avanti, in un cestino, devono riporre il grembiulino da pranzo. Le giornate alla Rainbow House sono perfettamente organizzate: ogni spostamento, ogni ora della mattina è scandita in modo definito da una precisa azione, da determinati gesti da una predefinita attività. Dopo il pranzo, per tutti, il  momento della doccia: Neung è un po’ frastornato nella confusione del momento ed aspetta solo di essere accompagnato sotto il getto d’acqua; gli piace molto l’acqua, ride, gira su se stesso sulle punte, non se ne andrebbe mai. Per lui e per altri bambini proseguire nel corridoio, dopo essere stati asciugati, è una bella esercitazione: da una parte “l’asciugatrice” li conduce vicino al corrimano incoraggiandoli a percorrere il corridoio, dall’altra le due insegnanti li chiamano a gran voce. Loro devono percorrerlo senza aiuto. Una volta vestiti e profumati tutti i bambini si riversano nella stanza delle lezioni che ora ha tutti i piccoli tavoli raggruppati da una parte per fare spazio a materassini coperti da lenzuola: è il momento della nanna. Termina così la mia mattina alla Rainbow House. A questa seguono molte altre giornate, molte altre ore spese con questi bambini e accanto a Neung, cercando di cogliere bisogni e necessità, paure, rifiuti e volontà di questo bambino. Un percorso di ascolto che mi ha portata al tentativo di delineare un primo piano di aiuto, i primi obiettivi verso cui dirigersi.

Inizio il mio percorso ricorrendo ai principi e alle metodologie della Pedagogia Clinica, dei suoi principi, dei suoi mezzi, dei suoi interventi; inizialmente sconfortata dalla iniziale sensazione che manchino anche i più basilari presupposti per potersi affidare a questa disciplina. Il contesto culturale, economico e sociale; la situazione immanente dell’essere orfani e disabili insieme; la condizione quotidiana di vita in un istituto, insieme ad altri bambini con diverse e disparate difficoltà, con adulti di riferimento che si alternano, che cambiano, che spariscono. Tutti aspetti che allontanano “il bambino che conoscevo” da quello che mi trovo a voler aiutare. Sono dall’altra parte dell’emisfero e devo tener conto di innumerevoli aspetti nuovi e, per me, sconosciuti. Trovo comunque la risposta ai miei dubbi in uno dei presupposti che definiscono la Pedagogia Clinica: l’obiettivo principale è quello di poter adattare nel modo giusto l’aiuto alla persona e di certo non il paziente al trattamento. Il mio scopo adesso è trovare il giusto adattamento. La prima cosa che ho bisogno di fare è osservare, cercare di costruire una sorta di Analisi Storica Personale, una raccolta di notizie la cui conoscenza permetta la realizzazione di un vero percorso educativo di aiuto. Neung è il bambino più isolato alla Rainbow House. Le sue abilità non gli permettono di vedere ed è l’unico del gruppo. Una carenza di questo tipo, in un gruppo di bambini, è spesso all’origine di una esclusione “spontanea” quando non viene mediata in modo costante e corretta. Neung P. è nato il 7 Luglio del 2000 alla ventiseiesima settimana di gestazione, conseguentemente ad un presunto aborto spontaneo. Pesava 775  grammi. La madre lo ha abbandonato in ospedale lo stesso giorno. Dopo sei mesi in ospedale, il 19 Gennaio del 2001, Neung viene trasferito alla Fuang Fah, Pakkred Government Home,  una delle case del governo in cui vivono, in tutto, più di duemila bambini disabili abbandonati.

Nel suo profilo emerge ritardo dello sviluppo e “mental handicap”; trovo difficoltà a tradurre questa definizione. Inoltre cecità a tutti e due gli occhi. Nel Febbraio 2001 una visita oculistica dichiara che il cristallino ed i nervi ottici non potranno mai essere recuperati; probabilmente non hanno completato lo sviluppo fetale. Nel 2004 Neung entra come bambino residente alla Rainbow House. Dopo un’attenta osservazione dei vari ambiti dello sviluppo di Neung, raggiungo un quadro completo riferito alle sue autonomie, alle sue senso-percezioni, alla sua espressività motoria e a quella verbale; questo quadro mi ha permesso di poter concretamente pensare ad un intervento di tipo pedagogico clinico utilizzando metodi e tecniche proprie della disciplina appresa. Tenendo conto dei bisogni del bambino ho ritenuto opportuno ricorrere al Touch Ball® come prima tecnica per cercare di raggiungere una completa consapevolezza corporea, dell’unità fisica e psichica, per poter arrivare ad una strutturazione delle abilità socio-relazionali. Con questo intervento si intende investire tutta la corporeità nel suo insieme lasciando una traccia impressa in profondità. L’intervento mira ad una coscienza reale del sé e del diverso da sé, ad una “possibilità di fare” che sia diretta e non più veicolata, a superare una difficoltà relazionale a livello tattile e manuale. Conoscere il proprio corpo come unità e nella sua interezza, nella situazione di Neung, è tutt’altro che un facile traguardo. L’esperienza corporea accompagna il bambino a sperimentare il proprio corpo, a sentirlo, a percepirlo, immaginarlo e conoscerlo in modo che diventi soggetto agente e non più oggetto passivo di conoscenza. Solo così Neung potrà essere vero protagonista della sua esistenza con un corpo che agisce nella sua funzione di mediatore del mondo in cui egli vive. In integrazione al Touch Ball il metodo dell’Edumovement® favorisce ancora la strutturazione della percezione di sé e sostiene la capacità di instaurare rapporti soddisfacenti con gli altri. Rinforza il bisogno di esplorazione dando risalto alla totalità e molteplicità dei momenti in cui movimento ed emozioni sono profondamente legate. Supporta le capacità espressive attraverso lo scambio con l’ambiente e con le altre persone. Neung, nel gruppo di bambini della Rainbow House, ha bisogno di riconoscersi parte integrante e di essere riconosciuto dagli altri come uno del gruppo. La Pedagogia Clinica, poi, viene in aiuto negli interventi sull’espressività verbale descrivendo un percorso che parte dalla corretta respirazione. Con Neung ho seguito questa strada; non potendo contare su uno scambio verbale ho agito utilizzando la potenzialità dell’imitazione e riproduzione sia provando a sentire i movimenti interni, sulla pancia, di inspirazione ed espirazione, sia quelli dello spostamento d’aria provocato a livello della bocca con l’espirazione. Nei giochi di produzione dei suoni il metodo vibro-tattile ha aiutato sicuramente a creare interesse ed attenzione nel bambino. Il canale della percezione sensoriale sperimentata con il tatto è, per lui, un supporto importante. Oltre ai metodi ed alle tecniche della Pedagogia Clinica sono stata sempre guidata dai principi fondanti di tale scienza che mi hanno condotta a dei risultati concreti e tangibili ed hanno dato corpo a quel “dare” nel “fare” che, durante la formazione, mi aveva tanto attratto. Inoltre il Pedagogista Clinico non definisce un percorso dalla partenza ma lo struttura mentre lo percorre, e, nella mia esperienza, la sua malleabilità è stata caratteristica imprescindibile.

Il nostro cammino, mio e di Neung, è stato un breve viaggio mano nella mano, non solo in senso figurato. Io ho accompagnato lui e lui ha accompagnato me nella stessa direzione: quella dell’autonomia. Per Neung un’autonomia per cavarsela nella vita, per poter essere accolto in una famiglia oppure in un istituto specializzato a condividere tutto con altri bambini. Per me un’autonomia di professionalità. Ho imparato ad osservare, a capire, ad adattarmi, ad ipotizzare. Ho imparato che l’aiuto alla persona ha necessità di strumenti e mezzi che facciano riferimento ad una scienza ben definita. Neung  adesso mangia da solo, cammina di fianco all’adulto, allunga le mani per toccare cosa si trova davanti e conosce bene gli spazi della casa. Conosce ed usa meglio il suo corpo e la sua voce. Il rapporto con gli altri bambini è migliorato: adesso lo prendono per la mano per accompagnarlo nella sala al momento del pranzo o in giardino tutti insieme. Anche lui è parte del gruppo. Ricordo il giorno in cui io e Neung siamo andati in giardino e At, un bimbo della stessa età con una malformazione ad una gamba, è venuto con noi. Ha preso Neung per la mano ed ha chiuso gli occhi; come lui ascoltava le mie indicazioni, soprattutto prestando attenzione al tono di voce ed allungava l’altro braccio per orientarsi nello spazio. Poche volte nella vita ho assistito ad una tale condivisione tra bambini. Ancora non parla Neung, non riesce a controllare le sue evacuazioni. Spesso rimane in attesa senza prendere iniziative. Ma è solo l’inizio del viaggio. Ho lasciato la sua mano stretta a qualcun altro e ho loro indicato il percorso, lo stesso che avevamo cominciato insieme.

L’ipotesi iniziale ha trovato validazione nella trattazione fin qui descritta: la Pedagogia Clinica è una scienza universale perché ha un’intima colleganza con l’uomo e si alimenta di esperienze le cui radici affondano nella storia della società umana e non solo in quelle del nostro paese, della nostra cultura.  Sicuramente è ancora presto per pensare ad interventi di autentica Pedagogia clinica in Thailandia ma, intanto, un seme è stato piantato ed i frutti hanno già cominciato a germogliare. Forse tra qualche anno sarà possibile una tale diffusione. Neung, in quel caso, sarà solo la prima testimonianza della validità universale di tale scienza.

(iIn Rivista Pedagogia Clinica-Pedagogisti Clinici, Edizioni Scientifiche ISFAR Firenze, n. 21/2009)

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