Marta Mani

La mia storia. Sono stata insegnante specializzata fin dagli anni ’70, anni di grande movimento culturale e di grande attenzione ai bisogni dei più deboli e degli emarginati. Il mio “sentimento” educativo volgeva gli occhi verso la necessità di dare a ciascuna persona un’occasione di emancipazione, ma intorno a me non trovavo risposte idonee, pratiche e operative al mio sentire. Seguivo corsi di aggiornamento in cui si parlava di metodi di addestramento, di schede, di premi e gettoni, ma erano sistemi lontani anni luce dal mio essere educatore. Non avrei mai voluto pensare ad un bambino come un animale da addestrare. E non mi sono mai voluta conformare a quei metodi che sentivo tanto irrispettosi dell’evoluzione dell’uomo.

In formazione
Nel 1988 ho conosciuto il Prof. Guido Pesci formatore degli insegnanti specializzati del Comune di Firenze. Fin da subito si è dimostrato un “docente” singolare poiché non uniformato ai più che avevamo già incontrato durante le nostre formazioni e che avevano una modalità di accedere a noi discenti molto cattedratica fatta di schede, questionari e altro. Ci dava del tu e voleva a sua volta il tu, anche se per me era molto difficile raggiungerlo con una modalità così confidenziale. Quando iniziava l’incontro non stava mai seduto in cattedra e camminava intorno a noi. Il suo modo di fare lezione non aveva schemi specifici, non aveva sintesi descritte, non aveva questionari o pseudo protocolli da compilare, aveva principi e pratica, tecniche e metodi da realizzare in attività, per cui spesso la stanza non aveva più le sedie diventando spazio formativo che ci accoglieva con posture diverse, modalità varie comunque tutte esperite attraverso il nostro corpo in azione. Questa modalità così originale e diversa ha creato in me curiosità, attenzione e partecipazione intensa. Inoltre parlava con un lemmario completamente differente dagli altri, portatore di riflessione, di concezione e di nuovi principi e questo ha mosso una vera rivoluzione nel sentimento del mio essere educatore.
L’”educazione” è stato il primo punto del focus, Pesci parlava di quanto già Vygotskij nel 1939 si fosse allarmato per come la scuola affrontasse con disattenzione il problema di educare e di non saper indirizzare lo sguardo alle potenzialità presenti in ciascun bambino seppur con delle difficoltà, quelle risorse che l’avrebbero reso uomo sociale. Un altro aspetto che ha mosso in me una grande motivazione è stata la parola “globalità”, quella unicità di cui avevo letto tanto nei libri e studiate le particolarità ma che poi, non avevo mai potuto rintracciare nel modo di lavorare. E  un’altra interessante parola era “persona”, anche se si parlava di bambini era sempre la persona che veniva ad essere richiamata; un principio che mi ha fatto pensare molto e che ha cambiato in me una visione. I metodi che lui ci insegnava  corrispondevano a dare risposte complete, non veniva trascurato niente, gli stimoli offerti dalle tecniche rispondevano alle necessità sia del corpo fisico che del corpo psichico.
Durante gli incontri ci faceva riflettere su quanto nella scuola, nonostante negli anni ‘70 erano state vinte tante battaglie a favore dei bambini “difficili” con la chiusura delle scuole speciali, si facesse ancora tanti errori con un accanimento quasi simile alla “caccia alle streghe”. Nelle sue parole non sentivo mai etichette e nosografie, non parlava di diagnosi e terapie, diceva – “le persone non possono essere racchiuse in delle scatole uguali per tutti, e non possiamo rispondere alle loro diverse necessità con un solo metodo o con una sola risposta, le sfaccettature sono sempre composite e si deve agire con altrettante molteplici modalità, dobbiamo prima conoscere ciascuno per poi rispondere alle proprie necessità, non possiamo pensare che ad esempio l’utilizzo delle schede sia la risposta alle tante difficoltà nella loro crescita”.
Questa era la chiave di accesso, – “apprendete da loro” – esortava, “e non vi omologate al comune pensiero, ogni bambino ha il suo tempo per crescere, le sue potenzialità, la sue straordinarie risorse, è certo che ci dobbiamo dare da fare”, e ci ricordava un suo modo di dire sempre molto ridondante, “fare nel dare”.
Ciò ha suscitato in me un notevole interesse e l’esigenza di guardare con altri occhi. Finalmente stavo trovando chi parlava la lingua che mi si addiceva e che poteva colmare i miei vuoti, le mie risposte, e comunque muovevano dentro di me le tante riflessioni che mi energizzavano.  E di questo ne avevo prova ogni giorno nel mio lavoro riscuotendo risultati positivi continui. Questa trasmissione di saperi e di saper fare era proprio il mio abito.
Quando mi sono soffermata a parlare con lui di questo, ricordo che gli chiesi se tutto quello che ci stava “trasmettendo” avesse un nome e mi parlò del Movimento dei pedagogisti clinici e della Pedagogia Clinica , la sua scienza nata negli anni 70.
Ho così voluto approfondire la conoscenza di questi due meravigliosi mondi, trovare colleghi che si interessavano all’aiuto della persona e studiare la parte scientifica fatta di principi e modalità attive, pratiche e operative da mettere in atto, e così il professor Pesci mi ha  dato la possibilità di incontrarlo presso il suo Centro Studi PSY di Firenze, di cui era direttore scientifico dal 1985, e di conoscere anche tanti altri pedagogisti clinici tra cui Milena Bargellini, Antonio Viviani, Giuseppe Talamucci, Roberta Sbrana e Maria Raugna. Da quel momento appena mi era possibile andavo al Centro per confronti e approfondimenti e da allora è nata una importante amicizia oltre che una fattiva collaborazione, e il tu era più possibile anche per me.
Intanto al Centro arrivavano sempre più colleghi da tante parti d’Italia desiderosi di apprendere, e il Movimento era così attivo e “animato” che a fine anni ‘90 il professore oltre a costituire l’Istituto formativo ISFAR indispensabile per la formazione del Pedagogista Clinico® ha dato vita all’ANPEC Associazione Nazionale Pedagogisti Clinici di cui è Presidente. Occasione questa per me di collocarmi nel sociale come professionista riconosciuto, iscritto al CNEL, e da quel momento Guido mi ha offerto di collaborare presso il Centro con un mio proprio studio.

Professionista e ricercatrice
Da qui ho potuto iniziare il mio impegno sia di ricercatrice per gli studi e i metodi che si portavano avanti in Pedagogia Clinica , sia di Pedagogista Clinico® presso il Centro che oggi non si chiama più Psy, bensì Kromos, ma che ancora si caratterizza per la pluralità dei professionisti presenti che, come si legge nel sito del centro Kromos (https://www.centrokromos.it/)., “seppur  afferenti a discipline diverse sono tutti uniti da una visione comune dell’individuo e del senso dell’intervento di aiuto. Lo scopo condiviso è di accompagnare la persona intesa nella sua globalità attraverso procedure, tecniche e metodologie, a ritrovare in sé nuovi equilibri e nuove disponibilità allo scambio con gli altri”.
La ricerca che Guido Pesci ha generato e che sta ancora generando con i suoi importanti studi, e dei pedagogisti clinici che hanno contribuito all’espansione nel mondo, ha apportato alla Pedagogia Clinica dignità di scienza dando risposte utili ai bisogni di una società carente di tante attenzioni, specie quelle educative.
Da quel lontano 1988 sono passati tanti anni, ma non è mai passato in me l’entusiasmo nel dare aiuto alle persone di cui constato ogni giorno miglioramenti e risultati concreti.
La Pedagogia Clinica con i suoi principi e prassi ha rivestito per me una meravigliosa duplice componente che ha saputo coniugare alla professione, il valore umano.