Maria Lai, arte e Pedagogia Clinica

di Gianluca Laconi

Breve biografia dell’Artista: Maria Lai nasce il 27 Settembre 1919 a Ulassai, vivrà tra Ulassai e Cagliari fino alla maturità all’Istituto Magistrale. Nel 1939 decide di stabilirsi a Roma per studiare al Liceo Artistico. Nel 1943, a causa della guerra decide di lasciare Roma, e si trasferisce a Venezia per frequentare l’Accademia di Belle Arti con Arturo Martini. Nel 1945 fugge precipitosamente da Venezia e dopo un breve periodo a Verona torna in Sardegna; a Cagliari dall’anno successivo insegna all’Istituto Tecnico femminile fino al 1949. Nel 2004 le viene conferita la laurea honoris causa in Lettere all’Università degli Studi di Cagliari. Dopo innumerevoli riconoscimenti, muore a Cardedu il 16 aprile del 2013. La Pedagogia Clinica nell’Arte di Maria Lai Scorrere col dito lungo la traccia e lasciare leggere a colui che ha il libro in mano la propria storia. Leggere un libro è alla portata di tutti, ma leggere i suoi libri necessita di essere in grado di leggersi dentro. Maria Lai una delle più grandi artiste sarde di fama mondiale rispecchia molto la visione di lettura appartenente alla Pedagogia Clinica. Le sue opere sono destinate a sgretolarsi col tempo come l’essere dell’essenza umana. È questo che caratterizza l’artista, creare capolavori destinati all’estinzione. Dalla carta e dalla lana nascono i suoi libri che da un lato continuano a evocare il mondo arcaico dell’arte tessile della Sardegna, dall’altro si inseriscono in quella ricerca espressiva che lavora non sulla carta, ma con la carta permettendo al lettore di dialogare con se stesso. I libri dell’artista non sono sempre sfogliabili anche se pensati per essere “letti”, il ricamo riproduce la geometria della parola, il simbolo, perdendone il significato crea regolarità e versi suddivisi in uno spazio grafico delimitato. Le forme create dalla lana sono utili nella ricerca delle linee e delle forme riconducibili sia all’ambiente che al corpo stesso. I fili pendenti intrecciati e non, creano un esperienza tattile utile alla successiva riproduzione grafica che già conosce il Pedagogista Clinico®. L’utilizzo dei libri di Maria Lai, ricostruiti in modo similare, permettono al professionista che utilizza il metodo Reflecting® di interagire con la persona senza libera interpretazione, rimanendo così nell’ambito pedagogico clinico. Questa nuova tecnica di raccontarsi permette alla persona che legge il proprio libro di sentire e percorrere il proprio racconto vivendolo utilizzando il tatto durante lo scorrere delle “parole”, permettendo così di lasciare una traccia a livello esperienziale che permette di abbattere gli stati tensionali corporei, facilitando la distensione sensoriale e riportando la persona in uno stato di benessere nella sua totalità. Leggere questo tipo di libro facilita l’esposizione del racconto e l’eloquio nella riflessione tra racconto e esperienza personale. L’utilizzo della Musicopedagogia® in supporto a questo strumento, permette in seconda battuta di essere utilizzato sotto più fronti. Una particolare musica distensiva e rilassante ad esempio permette alla persona che tiene gli occhi chiusi e scorre il dito sulle pagine, di ricevere dal libro stesso una sensazione specifica in base ai pensieri ricondotti dall’esperienza. La stessa, con l’utilizzo di una musica “ansiogena”, potrebbe essere utile per avere un confronto sulle differenti tracce lasciate dalla persona, dove il Pedagogista Clinico media tra disegno e riflessione della persona. I libri ispirati a Maria Lai permettono di raccontarsi in modo più spontaneo, di liberarsi dagli stati di tensione e di acquisire maggiore fiducia verso se stesso, la società e la vita stessa. I suoi libri, permettono di essere dei validi strumenti di connessione tra la persona, il suo disagio e il raccontare di se stesso. I libri in sintesi, permettono di fare da mediatore permettendo alla persona di uscire dai momenti di difficoltà. Il gesto del cambiare pagina, lascia alla persona la possibilità di passare da stato emozionale di disagio a nuove letture personali sulla propria vita. Inoltre, il non riuscire a cambiare pagina a causa dei nodi e degli intrecci dei libri, è spunto di riflessione personale sugli impasse che la persona deve affrontare per andare oltre le difficoltà. Maria Lai, Pedagogista Clinico ad Honorem, durante la sua lunga carriera artistica, ha creato non solo i libri, ma anche i successivi passaggi per ampliare il loro utilizzo. L’opera, dal titolo “Invito a Tavola” creata nel 2004, composta da un grande tavolo di circa 3 metri di lunghezza e uno di larghezza, è apparecchiato con pane e libri in terracotta. Questa opera, sottolinea la convinzione dell’artista secondo cui l’arte fornisce nutrimento essenziale per l’anima, e allo stesso tempo vuole suggerire l’importanza di condividere il pane come atto unificante. Nell’opera originale, il tavolo, dispone di libri e pani, senza la presenza di nessuna sedia per potervi sedere. La visione pedagogico clinica invece, oltre ad utilizzare un tavolo rotondo e l’uso delle sedie, prevede un libro per ogni commensale con successivo passaggio all’utilizzo di oggetti disposti davanti al libro. Questo nuovo supporto alla tecnica, ispirata all’opera artistica, può essere utilizzata con le coppie, gruppi, famiglie o ambienti di lavoro. Utile ed indispensabili sono le consegne dettate dal professionista: ogni uno legga il proprio libro in riferimento ad un avvenimento particolare dove tutti erano coinvolti, aspetti lavorativi, personali, vissuti specifici dove erano presenti le persone sedute al tavolo. L’utilizzo e il numero degli oggetti da disporre uno di fronte ad ogni libro, è a cura del Pedagogista Clinico, in base alla dinamica di gruppo che si è creata nell’incontro precedente. Messa in opera della tecnica con un gruppo di lavoro Nel mio caso, ho affinato questa nuova modalità creando un gruppo di Operatori Socio Sanitari e personale ausiliario che collaborano a stretto contatto in una struttura residenziale per persone disabili. La scelta di selezionare questi due gruppi di persone è stata dettata dal fatto che si erano creati degli attriti tra loro. Per questo motivo, ho deciso di ideare un progetto utile alla riflessione e al miglioramento dei rapporti tra le due categorie differenti. Oltre ai libri in stile Maria Lai, ho utilizzato oggetti di uso collettivo al gruppo (salviette igieniche, pannoloni, foglio di carta, lenzuola, una federa, quaderno delle consegne, cartella dei piani terapeutici, un Progetto Educativo Personalizzato). Inizialmente gli operatori avevano difficoltà ad esporre i loro disagi, mentre poi con l’utilizzo di questo innovativo strumentario, che oltre ad aver creato situazioni di “divertimento”, ha permesso di semplificare la disponibilità all’eloquio e al confronto tra i colleghi. Inoltre, vivere l’esperienza tattile degli oggetti, ha permesso di creare un ambiente di lavoro migliore e rilassato. Punto focale oltre all’utilizzo degli oggetti, è stato sicuramente il libro che ha spesso dettato i tempi di esposizione del problema, quando la persona raccontava, il suo dito scorreva nella pagine, più aveva bisogno di raccontare e raccontarsi, e più il dito scorreva piano sulle righe di lana. Più aveva fretta di raccontare, e più la persona scorreva velocemente il dito. Solo alla fine della pagina la persona poteva smettere di raccontare. Negli incontri successivi la riflessione nasceva spontanea tra le persone, quindi mi limitavo esclusivamente a mediare con l’utilizzo della tecnica Reflecting. Questo esempio, condotto in struttura, può essere riportato anche in ambito famigliare, come ad esempio la condivisione di un pranzo in famiglia. Non dobbiamo immaginare o pensare di disporre alimenti sulla tavola, basta una bottiglia, un bicchiere, una saliera, un cellulare o altri oggetti tecnologici che si dimostrano sempre più causa di isolamento e scarsa comunicazione. Questa nuova modalità di vivere l’esperienza aiuta ad entrare in dinamica di gruppo con tutta la parte esperienziale che non sempre si è abituati a fare. Un’altra integrazione o modalità del metodo che potrebbe aiutare il Professionista a prendere confidenza con questa nuova tecnica, potrebbe essere quella di inserire nel libro una parola di senso compiuto che accomuna il gruppo, oppure se si lavora con una persona singola, utilizzarne una di uso ripetuto e ricorrente nelle sue riflessioni. Il Pedagogista Clinico può dare lo spunto iniziale nella “lettura” sia del libro che della singola pagina, oppure iniziarne una nuova con propositi positivi o frasi positive che già appartengono allo strumentario del Pedagogista Clinico. Per porre in essere tale tecnica, io stesso, prima da semplice persona e poi da professionista, ho provato a leggere il libro nel posto del commensale col bicchiere di vino, poi mi sono spostato nel posto del commensale col pane. Vedermi seduto in quel grande tavolo col libro da “leggere” in relazione all’oggetto non era una comunicazione tra me e il libro, ma una comunicazione tra me stesso e il mio Sé interiore, mi ha permesso di sviluppare nuove riflessioni prima personali e poi di gruppo. Io stesso ho utilizzato tale tecnica sottoponendomi all’esperimento portandomi in modo prima conscio e poi inconscio alla riflessione. Solo successivamente, ho applicato tale tecnica al gruppo. Conclusioni: Maria Lai nel suo museo a Ulassai, oltre ad avermi ispirato, è riuscita a darmi una visione fondamentale di me stesso, portandomi alla riflessione e al porre in essere questa nuova tecnica utilizzando i cinque sensi. Uno in particolare padroneggia sugli altri quattro. Il tatto, in quanto passa direttamente nel corpo, decidendo velocità e intensità di “lettura”. Ho letto, ho esposto e mi sono letto dentro, ho dato parole a quelle inizialmente insignificanti frasi prive di vero significato letterario, ma più andavo avanti e più tessevo la mia vita e la visione che ne do di essa in relazione col mondo che mi circonda. Io essere umano, io bambino, io uomo, io adulto. Io prima, io adesso, io domani, con la mia posizione del mondo e nel mondo, nel mio mondo. InterArt®, arte contemporanea, arte nucleare, qualsiasi forma di arte sia, considero il suo utilizzo metodo costruttivo ed efficace per far fronte a qualcosa, ottimo strumento per leggersi e leggere gli altri, semplifica il lavoro del Pedagogista Clinico dando sfogo con modalità interattiva e fuori dagli schemi a rivelazioni sia personali che comuni. “Questo dovrebbe fare l’arte: farci sentire più uniti” amava dire Maria Lai.